I cantieri di cui abbiamo bisogno

Dobbiamo chiederci: non è forse l’ora di restituire sul serio alla città questi luoghi invece di tenerli sigillati in attesa degli investitori privati? Non è forse il tempo di fare pressioni sul Governo per una riforma di Cassa Depositi e Prestiti che ne definisca un ruolo più vicino alle esigenze del territorio e un po’ meno alle mere esigenze di bilancio dello Stato?

di  Detjon Begaj,  consigliere del Quartiere Santo Stefano e attivista di Làbas


Tutti gli interventi della discussione in atto sul futuro della città sembrerebbero concordare sulle priorità da seguire: tra queste la riconversione ecologica, l’autonomia, il welfare, lo sviluppo di un’economia digitale etica. Tuttavia, da qui alle elezioni manca poco meno di un anno e in questo segmento temporale si possono assumere sin da oggi delle scelte importanti per poter dare un’impronta alla Bologna che verrà. Ad esempio: di quali cantieri abbiamo bisogno e perché? La risposta a questa domanda non trova affatto tutti d’accordo in città, nonostante gli hashtag, le “dichiarazioni di emergenza climatica” approvate in Consiglio Comunale, i buoni progetti di ampliamento delle ciclabili, il prato e le fioriere in Piazza Rossini, gli annunci delle rivoluzioni green.

È bene invece che le contraddizioni e le incoerenze vengano fuori alla luce del sole: c’è una tensione tra chi vuole cogliere lo spirito del tempo di una nuova sensibilità ambientale urbana e tra chi sta spingendo forte sul pedale della retromarcia, per tornare al mondo delle automobili di proprietà e del trasporto su gomma, del cemento, della speculazione immobiliare.

Facciamo chiarezza: a Bologna se con una mano si scrive il PUG (Piano Urbanistico Generale) – prossimo al vaglio del Consiglio Comunale – attraverso il quale si vorrebbe costruire una città “resiliente ed ecologica”, con l’altra si calano progetti dall’alto dove sono previsti i soliti palazzoni, veri e propri nuovi quartieri residenziali, il taglio di centinaia di alberi. Se a questo si accompagna il fatto che i progetti vincitori (votati dai cittadini!) delle prime due edizioni del Bilancio Partecipativo (2017 e 2018) sono ancora fermi al palo, la discussione assume connotati ancora più divisivi.

Il conflitto che si è aperto nelle nelle ultime settimane sull’Ex Caserma Mazzoni di via delle Armi, che si aggiunge a quello sul Passante e ai Prati di Caprara, è un esempio di questa tendenza: lo ha dimostrato anche nella mattinata di domenica la partecipatissima “Passeggiata Popolare” promossa dal Comitato Ex Caserma Mazzoni Bene Comune attorno l’area di 47.000mq e le migliaia di firme raccolte contro il progetto.

La vicenda è così sintetizzabile: Cassa Depositi e Prestiti Investimenti Sgr ha presentato una richiesta di PUA (Piano Urbanistico Attuativo) che prevede l’abbattimento di 101 alberi ad alto fusto ed altri 246 alberi mappati nell’area per far posto a sette palazzoni da otto piani che ospiteranno 195 appartamenti. Il progetto prevede poi un parcheggio per 200 auto, un centro commerciale di 2.000mq (che è stato definito “piccolo negozio di vicinato”), un parchetto di un ettaro e una modesta scuola primaria che non sarà affatto immersa nel verde come hanno voluto farci credere.

In sede VALSAT la stima dell’impatto ambientale del progetto ha previsto un aumento di oltre 2.000 automobili al giorno attorno l’area, pari ad una tonnellata di NO2 all’anno che i cittadini dovranno respirare. Sappiamo inoltre che la sostituzione degli alberi abbattuti non è affatto sufficiente a mitigare l’impatto ambientale, dato che si stima in almeno 10-15 anni il periodo necessario per riacquistare la capacità di assorbimento degli agenti inquinanti delle nuove alberature. Infine, la previsione di rendere a doppio senso (con auto parcheggiate da entrambi i lati) la storica via delle Armi rischia di mettere gravemente a rischio la salubrità del canale Savena.

Tutto questo ha scatenato le ire dei cittadini che, nonostante le difficoltà ad incontrarsi dovute alle misure volte a mantenere il distanziamento sociale, sono riusciti immediatamente ad auto organizzarsi (inizialmente online), per poter affermare la necessità di spazi verdi, pubblici e vivibili al posto dell’ennesimo centro commerciale e di nuovi appartamenti in una città che secondo Confabitare ha 7.000 abitazioni sfitti e, come spiegato da Gianluigi Bovini, rischia di perdere 70.000 abitanti nei prossimi quindici anni.

Ma ogni volta che si parla di ex aree militari il dibattito sembra necessariamente dilatarsi in un tempo infinito. Nel corso degli anni, a Bologna, si sono sprecate le cronistorie che ne hanno ricostruito la memoria e i tentativi falliti di riqualificazione. Spazi enormi, ‘città nella città’, luoghi abbandonati ma anche vissuti, spazi di conflitti sociali tra esseri umani ma anche tra la natura e gli stessi esseri umani. Anche per le ex caserme Sani (150.000mq) e Masini (9.000mq), tutte di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti Sgr, la strada è ancora in salita nonostante siano state protagoniste di occupazioni ed esperienze di autogestione (come quella di Làbas alla Masini dal 2012 fino allo sgombero del 2017 e quella di XM24 durata da novembre 2019 sino allo sgombero del gennaio di quest’anno).

Dobbiamo quindi chiederci: non è forse l’ora di restituire sul serio alla città questi luoghi invece di tenerli sigillati in attesa degli investitori privati? Non è forse il tempo di fare pressioni sul Governo per una riforma di Cassa Depositi e Prestiti che ne definisca un ruolo più vicino alle esigenze del territorio e un po’ meno alle mere esigenze di bilancio dello Stato? Non è forse ora di trarre seriamente insegnamento dall’esperienza del Covid-19 e della necessità di ridurre la densità abitativa, il traffico e ampliare le aree verdi? Come qualcuno ha già scritto “voltare pagina non sia solo una promessa elettorale” e possiamo cominciare a farlo smettendola con i mastodontici progetti per pensare assieme ad un’urbanistica di prossimità.

Un bel segnale sarebbe dare l’assoluta priorità a ciò che è direttamente in piena disponibilità dell’amministrazione comunale:

1) attuare i progetti del Bilancio Partecipativo

2) recuperare gli edifici sfitti che “gridano vendetta” come la Palazzina Liberty dei Giardini Margherita e il Cassero di Porta Stefano sgomberato nel 2015 dopo 16 anni di autogestione del collettivo LGBTQ Atlantide e lasciato all’abbandono

3) istruire un percorso partecipato sulla destinazione urbanistica delle aree dismesse in città e la modifica del POC del 2016, uno strumento urbanistico che avrebbe dovuto disegnare una città che semplicemente non esiste più, perché radicalmente diversa e immersa in un’altra fase.

A monte, naturalmente, diciamoci con coraggio che il Passante è un’opera devastante per l’ambiente e la cocciutaggine di chi vuole andare fino infondo la pagheremo cara in termini di salute e qualità della vita. Fermare l’iter del Passante, della cosiddetta “riqualificazione” dell’ex caserma Mazzoni e dei Prati di Caprara non è solo giusto, ma necessario: non attendiamo le campagne elettorali ed un domani che già bussa alle porte, ma cominciamo sin da oggi a ricostruire la nostra “casa comune”.


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