I volontari della Srl, nata nel 2012 su iniziativa di Marchesini group, Ima, Gd e Fondazione Aldini Valeriani, hanno appena ricevuto la Turrita d’Argento per «lo straordinario esempio di partecipazione e solidarietà svolto all’interno del carcere»
di Barbara Beghelli, giornalista
Con il lavoro, qualificato e dignitoso, si possono migliorare moltissimo le proprie condizioni sociali, dunque personali, e uscire dal tunnel; anche da quello della Dozza. Il perché e il percome ce li racconta Valerio Monteventi, che a Bologna tanti conoscono, visto che è stato anche consigliere comunale dal 1993 al 2009, prima per Rc poi come indipendente.
Spiega, Monteventi, parte attiva del progetto Fid che andiamo a raccontare: «Noi cerchiamo di trasformare la pena in aiuto concreto, la sofferenza in riflessione. Proviamo a costruire nuove e positive prospettive e sai perché? Siamo consapevoli che uscire da una cella non basta per rifarsi una vita. Perché questo accada, occorre invece uscire dal pericoloso loop che in quel luogo di pena ti ci ha fatto finire».
Parla del noi, Monteventi, perché appunto si riferisce al gruppo Fid, Fare impresa in Dozza, il cui presidente è l’imprenditore bolognese Maurizio Marchesini.
È nata nel 2012 e i volontari, lunedì 26 maggio, hanno ricevuto la Turrita d’Argento per «lo straordinario esempio di partecipazione e solidarietà svolto all’interno del carcere». Ma di cosa parliamo? Fid è una Srl, un’officina meccanica, un capannone dove gli operai montano gruppi e formati per macchine automatiche per l’impacchettamento di prodotti. Gli addetti, tutti assunti, sono detenuti, con pene medie e lunghe e anche qualche ergastolano.
I soci fondatori della Srl sono le aziende Marchesini, Ima e Gd, ognuna col 30% più la Fondazione Aldini Valeriani (10%). Successivamente si sono aggiunte Faac e Granarolo. L’amministratore delegato di Fid è Gianguido Naldi, mentre Monteventi ricopre l’importante ruolo di capofficina organizzativo e sociale, «con turno dalle 8,45 alle 14,45». A lui spetta il compito di organizzare il lavoro e facilitare il dialogo tra i tutor, 13 i volontari in pensione che lì lavorano a rotazione un giorno a settimana, e i 16 dipendenti detenuti.
I tutor si dedicano alla formazione degli operai (che prima hanno fatto un corso di 600 ore) e li seguono nel lavoro quotidiano in fabbrica, trasferendo contenuti tecnici per il montaggio e l’assemblaggio di pezzi meccanici e la costruzione di componenti. Offrono le loro competenze, la loro professionalità, soprattutto la loro umanità in questo generoso tentativo di recuperare alla vita normale persone che hanno sbagliato, ma che possono essere re-inserite.
La formula consiste quindi nella creazione di una vera e propria impresa sociale all’interno della Casa Circondariale a seguito di un percorso di formazione tecnica a cura della Fondazione Aldini Valeriani e di professionalità che potranno essere inserite sul mercato del lavoro, più precisamente nelle aziende della filiera dei soci fornendo ai detenuti un’opportunità di occupazione stabile e duratura, recuperabile nella vita successiva al compimento del periodo detentivo.
Monteventi parla del suo lavoro con entusiasmo ma senza nascondere la fatica: «La mattina, quando entriamo in carcere, passiamo prima dal blocco, un piccolo fabbricato attrezzato per il controllo delle persone che accedono ed escono dall’istituto dove siamo sottoposti ad una specie di setaccio che ha il compito di trattenere tutto ciò che non si può introdurre in un carcere».
Ci tiene a sottolineare che in questa esperienza lavorativa e sociale è fondamentale divulgare che «a fronte di un indice di recidiva di una media nazionale che supera il 70%, noi siamo a meno del 10%», questo per dire che «creando percorsi alternativi si possono ottenere notevoli risultati, mentre più carcere produce solo più carcere».
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