Quel muro di omertà che protegge gli assassini di Graziella Fava

Mezzo secolo dopo aver dato fuoco al sindacato dei giornalisti in via San Giorgio, finendo per assassinare una domestica, e dopo aver provato a uccidere col fuoco due cronisti e le loro famiglie, Gatti Selvaggi e sodali non sentono il bisogno di confessare un delitto che finì per colpire, in nome della “giustizia proletaria”, una donna di popolo. Le porcate di guerra sono tali chiunque le faccia. La verità è facile pretenderla dagli avversari ma è un dovere politico. Il silenzio è roba mafiosa

di Giampiero Moscato, direttore cB


Dopo 46 anni sono ancora senza nome i tre assassini che, il 13 marzo 1979, in nome di una repellente idea di “giustizia proletaria”, attaccarono con un raid incendiario l’Associazione stampa Emilia-Romagna e Marche, finendo per uccidere una donna di popolo.  Graziella Fava, 49 anni, aveva la sventura di lavorare nell’edificio di via San Giorgio, nel pieno centro di Bologna, che ospitava la sede del sindacato regionale dei giornalisti. Il fumo che devastò l’Assostampa soffocò la collaboratrice familiare che, prima di morire, fece in tempo a salvare la vita all’anziana che accudiva.

Ci ritorno sopra qualche giorno dopo l’anniversario di quello schifoso delitto. Il 13 marzo scorso ho partecipato, da iscritto al sindacato e all’ordine dei giornalisti, alla commemorazione che si è dipanata tra l’incontro pubblico nel nome di Graziella Fava, la posa della lapide che finalmente ricorda sul muro dello stabile l’attentato omicida, il rito della corona di fiori nel giardino del Quartiere Porto-Saragozza intitolato a questa proletaria, vittima della crudele stupidità di un terrorismo folle e cialtrone. Sono stato male a vedere le lacrime del figlio di Graziella, Emilio Baravelli.

Ci torno sopra anche dopo aver letto, qualche giorno fa, che l’ex Br Lauro Azzolini, 50 anni dopo, ha deciso di dire che c’era anche lui il 5 giugno 1975, nel giorno in cui alla Cascina Spiotta, nell’Alessandrino, «sono morte due persone che non dovevano morire», secondo le parole che ha detto in corte d’assise ad Alessandria. Alludeva alla brigatista Mara Cagol e all’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. Varcati gli 80 anni, quell’uomo ha parlato per dire che «la morte di una persona cara è un dolore incancellabile che ti porti dentro per tutta la vita, per tutti e senza distinzioni». Il dolore per Mara, uccisa secondo il suo racconto quando si era oramai arresa e aveva le mani alzate, ha lo stesso valore di quello di Giovanni, morto durante le prime fasi dello scontro a fuoco, ha detto davanti al figlio del militare, Bruno D’Alfonso.

Ecco, a me le lacrime di Emilio Baravelli hanno fatto male perché se c’è una persona che proprio «non doveva morire», per citare Azzolini, è Graziella Fava. Non era entrata nella lotta armata, non vestiva una divisa militare, che purtroppo espone a rischi: aveva il grembiule e i guanti di gomma della colf. Aiutava a vivere, lavorava per vivere, è morta riuscendo a far sopravvivere la donna che accudiva. Doveva vivere, no?

Chi l’ha uccisa avrà mai quel sussulto di umanità che muove gli Azzolini? I Gatti Selvaggi volevano colpire i giornalisti. Non una badante. Volevano far male alla stampa perché i giornali non avevano preso le parti dei “Prima Linea” Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni, rimasti uccisi a Torino in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. I funerali della Azzaroni furono celebrati a Bologna. Al corteo funebre, passato per il centro storico – che invece non era stato concesso in occasione dei funerali di Lorusso – parteciparono oltre 1.500 persone. All’interno dello stesso movimento si scatenò il conflitto tra chi era contro la lotta armata e chi invece in qualche modo la giustificava. In troppi.

Bene, anche io sono un ragazzo del ’77, sono stato nel Movimento, ho sofferto la fine dell’adolescenza di un’intera generazione con l’assassinio di un nostro compagno, l’11 marzo 1977, Francesco Lorusso. Non ho storie violente nel mio passato, non ho mai picchiato nessuno, né rotto vetrine. Ma sono parte di quel Movimento al quale riconosco di aver dato le ali alla libertà. Purtroppo non solo a quella.

E allora chiedo: possibile che nessuno sapesse chi c’era dietro o dentro i Gatti Selvaggi, che qualche giorno dopo l’assalto all’Assostampa provarono a dar fuoco alle abitazioni dei giornalisti Enaide Onofri dell'”Avanti” e Gian Luigi Degli Esposti del “Resto del Carlino”, rimasti illesi insieme ai loro familiari per puro caso? C’erano dei bimbi, in quegli appartamenti.

E allora insisto: se siamo pronti a condannare le porcate che si fanno in guerra, possibile che nessuno senta il bisogno di dare giustizia e verità a gente come i familiari di Graziella Fava? Ma l’omertà non è un sinonimo di mafiosità? Cosa c’è di rivoluzionario nell’assassinare una colf o nel dar fuoco a giornalisti e famiglie e ai sindacati? Cosa c’è di socialista, di libertario, di progressista in questo scempio di giustizia? Nulla. Scrivo queste cose in nome di Graziella Fava e di chiunque sia rimasto vittima di giustizieri senza giustizia e senza onore.


6 pensieri riguardo “Quel muro di omertà che protegge gli assassini di Graziella Fava

  1. Caro Moscato sottoscrivo le sue parole “vittima di un terrorismo folle e cialtrone” aggiungerei solo anche profondamente vile e stupido.
    Valter Giovannini

  2. Qualcuno della “vecchia” Prima Linea doveva sapere, ma non ha mai parlato. Erano della generazione degli anni ’50 – ’60. Qualcuno dovrebbe essere ancora in vita. Magari, più di uno.

  3. Caro Giampiero, purtroppo dubito che uno degli assassini trovi il coraggio di assumersi la responsabilità di quell’omicidio. Pensare che può essere ancora in città, che possiamo incrociarlo sotto le Due Torri, al supermercato, in trattoria negli abiti di un ‘tranquillo cittadino’, con tanto di pancetta e calvizie, non fa che aumentare la rabbia, anche dopo 46 anni. Non so se all’epoca le indagini fecero un corso corretto, ma so che ritentarle sarebbe la cosa più corretta.

  4. Giampiero Moscato, giornalista e docente alla Scuola di giornalismo, interviene con rammarico e pure un po’ di rabbia, perché, ancora oggi dopo quasi cinquant’anni un muro omertoso della zona grigia intorno al terrorismo brigatista non ha consentito di far emergere i colpevoli dell’attentato alla sede di Assostampa in cui Graziella Fava morì soffocata. Moscato ricorda poi un recente intervento dell’ex Br Lauro Azzolini che parifica la morte di Mara Cagol con quella del carabiniere. Azzolini sostiene che la Cagol sia stata uccisa ingiustamente. Moscato, che pur da giovane ha vissuto il 1977 bolognese, esprime tutto il suo dolore di fronte alla morte ma pure sdegno di fronte alle dichiarazioni dell’ex Br.
    A Bologna, nelle Istituzioni a Palazzo d’Accursio, non esiste la consapevolezza, pur nella umana pietà, di distinguere fra il bene e il male. Presto la vice sindaca organizzerà un convegno sugli anni’70 bolognesi che, lo ha detto lei, coinvolgerà anche le responsabilità dei governi di Bologna delle amministrazioni Pci, a cominciare dal sindaco Renato Zangheri.
    Che tristezza, che ignoranza della storia vera. Povera Bologna

  5. Caro Giampiero, come sai questa storia è un po’ la mia ossessione di giornalista. Molti sapevano, molti sono ancora vivi perché all’epoca erano giovanissimi. Il capo di Prima Linea a Bologna, Maurice Bignami, mi ha detto che chi ha dei figli, se non ha parlato allora non parlerà più. Sono vili, non parlano per la vergogna di avere ammazzato una donna del popolo. Alcuni di quelli che volevano fare la rivoluzione bruciando i giornalisti sono ancora in mezzo a noi, magari hanno fatto carriera. E’ inquietante anche il fatto che gli atti di quell’inchiesta, rapidamente archiviata, non si trovino più. Io stessa con il sindacato dei giornalisti e l’Ordine ho scritto al procuratore capo per capire se c’è la possibilità di riaprire l’inchiesta per quell’omicidio che in realtà, per come venne compiuto, si configurava come strage. Purtroppo, si sa, i procuratori capo vanno, ma i morti restano. Vedo che qua sopra hanno scritto anche il dottor Giovannini e il dottor Candi. Mi piacerebbe tanto si mettessero assieme giornalisti, magistrati e istituzioni per chiedere la riapertura dell’inchiesta e dare giustizia alla prima vittima del terrorismo a Bologna e alla sua famiglia. Grazie per tenere vivo il ricordo di Graziella Fava.

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