Per ragionare sulla figura politica e umana di Berlinguer, a quarant’anni dalla scomparsa, Casadeipensieri, ScriptaBo e Cantiere Bologna hanno chiesto a scrittori, personalità, cittadini di scrivere una lettera aperta allo storico segretario del Pci e dirgli perché lo hanno nel cuore. Le lettere verranno lette dagli stessi autori domenica 8 settembre, alle 18, all’Arena Centrale della FestUnità provinciale di Bologna, nella serata dedicata a questo leader indimenticato e indimenticabile
di Enzo Pellegrino, già docente, scrittore, pittore
Avere qui tra le mani gli appunti autografi con i quali hai intessuto, a Cetraro, l’orazione funebre sulla bara di Giannino Losardo, barbaramente assassinato dalla mafia, mi suscita la stessa incontenibile emozione che ho provato nel vedere il manoscritto de “L’infinito” di Leopardi, a Recanati.
Se c’è un nesso tra le due commozioni non saprei. Certo è, caro Enrico, che tu sei stato l’ultimo poeta della politica. Dopo, prosatori e demagoghi soltanto.
O forse perché questi appunti sono un brano della tua anima, una pagina del testamento che hai lasciato a noi, allora giovani comunisti in lotta per il riscatto della Calabria dalla dittatura ‘ndranghetista.
Il naufragio dell’esistenza che il recanatese voleva arginare con il desiderio d’infinito, tu hai cercato di contenerlo con il dolore, lo sdegno (le tue mani tremavano appena), il coraggio, l’invito alla lotta… amico fragile, come ci manchi!
La paura, lo sgomento di allora erano compensati dalla speranza che riuscivi a infondere. E di speranze sei stato l’ultimo tessitore perché non accettavi che la Calabria precipitasse nel baratro, senza futuro, come poi è terribilmente accaduto.
In questi appunti che ho tra le mani noto cancellature e veloci aggiustamenti per un messaggio fermo e chiaro: avere un ideale, crederci, restare uniti, combattere.
Giannino Losardo, sindaco di Cetraro e segretario-capo della procura di Paola, si oppose strenuamente alla mafia a tutti i livelli e per questo fu assassinato il 22 giugno del 1980. Fu un delitto politico-mafioso con gravi negligenze degli apparati dello Stato a diversi livelli. Delitto rimasto vergognosamente impunito.
Quella maledetta notte in cui Giannino venne trucidato nella statale 18, mentre tornava a casa dopo un infuocato consiglio comunale, anticipa, quasi ante-litteram, gli assassinii di Falcone e Borsellino. Una mafia minore quella di Cetraro, ma non per questo meno pericolosa e cruenta.
Caro Enrico, forse la mia commozione ha rubato troppo spazio alle tue parole che sono certamente più toccanti. Eccole negli appunti mentre mi risuona nella mente il timbro della tua voce: «Compagne e compagni, sono qui a ricordare che l’impegno di Giannino Losardo negli anni si è concentrato con assoluto rigore e indomito coraggio nella lotta contro il dilagare anche nella vostra città delle cosche criminali […] Il nostro animo è pieno di dolore ma anche di sdegno e determinazione nel rendere l’estremo saluto al compagno Giannino Losardo, cittadino onesto e coraggioso, eliminato vilmente a freddo da criminali al servizio di loschi interessi che il compagno Losardo (ripetevi il suo nome con voce rotta, ndr) aveva sempre vigorosamente e impavidamente contrastato […]. Il padre di Giannino apparteneva a quella piccola schiera di compagni che nel 1921, nelle condizioni più difficili, aveva partecipato alla fondazione del Pci».
Che storia! E ancora: «Questa mia presenza vuol dire che l’intero partito con i suoi 1.800.000 iscritti e oltre undicimila sezioni non vi lascia soli, compagni! Saranno al vostro fianco per estirpare la mafia e rendere giustizia alla Calabria intera».
E dal palco, caro Enrico, denunciasti con sdegno e preoccupazione l’inquinamento degli apparati più delicati dello Stato, l’inerzia, la tolleranza, l’indecisione, la corruzione, il clientelismo, le centinaia di indagini ferme. Col tempo è cambiato qualcosa? Sì, in peggio perché la ‘ndrangheta dilaga, è allogata nei gangli dell’economia, nelle sacrestie della politica. Ha risalito celermente lo stivale come paventava Leonardo Sciascia e si è diffusa in Europa e nel mondo. È una delle economie più potenti dell’intero pianeta. Sono in pochi a combatterla, uno sparuto gruppo di magistrati, qualche prete coraggioso; e se qualche cittadino s’arrischia a denunciarla, la ‘ndrangheta, nessun partito lo difende. Al più giaculatorie di rito di generica condanna.
Caro Enrico, ti voglio ancora più bene, legato al filo della memoria, dopo che i tuoi eredi, immaginandosi ereditieri, hanno sperperato e svenduto il tuo patrimonio per un piatto di lenticchie. Cioè per briciole di capitalismo d’accatto e ossessioni piccolo-borghesi, vergognandosi tout-court della grande storia del Pci che aveva lottato per la dignità del lavoro e la liberazione dalle mafie. Non si rinnega impunemente un patrimonio di idee e di ideali! Così oggi siamo finiti nell’immondizia della storia, con rigurgitanti fascisti al potere che insultano la memoria delle vittime delle stragi della stazione di Bologna e di altre parti d’Italia.
Absit iniura verbis! Non suoni offesa per nessuno, ma l’Italia è davvero in caduta libera, in rovina, senza memoria, nella brodaglia del presente, tutti narcotizzati dal dilagare di quel consumismo onnivoro che tu, incompreso, hai cercato di denunciare prevedendone gli effetti nefasti, Tu, incompreso, come Pasolini. In questa ecatombe di ideali e di sogni, ora sembra aprirsi uno spiraglio nella lotta al fascismo e per i diritti dei lavoratori e della gente oppressa: salario minimo, diritto alla salute e all’istruzione. Solo uno spiraglio dopo tanta notte, ma come dice il saggio, meglio accendere una candela che maledire l’oscurità.
La memoria è un tafano che scava e scova sentimenti riposti nel tempo. E io, caro Enrico, su questi tuoi appunti che, ormai vecchio, sfoglio con il cuore in gola, rivivo una parte della mia storia e… delle mie speranze. Rivedo una piazza straripante di gente, arrivata da ogni parte della Calabria e da altre regioni, commuoversi alle tue parole e invocare giustizia. Rivedo ancora il luccichio del sudore che imperlava la tua fronte in quel caldo giugno di un’estate di sangue (l’11 giugno era stato ucciso Peppe Valarioti, segretario del Pci di Rosarno), e poi il sudore scivolare sul volto; e non ho ancora capito se fosse frammisto a lacrime. Non lo desti a vedere perché la fermezza e il coraggio in te hanno sempre contemperato la commozione, senza mai nasconderla, ovattandola con il movimento delle tue mani che scolpivano le parole, accarezzavano i sentimenti, indicavano gli ideali.
Grazie Enrico perché ci hai regalato la speranza e un sogno di onestà e di giustizia, e la speranza non si può uccidere mai, specialmente nel sogno.

Che felicità leggere queste parole. Grazie
Grazie, caro Enzo, per questo tuo commosso ricordo e per le tue preziose riflessioni. Raffaele Losardo
Complimenti Enzo, sono veramente onorato di avere letto il tuo intervento in anteprima e di vederlo ora pubblicato. La lettera a Enrico Berliguer è commovente. Mi ha veramente emozionato leggere questo tuo racconto. Le tue riflessioni oggi sono molto importanti, e spero suscitino un dibattito polico oggi più che mai necessario. Grazie! Nino Campisi
Le ultime righe sono un finale capolavoro