Villa Aldini sotto restauro, un gran bene per Bologna

La tradizione orale narra che Napoleone, portato sul Colle dove sorgeva un piccolo santuario, colpito dal panorama esclamò: «Qui ci starebbe bene una villa». Antonio Aldini, ministro napoleonico, la fece edificare ma Bonaparte non tornò mai più. Caduto l’Imperatore, il patriota e affarista preferì trasferirsi a Pavia sotto la protezione asburgica. Dopo gli espropri e i furti dei francesi al patrimonio della Chiesa, tra la gente, di nascosto, girava questo motto: «Libertè, egalitè, tot a tè gnint a mè»

di Angelo Rambaldi, “Bologna al Centro – L’Officina delle Idee”


Le “magnifiche sorti e progressive” fecero banco per oltre un secolo, con esito non sempre da ricordare. Tutto iniziò con l’arrivo a Bologna alla fine del ’700 dei francesi e di Napoleone.

Di quella ventata di libertà, in realtà riservata a non moltissimi, c’è a Bologna la testimonianza di un bell’edifico sulla collina, la villa Aldini. Si tratta un eccellente esempio, fra i migliori, di architettura neoclassica. La sua storia è interessante ed emblematica. Oggi la villa è interessata, ed è un gran bene, da un restauro. È visibilissima la singolare, e bella, copertura del tetto, bianca, che ripara gli artisti e gli operai nel restauro.

Andiamo alle origini. Sul colle vi era un piccolo santuario, la Madonna del monte, che aveva incorporato una rotonda di stile romanico originaria del 1116. Poco lontano vi era, e vi è, un convento francescano, San Paolo in monte. Oggi è ancora presente ma, purtroppo, non è più convento…

Napoleone, che il 24 giugno 1805 era Imperatore, con la moglie (che in quella data era ancora Giuseppina di Beauharnais), fu ospite – con il suo seguito di carrozze a tiro di sei cavalli – nella villa-palazzo dei Marescalchi, sulla strada dell’Osservanza. Marescalchi era stato un aristocratico che sedeva nel Senato di Bologna e si era velocemente riciclato, divenendo un fedele “napoleonide”. Dopo un succulento pranzo, Napoleone con seguito salì in vetta al colle. Qui giunto, restò fortemente impressionato dal panorama e, si narra, avrebbe esclamato che in quel posto ci sarebbe stata «molto bene una villa».

In quel momento, come detto, vi era una chiesa. Faceva parte del gruppo con l’Imperatore l’avvocato Antonio Aldini, che già a quella data era un importante ministro italiano di Napoleone. Dopo la partenza da Bologna di Bonaparte, Aldini si mosse veloce per costruire una villa che, nelle intenzioni, sarebbe stata la residenza di Napoleone quando sarebbe venuto a Bologna.

L’Aldini, come altri borghesi bolognesi, fu un eccellente uomo di governo, un innovatore. Tuttavia non disdegnò di curare i suoi interessi. Grazie ai francesi, dopo aver espropriato (si legge “furto legalizzato”) i beni immobili della Chiesa come conventi, case e soprattutto le proprietà delle tenute agrarie, fece una notevole fortuna economica diventò un latifondista. Per cominciare a trovare materiale per la nuova villa, atterrò la chiesa e buttò giù anche la chiesa di San Paolo del monte sull’Osservanza: questa chiesa fu poi ricostruita nel secondo decennio dell’800.

Nel 1811, ancora Napoleone Imperatore, la villa opera dell’architetto Giuseppe Nadi era compiuta ed era costata 100.000 scudi. Ma Napoleone dopo il 1805 non tornerà più a Bologna. La villa ebbe quindi una triste storia, anche perché all’esterno era finita, ma all’interno rimase spoglia. Per un breve periodo, durante la restaurazione pontificia, divenne chiesa, poi rischiò di essere demolita. Oggi questo restauro è dunque benvenuto.

L’episodio di Napoleone non ha delle fonti scritte, non c’è nemmeno nel “Diario bolognese” di Giuseppe Guidicini. È piuttosto una tradizione orale. Aldini – anche questo racconta un po’ la personalità dell’uomo – caduto Napoleone, viveva una posizione economica florida. Ma, troppo compromesso con il Governo Pontificio che stava rientrando anche a Bologna, preferì finire i suoi giorni a Pavia, sotto l’aquila bicipite del Governo Asburgico. All’epoca nelle campagne bolognesi, con l’arrivo dei francesi e il decollo della borghesia capitalistica, circolava una filastrocca (detta di nascosto, perché si rischiava la galera): «Libertè, egalitè, tot a tè gnint a mè».


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