Nonostante milioni di investimenti l’istruzione tecnica alla Valditara non decolla

Non si vedono scostamenti nell’opinione pubblica bolognese ed emiliana che autorizzino a promuovere le scelte e la direzione del ministro. Non è bastata nemmeno l’introduzione di figure che dovevano strategicamente spiegare alle famiglie come inserire i figli e le figlie in un flusso più ordinato di matching con il mondo del lavoro. Nonostante i comunicati spesso benevoli, c’è poco da interpretare sulla bocciatura popolare

di Cristian Tracà, docente e dottorando di ricerca


Si sono chiuse le iscrizioni alla Scuola Secondaria di Secondo Grado. C’era tanta attesa, inutile nasconderlo, rispetto all’istruzione tecnico- professionale, destinataria negli ultimi due anni di milioni di euro per aggiornare i propri laboratori e invitata ad accorciare i percorsi di studio legandoli molto ad aziende e filiere vicine sul territorio. Proposta molto contestata, dobbiamo registrarlo, per il sapore gentiliano che ha evocato l’avviamento professionale, nonostante la rampa di lancio di marketing che ha cercato a sua volta di potenziare gli Its, cui queste scuole dovrebbero connettersi.

Giusto per dare qualche numero: per la realizzazione di laboratori per le professioni digitali del futuro (Azione 2 del Pnrr – Next generation labs) a livello nazionale sono stati destinati quasi 165 milioni di euro per le scuole del secondo ciclo di istruzione che abbiano attivo almeno un indirizzo di istituto tecnico o professionale.

Per il taglio del nostro giornale, ci occuperemo soprattutto di Bologna e di Emilia-Romagna. Lasciamo parlare i numeri e ricordiamo che i nostri territori sono tra quelli in cui storicamente la scuola non liceale ha le percentuali maggiori.  

Se rilancio doveva esserci, visto lo sforzo congiunto di fondi e comunicazione, non c’è stato. La riforma 4+2, ovvero la compressione della programmazione didattica (con un diploma anticipato di un anno) e il legame con un terzo livello di formazione tecnica (+2), non ha intercettato i progetti delle famiglie. E non ci sono molte interpretazioni possibili, né basta liquidare tutto con il ragionamento sprezzante che anche l’operaio vuole il figlio dottore. 

Il comunicato dell’Ufficio Scolastico della nostra regione documenta, rispetto all’anno precedente,  addirittura l’aumento di un punto percentuale dell’iscrizione ai licei (che passano dal 45,4% al 46,4%). A Bologna città e provincia il dato del liceo è del 50,6%, sostanzialmente in linea con la rilevazione precedente (l’anno scorso era al 50,7%). mentre i tecnici e professionali rimangono fermi nel complesso, perché compensano tra di loro aumenti e cali. Ci sono scuole che hanno aumentato gli iscritti senza passare al 4+2 e altre che sono state scelte poco, nonostante l’ok alla proposta di tagliare le ore di materie generali e rimettere in discussione l’organizzazione oraria.

Non si vedono scostamenti nell’opinione pubblica che autorizzino a promuovere le scelte e la direzione del ministro Valditara. Non è bastata nemmeno l’introduzione di figure che dovevano strategicamente spiegare alle famiglie come inserire i figli e le figlie in un flusso più ordinato di matching con il mondo del lavoro. Nonostante i comunicati spesso benevoli, c’è poco da interpretare sulla bocciatura popolare. 

Il comparto tecnico-professionale nel totale emiliano-romagnolo, cala rispetto all’anno scolastico precedente dell’1%, malgrado l’aumento delle Scuole con il 4+2. La perdita di un punto va a erodere in regione soprattutto la parte degli istituti tecnici, che vengono scelti dall’1,3% in meno. Proprio la parte che doveva essere più protagonista, perde iscritti anziché vederli crescere.

Colpisce soprattutto il dato di Reggio Emilia, dove nessun istituto tecnico ha scommesso sull’opzione proposta dal Ministero, dove si perdono addirittura 4 punti percentuali su questo ramo formativo, tanto che la delegata all’Istruzione Bedogni, nel comunicato della Provincia reggiana, non nasconde la preoccupazione sua e del tessuto produttivo di una zona molto importante. Difficile però attribuire il risultato negativo alla conservazione del piano di studi a 5 anni, e il dato bolognese lo dimostra. 

Bisognerà  prendere atto che le famiglie sono mosse da altri desideri, probabilmente anche spaesate da una narrazione ministeriale che alterna giorni in cui si parla di latino come nuova ancora di salvezza e altri in cui si schiaccia tutto su un’esaltazione delle tecnologie come panacea dei problemi strutturali del Paese, confinando la cultura storica e linguistica a collezione di anticaglie da mettere nella vetrina buona in salotto. 

Bisognerà guardare in faccia con un approccio molto diverso il tema dei saperi per il futuro e forse una lettura dei testi di Edgar Morin e del suo appello alla visione critica e olistica del sapere, che rimane ancora attualissimo nonostante alcune pubblicazioni ormai appartengano a qualche decennio fa. 

Forse anche una passeggiatina fuori dal palazzo di via Trastevere potrebbe bastare, visto che nella regione Lazio i licei sfiorano anche quest’anno il 70% degli iscritti e, di contro, il professionale attrae il 7% (esattamente come lo scorso anno).


Un pensiero riguardo “Nonostante milioni di investimenti l’istruzione tecnica alla Valditara non decolla

  1. È questo un tema su cui si dovrebbe riflettere di più, soprattutto prima di emettere norme o circolari con relativi finanziamenti che diventano solo flussi poco efficaci e non economici, perché senza un vero piano teorico di riferimento pluriennale. Certo il momento storico in cui il conservatorismo la fa da padrone non aiuta, visto che nonostante Morin ed i proclami la mobilità sociale è in forte crisi da decenni e si assiste, nonostante qualche passo avanti ad un ritorno alle dicotomie passate corpo/mente, teoria/pratica, umanistico/scientifico… Però in tutto ciò c’è un tema della scuola che dovrebbe essere affrontato: quali sono le differenze fra i licei e i tecnici e i professionali che fanno scegliere di più i primi, senza accorgersi spesso che si rischia di avere diplomati non in grado di fare scelte? Non tanto sono da confrontare i curricula, ma altre differenze, per esempio: % di studenti di altre nazionalità nelle diverse classi prime; i voti di uscita dalla scuola media di I grado di ogni classe prima; % di docenti precari nei vari ordini di scuola; % di DSA (di tipo psichico soprattutto), ma in particolare di BES presenti nelle diverse classi. BES spesso poi definiti tali anche se sarebbero più imputabili a disagi culturali, vedi rapporti fra figlio maschio e donna in molti paesi musulmani e corpo docente della classe tutto di femmine.
    Aver promosso, soprattutto per i professionali, dei percorsi con pochissime ore di laboratorio (officina) e più di teoria, ha prodotto un depauperamento di risorse e perdita di possibilità educativo/formative nell’illusione che i tanti progetti che provengono dall’esterno in modo schizofrenico siano la panacea. Danno invece solo adito a maggior perdita di senso, e con l’aggiunta della precarizzazione di molti docenti e i tempi scolastici di continuità di un serio intervento didattico sono frammentati e ridotti all’osso.
    Ma ciò che si è voluto e si vuole della scuola statale è proprio questo: annullarla, così la democrazia viene attaccata alla sua base; meglio avere un popolo massa, pecora, da indirizzare.

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