Il giorno 15 avvennero fatti che mettono in luce due allievi del “San Luigi”. Carlo Jussi, agiato, cattolico eppure gappista, venne gettato con altri otto cadaveri di partigiani sotto le mura di Palazzo d’Accursio. In quelle stesse ore partì per la montagna il mitico Toni Giuriolo, comandante della Brigata Matteotti, morto in battaglia pochi mesi dopo. Divennero medaglie d’oro come un terzo sanluigino, Giacomo Chilesotti. Altri due allievi la ebbero, da fascisti, nella guerra civile di Spagna
di Ugo Berti Arnoaldi, Fondazione Biblioteca del Mulino
Metti un sabato di luglio a Bologna; non un luglio qualunque, ma quello del 1944. Si potrebbe andare al cinema. Ce ne sono sei: all’Astra danno Il barone di Münchhausen, kolossal a colori voluto dalla propaganda nazista; al Nosadella Pel di carota, vecchio film di Duvivier; all’Imperiale A suon di musica, altra produzione tedesca, storia d’amore a lieto fine; al Manzoni Primo incontro, ancora un lieto fine tedesco, e lo spettacolo Fantasie comiche; al Modernissimo il francese Delirio, ulteriore storia d’amore, ma con suicidio finale; e al Centrale l’unica produzione italiana, Circo Za-Bum di Mario Mattoli, film a episodi girato alla buona nella Roma occupata.
Siamo in guerra, certo, anzi dentro la guerra. Ma vuoi negarti un cinemino, un po’ di svago e di normalità? Però magari sei lì a far due chiacchiere al bar San Domenico di via Garibaldi e due gappisti entrano e uccidono una guardia repubblichina (4 luglio); o mentre ridi con le Fantasie comiche del Manzoni uno spettatore (gappista in libera uscita?) salta con la bomba a mano che ha in tasca (20 luglio); oppure, come il 15 luglio, nello struscio del sabato ti capita di attraversare piazza Nettuno e t’imbatti in nove cadaveri buttati dalle Ss contro palazzo d’Accursio, là dove giusto il giorno prima i fascisti di Tartarotti ne avevano uccisi altri cinque.
Tra i nove gettati sul marciapiede quel sabato c’era, lo ha ricordato Luca Sancini su “la Repubblica” il 1° luglio scorso, il ragazzo Carlo Jussi. Classe 1924, vent’anni da compiere (era del 5 settembre), il 5 luglio era stato nel commando gappista che all’angolo di via Mirasole aveva ucciso un maresciallo della Gnr. Dopo l’agguato erano stati intercettati da una pattuglia; Jussi, ferito nello scontro, dopo aver coperto la fuga degli altri tre era stato catturato, consegnato al Sd, il servizio di sicurezza delle Ss, torturato per giorni e infine ucciso. È una delle medaglie d’oro della Resistenza.
Non si sa molto di lui, eppure la sua figura meriterebbe di essere approfondita perché, provenendo da una famiglia agiata, moderata e cattolica, Jussi compì una scelta piuttosto estrema entrando, pare fin dal suo nascere, nella Settima Gap. In quella formazione integralmente comunista e operaia lui era l’unico borghese e per di più proveniente dall’Azione cattolica. Era appena uscito da otto anni di collegio barnabita, prima a Firenze poi al San Luigi di Bologna.
Sempre quel sabato 15 luglio partiva da Bologna per l’Appennino un partigiano veneto destinato a diventare una figura leggendaria come comandante della brigata Matteotti di montagna: Toni Giuriolo, il «prodigioso e misterioso maestro» di cui ha scritto parole innamorate Luigi Meneghello, che lo ebbe comandante sull’altipiano di Asiago. Toni era arrivato a metà giugno a Bologna, dove aveva parenti, per curarsi clandestinamente una ferita alla mano; qui accettò la proposta di assumere il comando della Matteotti, allora attiva nella montagna pistoiese. Sotto la guida di Toni la brigata prese parte alla liberazione dell’area tra valle del Reno e del Silla e da ottobre affiancò gli alleati nell’assalto al crinale di monte Belvedere, linea di resistenza tedesca. Toni rimase ucciso nell’attacco del 12 dicembre. Un’altra medaglia d’oro, come Jussi. E come Jussi ex allievo del collegio San Luigi, seppure per solo due anni di ginnasio inferiore (1921-23).
Medaglia d’oro ebbe un altro allievo del San Luigi, Giacomo Chilesotti di Thiene, che fu una delle personalità maggiori della Resistenza cattolica veneta, fucilato nelle ultime ore della guerra, il 27 aprile 1945.
Niente se non il caso collega queste tre medaglie partigiane al San Luigi, che peraltro annovera tra i suoi allievi anche due fascisti caduti in Spagna, loro pure medaglie d’oro. Ma il caso è l’occasione per mettere a fuoco la vita del San Luigi nel 1943-45, e scoprire che esso ebbe in realtà un ruolo defilato ma significativo nella Resistenza. Oltre a essere sede della Fuci e dell’ “Avvenire”, il San Luigi fu, è stato detto, «una delle più importanti basi clandestine dei democristiani»: sede di riunioni, nascondiglio per ricercati, deposito di armi e materiali, il convento ospitò e protesse renitenti alla leva repubblichina ed ebrei; prestò la 1100 per azioni clandestine; due frati, Paolo Moris e Massimo Stucchi, collaborarono all’infermeria clandestina.
Decenni di polemica politica hanno fissato un’idea settaria della Resistenza; rapidi i comunisti a intestarsela (non senza ragioni) ma anche troppo timidi i moderati nel rivendicarla come parte della propria identità.
In un fascicolo ora nell’archivio dell’Istituto Parri è depositata una piccola storia esemplare. Nel novembre 1944 giunse al San Luigi, attraverso una trafila cattolica, un giovane diplomatico italiano fedele alla monarchia; il convento lo tenne nascosto un paio di mesi finché lui decise l’azzardo di passare le linee attraversando di notte le montagne dalle parti del Cimone; incappò però in una tormenta e morì assiderato. Alla fine degli anni Cinquanta il fratello ebbe il desiderio di ricordarlo con una lapide nell’ultimo luogo dove aveva vissuto, il San Luigi. Ma occorreva il permesso dei barnabiti. Dopo un paio d’anni di melina, il progetto fu abbandonato.

Articolo molto interessante.bene.fa piacere leggere certe cose.
Articolo molto interessante e commovente.