Gibertoni: se arriverà la seconda ondata del virus siamo pronti

La numero uno del Sant’Orsola e dell’ausl sogna una casa per le donne che devono partorire accanto al Maggiore. Non avrebbe detto, come ha fatto Venturi, che il lockdown è stato sbagliato

di Barbara Beghelli, giornalista


Da piccola sognava di fare il medico. Possibilmente l’ematologa. Ma ha deciso di specializzarsi in igiene e organizzazione dei servizi ospedalieri, e ha fatto bene a quanto pare: dal 2015 è la numero uno del Policlinico Sant’Orsola e commissario straordinario dell’Ausl. Unica figura femminile in questo ambito, a Bologna. Mica facile, anche se lei minimizza.

Il sogno di bambina si è avverato.

“Beh non avevo tanti concorrenti in specialità e nel mio ambito c’erano meno uomini che in altri”.

Scelta strategica, quindi. Già allora.

“Mi sono appassionata molto alla materia organizzativa e lì sono rimasta. E poi ci si trova a dover scegliere, nella vita. È un traguardo anche questo, alle nostre mamme non era concesso gareggiare”.

Succede anche oggi che le studentesse di medicina debbano scegliere o possono inseguire le chimere?

“La realtà impone la scelta. Se non altro da quando c’è il test di ingresso a Medicina entrano tante ragazze, sono più brave. Ma quando è il momento di scegliere il proprio percorso occorre ponderare molto bene l’impegno che si può dedicare al lavoro. Per capirci: un’internista fa il suo giro in reparto due volte al giorno e ha certo responsabilità, ma non invasive quanto una futura chirurga, che deve invece sapere che sarà presente tutti i giorni in reparto, operare e vivere una forte componente emotiva. Pensieri che ‘fuoriescono’ dalla sala operatoria”.

Quindi accade ancora, le dottoresse in corsa si perdono in corsia.

“Si trovano appunto a dover fare i conti con la vita che desiderano. Fare la chirurga ospedaliera implica spazi e tempi lavorativi che faticano a conciliarsi con il mestiere di neo-mamma: la carriera ospedaliera è altamente pervasiva”.

Poche chirurghe, rare primarie.

“Ce ne sono ancora poche, sì, ma naturalmente sono brave quanto gli uomini. Sono mestieri difficili e se per le chirurghe è richiesta una fatica fisica importante, spesso ore e ore di interventi quotidiani, per le primarie siamo ancora a numeri esigui ma per questioni di altro tipo”.

In questi mesi di Covid ha dovuto dirigere 13 mila unità di personale in emergenza, con le terapie intensive a rischio di posti. Una guerra nella guerra. Ora che siamo tra la fase 2 e 3, ci dica, se si potesse tornare indietro cambierebbe qualcosa, per esempio nei rapporti con il privato?

“È stato tutto molto difficile, la sanità è materia molto complicata e prendere delle decisioni è sempre estremamente delicato, soprattutto in questa fase. L’Emilia-Romagna è andata bene e se dovesse tornare questo virus, che è ancora poco conosciuto, a livello gestionale noi siamo preparati. Sia con le terapie intensive che coi reparti Covid: la dotazione dei posti letto in generale è buona. La sanità privata ci ha molto supportati, fin da subito. Non voglio fare polemiche e non sono una politica, dico quindi i fatti e la realtà è che la sanità privata ha fatto presto e bene e nella fase acuta ha accolto almeno 200 pazienti. Certo è che il ‘capitolo salute’ deve avere più livelli gestionali e non può essere solo centralizzato. Poi sui finanziamenti occorre una strategia nazionale”.

Il commissario straordinario Venturi ha detto che il lockdown è stato eccessivo. È d’accordo?

“Io non l’avrei detto. Ho capito il senso della frase, che però ha avuto effetto mortificante. Il concetto di base è che bisogna imparare dalle esperienze e per il futuro, prima di dire ‘Tutti dentro casa’, pensarci bene. Venturi, che è molto intelligente, si è fatto venire dei dubbi. Ma a volte certe domande bisognerebbe tenersele per sé”.

Che altri sogni ci sono nel cassetto?

“Mi piacerebbe che di fianco all’ospedale Maggiore si potesse fare una Casa delle donne che stanno per partorire e hanno problemi. Lì starebbero tranquille, con ostetrici super specializzati. La logica dei punti nascita dispersi in montagna è obsoleta”.

È ora di pranzo, non la voglio trattenere troppo. A proposito prepara lei?

“Eh sì, ho tre figli: una fa la neuropsicologa, uno il copywriter e uno la maturità. Tanto daffare anche in famiglia”.

Ma suo marito è chirurgo?

“No (ride): santo”.

In realtà sappiamo che lavora in banca, ma comunque dev’essere molto paziente visto che per questa intervista ho rincorso la dottoressa Gibertoni per due giorni al telefono, sempre occupato.

Photo credits: Andrea Samaritani


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