«Le Primarie? Incompatibili con la forma di un partito-guida»

I dubbi di uno studioso di storia contemporanea posto di fronte alla scelta, da potenziale elettore, se partecipare o meno alla consultazione, prevista dallo Statuto del Pd anche per i non iscritti, con cui far scegliere alla base il candidato sindaco di uno schieramento allargato: fosse un tesserato, non gradirebbe questa esternazione. È pur vero, ammette, che sono un efficace strumento di partecipazione, però dovrebbero riferirsi a una forma del tutto diversa di interpretare la rappresentanza

di Fulvio Cammarano, storico


Quando Giampiero Moscato mi ha chiesto se intendevo sottoscrivere il documento che invita il Pd a promuovere le Primarie, ho risposto domandandogli quale titolo avesse un non iscritto per indicare al partito il modo migliore di comportarsi. E se è vero che i partiti sono un patrimonio di tutti i cittadini in quanto espressione pubblica del funzionamento della democrazia, è anche vero che se fossi stato un iscritto non avrei gradito tale estemporanea esternazione. A questo punto, al posto della firma, mi ha chiesto una riflessione sul tema a partire da questa perplessità che ovviamente non ha nulla a che fare con la questione della preferenza per una qualche candidatura.   

In primo luogo non si può negare che le Primarie, nel momento in cui vennero introdotte in Italia, volevano essere uno strumento di maggior coinvolgimento della base degli iscritti e dei simpatizzanti, a fronte però di inconfutabili segnali di debolezza della “forma partito”. Non poteva dunque non apparire evidente che quel modo di prendere decisioni intaccava alle fondamenta la struttura tradizionale del partito europeo novecentesco, preludio a una profonda riforma del modo di intendere l’associazionismo politico. In realtà, come spesso accade, si è rimasti a metà del guado, dove di solito tutto diventa incerto se non ambiguo. I partiti continuano a esistere cercando allo stesso tempo di darsi un profilo civico e questo spiega anche l’alterno utilizzo delle Primarie. 

Sino all’ultimo decennio del XX secolo i partiti avevano una loro forza autonoma che derivava da una legittimazione popolare, nata dalla resistenza al nazifascismo e da una forte spinta alla partecipazione pubblica: erano istituzioni, metà pubbliche metà private, in grado di definire obiettivi, indirizzi politici, cariche e candidature al proprio interno, sulla base di ben definite regole democraticamente approvate dagli organi statutari interni. Il tema, scabroso e paradossale, della democrazia interna a questi organismi indispensabili a far vivere un sistema democratico, rimase un problema solo per gli studiosi di scienza politica almeno sino a quando il partito, con tutte le sue oligarchie interne, riuscì a mantenere il proprio profilo mobilitante. Il successo o l’insuccesso delle scelte fatte sarebbe stato decretato dalle urne con tutto quello che ne conseguiva in termini di rafforzamento o, al contrario, di ricambio dei quadri dirigenti dei partiti. La storica centralità del partito novecentesco proveniva infatti, soprattutto, dalla sua capacità di rappresentare e incanalare i conflittuali interessi di larghe porzioni di cittadinanza, una rappresentanza, questa, che è stata a lungo ritenuta più significativa e importante di quella che finiva per sedersi sugli scranni del Parlamento. 

La “Repubblica dei partiti”, come fu definita l’Italia della seconda metà del XX secolo, è stata la realtà in cui è cresciuta la democrazia nel nostro Paese e a cui continuiamo a guardare anche oggi di fronte al lento dissolvimento dei luoghi di articolazione del pluralismo democratico, dalle associazioni politiche al Parlamento. La nostalgia che qualcuno prova per quel periodo, pur così contestato, è quella di chi, non essendo ancora stata inventata un’alternativa credibile alla partecipazione collettiva alla gestione della sfera pubblica, cerca di rivitalizzare ciò che fu. Il fatto però è che non è possibile restituire credibilità ai partiti in mancanza di una vera dialettica tra lo Stato e una solida società civile. I partiti erano infatti non la controparte ma la risultante, la diagonale direbbe un matematico, di quel confronto che presupponeva una visione del mondo, un’ideologia, se la parola è ancora consentita.

Per questo credo che le Primarie siano un efficace strumento di partecipazione che però dovrebbe riferirsi a un modo del tutto diverso di interpretare la rappresentanza e comunque un modo decisamente incompatibile con il profilo di una struttura politica nata per guidare, non certo per seguire, i propri sostenitori.


Un pensiero su “«Le Primarie? Incompatibili con la forma di un partito-guida»

  1. Mah! Cosa c’entra il ‘partito guida’! Io voglio eleggere il mio sindaco, che amministri bene la mia città e che spenda bene i soldi delle mie tasse!! Non una guida! Per quella posso iscrivermi ad un partito, se mi va, e ne seguirò la guida se risponde alle mie aspettative ed alle mie idee.

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