Coordinamento di Quartiere sull’Ipm. Si parte a settembre

C’è tempo fino al 15 settembre per iscriversi a questa rete di associazioni e cittadini che si pone innanzitutto l’obiettivo di aumentare la connessione tra la comunità e l’Istituto penitenziario minorile di via del Pratello, il Quartiere e la città. In che modo? Diffondendo in primis una conoscenza autentica sull’esperienza della reclusione e sulle possibilità di emancipazione che si possono costruire

di Ilaria Gamberini e Cristian Tracà, consiglieri di quartiere Porto-Saragozza


Avevamo promesso che sarebbe stata questione di settimane e così è stato (qui). Il Tavolo di coordinamento per il volontariato all’interno dell’Istituto penitenziario minorile ‘Pietro Siciliani’, e della comunità ministeriale connessa, aprirà i battenti a settembre, mettendo insieme le realtà che risponderanno alla call che è stata da poco pubblicata dal Quartiere Porto-Saragozza.

C’è tempo fino al 15 settembre 2025 per candidare la propria realtà associativa o il gruppo informale di cittadini e cittadine di cui si fa parte, compilando un semplice documento indicato nell’avviso (qui).

Raccolte le adesioni, si partirà con una prima convocazione che sarà utile per conoscere gli operatori, le operatrici e la parte amministrativa che segue i ragazzi, cercando di colmare i bisogni che a oggi non riescono a essere coperti.

Le aspettative sono alte, vista la sensibilità che c’è sul territorio, ma è giusto precisare che non si parte da zero e che bisognerà fare tesoro del lavoro di chi da anni opera con i minori nelle strutture di via del Pratello, persone che sicuramente saranno valorizzate come guide per chi invece deciderà di entrare per la prima volta, imparando a convivere con le regole di un contesto ad alta fragilità.

Questa rete di coordinamento si pone innanzitutto l’obiettivo di aumentare la connessione tra la comunità e l’Ipm, il Quartiere e la città. In che modo? Diffondendo in primis una conoscenza autentica sull’esperienza della reclusione e sulle possibilità di emancipazione che si possono costruire per persone ancora minorenni e che hanno grandissimi margini per formarsi, trovare un percorso, un lavoro e un posto nel mondo, una volta esaurita la condanna.

Quanto può incidere una comunità attenta sul destino di chi è recluso? Molto. Questo percorso serve per riempire dei vuoti, per mostrare più strade possibili, per evitare che chi ha sbagliato sia condannato a una vita instabile, di emarginazione, di pericolo, di senso di impotenza e di sconfitta introiettato per sempre.

Ogni tanto penso a come cambierebbe la percezione di questi ragazzi rispetto alla propria immagine e al mondo, se venissero a conoscenza anche solo superficialmente del numero di persone e realtà in città che sono disposte ad aiutarli, sinceramente dispiaciute e preoccupate per le condizioni in cui passano le loro giornate. Sono tante, non fanno notizia, e non hanno chiuso la porta, sanno andare oltre il pregiudizio, conoscono le potenzialità dell’incontro e dell’ascolto.

C’è una strofa di una poesia di Danilo Dolci, che, nonostante l’usura della citazione, credo sia ancora utile per chi non pensa di poter trovare il bandolo della matassa rispetto a un segmento di adolescenti difficili:

«C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato».

Lo spirito ambizioso di questo percorso nasce in questo segno. La franchezza e la possibilità. Non c’è bisogno di raccontare una realtà che non esiste, ma c’è la speranza per aprire percorsi di lavoro, di formazione, di studio che recuperino la progettualità di vita, come ancore da posare per costruire un percorso di riscatto.


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