Dopo la vittoria in Coppa Italia, godiamoci il pressoché inedito scenario di una Bologna sportiva che torna rilevante su tutti i fronti e la parabola ascendente di un allenatore già iconico come Vincenzo Italiano
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Che tra Vincenzo Italiano e le finali ci sia un rapporto d’amore e odio ormai lo sanno anche i sassi, nel Belpaese che ospita i Papi ma fa del calcio la sua vera religione di Stato.
Certo si potrebbe obiettare che il viola porta scalogna – sul rossoblù invece niente da ridire – e che il Milan quest’anno è davvero una squadra cinica, ma nel senso greco del termine. Eppure, dopo la serata di ieri, la sensazione che gli incantesimi rotti da questa vittoriosa campagna di Coppa Italia siano almeno due – la cinquantennale astinenza da grandi trofei del Bfc e la malasuerte del suo allenatore – potrebbe suggerire anche agli osservatori più critici, abbondanti sotto le Torri, che se le cose dovessero rimanere come sono di soddisfazioni, negli anni a venire, la squadra di Joey Saputo potrebbe regalarne più d’una. E non si parla soltanto di semplici qualificazioni.
Ovviamente scaramanzia e almanacco suggeriscono prudenza, dunque benvenute per una volta le fugaci toccatine alle parti meno nobili del corpo e a metalli di vario genere e provenienza. Non è più possibile, tuttavia, nascondersi dietro ai distinguo facendo finta che un vento nuovo, negli ultimi anni, non abbia sospinto la squadra cittadina a un livello superiore. Lì dove vincere, a lungo andare, si trasforma da sogno in ambizione, infine in consuetudine.
Per rimanerci, innegabile, larga è la foglia e stretta la via. Mangiarla, nonostante il saporaccio, è l’unico modo per ottenere il risultato. Il che significa innanzitutto ulteriori investimenti sul campo, ma anche tutto intorno. A cominciare, per cortesia, da uno stadio finalmente degno di questo nome. In fondo, almeno a guardare le esperienze altrui, non pare affatto di chiedere la Luna.
Nell’attesa che anche questa partita si sblocchi, godiamoci il pressoché inedito scenario di una Bologna sportiva che torna rilevante su tutti i fronti – all’appello mancano soltanto i “volatili”, ma non chiediamo troppi miracoli tutti insieme – e la parabola ascendente di un allenatore già iconico che, se non commetterà peccato di superbia come il suo predecessore, potrà lasciare da queste parti un segno che profuma di storia pur senza la necessità di inciderlo su qualche colonna di portico.
Chissà che anche lui, a lungo andare, non possa abituarsi ai discorsi dal Quirinale – taglia della giacca da rivedere, by the way – e trasformarsi davvero da cavallo di razza in cavallo di Coppe. Il Re, d’altro canto, viaggia indiscutibilmente tra Reggiolo e San Paolo del Brasile.
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