Per ragionare sulla figura politica e umana di Berlinguer, a quarant’anni dalla scomparsa, Casadeipensieri, ScriptaBo e Cantiere Bologna hanno chiesto a scrittori, personalità, cittadini di scrivere una lettera aperta allo storico segretario del Pci e dirgli perché lo hanno nel cuore
di Gianluca Morozzi, scrittore
Caro Enrico, non so se esiste un mondo ultraterreno. Nel caso, se dovesse capitarti di incontrare un signore che ribadisce di continuo la sua stima per Moser, Enzo Tortora e Pertini, quello è mio nonno. Io, purtroppo, non ho fatto in tempo a conoscerti bene. Nel 1984 ero impegnato a sopravvivere alle scuole medie. Problematiche anagrafiche.
È tramite mio nonno, quello appena nominato, che ho saputo di te. Mio nonno, a quanto mi è dato sapere, in vita sua ha pianto quattro volte. Tre volte su quattro ero presente.
La prima volta no, non c’ero. Mio nonno era partigiano: 63/a brigata Bolero Garibaldi, vice comandante di compagnia col nome di battaglia di Geo. Una mattina lui e i suoi compagni stavano avanzando nella boscaglia, non mangiavano da tre giorni e si ripetevano a vicenda i piatti meravigliosi che avrebbero preparato le loro madri o le loro mogli a guerra finita. D’un tratto avevano visto un campo di cipolle. Ci si erano avventati sopra felicissimi, e mio nonno aveva pianto due volte, per le cipolle e per la gioia di avere qualcosa sotto i denti.
La seconda volta c’ero eccome: la sera del 2 agosto 1980. Eravamo in vacanza, il nonno aveva sentito la notizia della bomba alla stazione ed era corso a Bologna ad aiutare, a donare sangue, a prendere in mano la situazione com’era abituato a fare dopo una vita in polizia. Gli avevo chiesto qualcosa su quel che era successo. Lui aveva meditato su quel che si poteva dire a un bambino di nove anni, e poi non aveva detto niente. Aveva pianto e basta.
La terza volta è stata due anni dopo, quando il Bologna è retrocesso per la prima volta in serie B, perché ognuno nella vita piange per quello che vuole. Aveva smesso da un po’ di andare allo stadio perché si arrabbiava troppo e litigava con tutti, ma immagino che guardando la torre di Maratona senza più la statua equestre di Mussolini, quella statua che lui stesso aveva contribuito con i muscoli e la rabbia a tirar giù dal cavallo, quella statua che poi, fusa, aveva fornito il bronzo per monumento ai partigiani di porta Lame, ecco, immagino che vedendo quello spazio vuoto fosse fiero del suo gesto collettivo.
La quarta volta è stata l’11 giugno del 1984. Lo ricordo che diceva a mia nonna «è stato male durante il comizio ma non ha voluto fermarsi, ha continuato a parlare, si vedeva che stava succedendo qualcosa di brutto, ma non ha voluto, non ha voluto…».
Pensa: la prima nonché ultima volta in cui mio nonno ha citato il nome di un fascista senza accompagnarlo con coloriti insulti in italiano o in bolognese è stata quando ha raccontato di Almirante che è venuto al tuo funerale. Poi la cosa non si è più ripetuta.
E dopo ho capito perché mancavi tanto a mio nonno, perché mancavi a tutti quelli che stavano dalla parte giusta. Perché facevi sentire che quella, senza dubbio, com’era ovvio, che domande, che quella era la parte giusta. Senza mezze misure, senza dubbi: gli altri sbagliavano, noi no.
Sai una cosa? A volte la musica, le canzoni costruiscono dei ponti. Tanti giovani hanno scoperto chi eri quando hanno sentito i Modena City Ramblers cantare I funerali di Berlinguer, nel 1994. Quante porte mentali spalanca la musica! I Gang hanno scritto invece una canzone dedicata ad Andrea Pazienza, geniale fumettista e artista. Citando una battuta di Pazienza, i Gang cantano: «Non ti sei perso niente».
Allora, caro Enrico, tu non hai fatto in tempo a vedere quel che è successo a questo paese. È anche difficile delineare un percorso preciso dello sfacelo, ma riassumendo molto rapidamente la questione è accaduto che un imprenditore dalle dubbie frequentazioni sia venuto dalle mie parti a inaugurare un centro commerciale, nel novembre del 1993, e tra una barzelletta e l’altra abbia sdoganato il fascismo. Così: ha sdoganato il fascismo, come se fosse una cosa naturale. E adesso,
più di trent’anni dopo, gente come me che nella cultura ci vive e ci lavora si ritrova rappresentata da un ministro che in qualche commedia all’italiana sarebbe stato rappresentato da Lino Banfi e che il vicepresidente del Senato sia affezionatissimo al suo adorato busto del Duce.
Quindi, Enrico, come cantano i Gang citando Andrea Pazienza: non ti sei perso niente.
Noi invece sì.
Noi ci siamo persi qualcosa.
