La testimonianza di Giorgio Monti, internista del Pronto soccorso dell’Ospedale Sant’Orsola e volontario di Emergency nella Striscia di Gaza, è uno sprone a non arrendersi allo sconforto continuando a ribellarsi, ognuno secondo le proprie possibilità, alla violenza feroce dell’uomo sull’uomo
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
«…Sono una vittima innocente di un vicolo cieco e sono stanco di tutti questi soldati intorno». Sono i versi di una canzone di Tom Waits, “Tom Traubert’s Blues”, che mi ritorna in mente dopo aver ascoltato il racconto sulle condizioni di vita a Gaza di Giorgio Monti, internista al Pronto Soccorso del Sant’Orsola di Bologna che ha partecipato a diverse spedizioni umanitarie organizzate da Emergency.

Il medico sintetizza la sua esperienza nella Striscia attraverso il racconto di un ambiente circostante assediato dalla disumanità provocata dalle incursioni militari: «Sono stato lì fino a un mese fa e per circa nove mesi. Fuori da Gaza è difficile rendersi conto di cosa succeda, è difficile rendersi conto realmente del disastro anche per il negato accesso nella striscia alla stampa internazionale».
L’uccisione di migliaia di persone e la distruzione totale di vaste aree delle città, delle loro abitazioni e delle infrastrutture civili e ospedaliere hanno privato i gazawi dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e di altri diritti fondamentali. Una situazione aggravata dal fermo degli aiuti legati a beni di prima necessità, cibo compreso, ricorda Monti, sottolineando il fatto che la situazione a Gaza «ha raggiunto un livello di proporzioni catastrofiche per l’umanità».
Quello che colpisce del suo racconto è la devastazione totale delle persone con le quali è venuto a contatto: «Il massimo che puoi fare è rispondere al grido d’aiuto di chi riesce ad arrivare nelle strutture sanitarie per essere soccorso e medicato, senza prestare ascolto allo sconquasso dei boati provocati dalle bombe. E mentre operi devi saper dare ascolto ai racconti dei feriti».
Il dramma dei civili illesi, spinti dall’esodo a perdere la propria identità e il proprio futuro, è legato alla consapevolezza di chi esce dai territori e sa che non farà più ritorno o di chi resta e sa che andrà incontro a incessante violenza, violazione sistematica dei diritti umani e grave malnutrizione. È facile trovarsi davanti allo strazio di una madre che per sfamare i figli si aggira per le mense della carità, oramai anche queste sguarnite, senza poter aiutare.
La ricerca del cibo, nella prima fase della guerra, dice il medico, è stata «non facile ma possibile» mentre ora «è difficile e piena d’insidie. Trovare cioccolata, zucchero, caffè, carne, verdure è impossibile se non al mercato nero. Chi lavora adesso nella Striscia fa la guardia, il driver, le pulizie nei centri ospedalieri e in alcuni casi l’insegnante, ma non riesce nemmeno a comprare un kg di zucchero, che costa 100€, o la farina che va a 30€ il kg. Le sigarette, poi si comprano a “centimetri”, una intera costa 40€».
La battaglia che dal 7 ottobre del 2023 si è spostata sul territorio della Striscia di Gaza «non è una guerra tra due eserciti, come ho potuto appurare dalle ferite dei ricoverati. Con i colleghi, a fine della giornata, quando ci salutiamo, il “ci vediamo domani” è una augurio. Non si sa mai quello che può accedere il giorno dopo. Può capitare di non riuscire ad arrivare in ospedale al mattino, impediti dai bombardamenti, bloccati sulle strade invase da macerie o, ancora peggio, impegnati a organizzare il funerale di un parente o di un amico».
Monti rimarca poi la scarsità di medicinali: «Oggi in certi ospedali non si possono fare medicazioni con farmaci analgesici o di supporto adatti a portare avanti interventi chirurgici. So che alcuni hanno decretato la chiusura delle sale operatorie. Anche la condizione psichica degli abitanti nella Striscia di Gaza non è favorevole. Si manifestano gravi problemi psichici che certo non sono aiutati dalla penuria di farmaci per la cura dell’ansia e dei problemi psichiatrici».
I residenti stremati vivono una condizione di frustrazione. Esorcizzare l’atroce quotidianità è possibile solo quando il discorso cade su argomenti di natura diversa dalla guerra, come le discussioni sulle partite di calcio o, per i bambini, le bolle di sapone che l’infermiera Amanda utilizza come distrazione.
I diritti dei più piccoli, manco a dirlo, sono i più villipesi. I bambini giorno per giorno si vedono rubata l’infanzia e vivono soprattutto per essere impiegati in funzione dei bisogni familiari, specie quelli legati alla ricerca del cibo. Quasi tutti non possono andare a scuola. Immersi in quest’apocalisse subiscono un danno immenso, dove a trovare terreno fertile sono sentimenti come l’odio e il desiderio di vendetta. Rari sono per loro i momenti in cui tentare di sfuggire all’orrore che devasta la crescita. È questo il caso in cui cercano sogni spezzati, se giocando a calcio o rincorrendo in solitaria una ruota di gomma o ferro poco importa.
Un’ultima considerazione legata alla guerra il dottor Monti, che tornerà nella Striscia il 4 settembre, la riporta legandola al ricordo del suo «amico» Gino Strada, fondatore di Emergency: «È uno scandalo la mancanza di umanità che si manifesta oggi. Dobbiamo convincerci che lo strumento della guerra non funziona per regolare i rapporti tra i Popoli. L’unico modo per aiutare il mondo è impedire la guerra».
Un compito che leggendo le cronache sembra impossibile, ma che non ha impedito a un gruppo di cittadini bolognesi di organizzare, dal 3 al 17 agosto, la “Staffetta per le donne di Gaza”: Ogni giorno, avvicendandosi tra loro nel presidio di piazza Nettuno, i partecipanti hanno raccontato, leggendo alcune testimonianze, il dramma di bambine e bambini morti per fame o uccisi dai bombardamenti israeliani.

Un tentativo di risposta all’idea che, da qui, nessuno di noi possa fare nulla. Uscire e rifiutare il silenzio riempiendo lo spazio pubblico e testimoniando la vicinanza a chi, inerme, vive ogni giorno questa tragedia sulla propria pelle.
A conclusione della staffetta, ieri, sono state chiamate a essere presenti tutte le persone che vi hanno partecipato e in rappresentanza del Comune di Bologna è intervenuto l’assessore Daniele Ara.
Photo credits di copertina: Ansa.it

E chi siede nei luoghi istituzionali, votato/a in una lista che poi non continua a seguire, accetta di dare armi e soldi (dei risparmi privati per esempio, vedi CdP) all’industria israeliana.
Evviva la perdita dei diritti umani e dei tribunali internazionali contro i crimini di guerra. Tutti i criminali si muovono tranquillamente per il mondo.
Intanto lasciamo fare sport a squadre israeliane nel calcio e nel basket (coppe europee?) e andiamo a vedere queste partite e altri incontri sportivi di altri sport. Genocidi nel mondo a go go; quando toccherà a noi?