Metafisica da stress post-traumatico

Al contrario di Barbara Beghelli, pur rifiutando a mia volta la violenza come mezzo di espressione d’identità, io non riesco a condannare con decisione chi, di fronte a un genocidio come a qualunque altra forma di ingiustizia sociale, di genere o economica, sente di dover esprimere il proprio dolore e la propria rabbia in forme diverse da quelle di una compostezza socialmente accettabile e tutto sommato innocua

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


C’era una volta un non detto, nelle redazioni di giornali – fatta salva “la Repubblica” di Scalfari, cui il qui presente deve praticamente tutta la sua passione per questo mestiere – per cui quando un giornalista prende in mano la penna, di norma, non lo fa mai per dare contro a un collega con cui condivide, se non la scrivania, almeno la testata.

Mi perdonerà quindi Barbara Beghelli, collaboratrice di questa rivista fin dalle origini, se trasgredisco all’antica consuetudine – continuo a sostenere che la trasgressione delle regole, così come la loro osservanza, è un’arte da riscoprire – e alzo la mano per dire che rispetto al suo ultimo editoriale (qui) non solo non sono d’accordo, ma lo contesto con decisione.

Del resto, questa rivista è nata per dibattere e non è la prima volta che accade, in alcuni casi anche tra fondatori. Perciò si potrebbe dire, certo con una punta di presunzione, che la vera consuetudine, per quanto ci riguarda, sta esattamente in quest’altra – e decisamente opposta – cornice valoriale.

L’urgenza di scrivere quanto segue, in particolare, me l’ha data il sottile timore – ma, senza falsa modestia, oserei dire la spessa convinzione – che nella maggioranza dei casi, commentando ciò che accade, tanto gran parte della nostra categoria quanto una buona fetta dell’opinione pubblica condanni con gran durezza quei comportamenti che in realtà, nelle profondità più recondite del proprio animo, non trova il coraggio di attuare da sé.

A mio parere l’errore primo, in questo processo, sta nella vetusta dicotomia tra l’Io percipiente e la realtà percepita. Perché com’è ormai noto essa non è un insieme di fatti da noi totalmente avulsi che accadono in maniera più o meno casuale, ma invero la manifestazione di un inconscio collettivo che si esprime in modi e forme non necessariamente coerenti tra loro. Da questo assunto deriva – o meglio, dovrebbe derivare – la consapevolezza che, se non puoi vedere qualcosa o qualcuno, non significa che non sia davanti ai tuoi occhi; se non puoi sentirla, non significa che non ti parli; se non puoi viverla, non significa che non esista. A voler essere completamente onesti con sé stessi, poi, il passo ulteriore da compiere sarebbe quello di chiedersi, infine, il perché questo non ci accada.

In questo senso a Beghelli si potrebbe rispondere subito che la sensazione di tensione e paura di cui si lamenta, come più o meno inconsapevolmente ammette lei stessa attraverso i paragoni storici che porta, non è una novità degli ultimi tempi ma un pattern che si ripete ciclicamente, per non dire da sempre. Tanto che non ho dubbi si potrebbero scorrere gli almanacchi à rebours fino alle origini dell’umanità per trovare, sempre e comunque, un fatto sociale più o meno violento e qualcuno che lo condannasse con veemenza asserendo che non si era mai visto, in tanti anni, un tale livello di depravazione. Persino la soluzione, gira che ti rigira, è sempre la stessa: abbassare i toni, moderare gli atteggiamenti, placare gli animi e così via…

Dunque c’è qualcosa di sbagliato in questo modo di re-agire? Sì, se ci serve per nascondere la testa sotto la sabbia e ignorare il problema. No, se siamo consapevoli che quando lo facciamo non stiamo rompendo una catena di eventi storici più o meno unici, ma stiamo in realtà performando secondo le leggi e le fasi con cui la nostra natura umana elabora il trauma in tutte le sue forme. Un trauma che in questo caso, ancor più perché collettivo, non si può certo pretendere venga elaborato in modalità e tempistiche identiche per tutti.

La ragione per la quale un’educazione emotiva ricevuta fin dall’infanzia non sarebbe soltanto utile ma necessaria, quindi, sta tutta qui. Perché in maniera non dissimile da quanto accade per l’individuo, lo sviluppo di una società si misura nella capacità di vivere e assorbire, senza arbitrari limiti di tempo e senza esserne inesorabilmente sopraffatta, il ventaglio più ampio possibile di emozioni e reazioni scatenate dallo stesso fatto. Così come l’incisività di un’epoca storica è dettata primariamente dal grado più o meno intenso di apatia collettiva raggiunto – o rigettato – da coloro che quell’epoca vivono.

Ecco allora perché, al contrario di Beghelli, pur rifiutando a mia volta la violenza – compresa quella sui giornalisti – come mezzo di espressione d’identità, io non riesco a condannare con decisione chi, di fronte a un genocidio come a qualunque altra forma di ingiustizia sociale, di genere o economica, sente di dover esprimere il proprio dolore e la propria rabbia in forme diverse da quelle di una compostezza socialmente accettabile e tutto sommato innocua.

Anzi, a dire il vero, sento di dover loro un sincero ringraziamento. Perché con le loro reazioni scomposte e i loro comportamenti sregolati, per quanto fastidiosi e inutili possano apparire a chi li depreca, svolgono un servizio che non ho timore a definire di “salute pubblica”: quel momento in cui, osservandoli come se ci guardassimo allo specchio, riconosciamo quelle parti di noi che abbiamo soppresso e sepolto chissà dove dentro noi stessi, soltanto per paura di soffrire o di non essere accettati dagli altri.


5 pensieri riguardo “Metafisica da stress post-traumatico

  1. la violenza non è mai la via per esprimere idee, soprattutto quando colpisce collateralmente soggetti inermi e non coloro a cui ci si vuole opporre.
    Vorrei sapere se chi ha avuto le auto bruciate o le vetrine sfasciate (e magari erano pure della stessa idea dei manifestanti) desidera porgere un sincero ringraziamento per il servizio di “salute pubblica” che hanno ricevuto.

  2. Per una volta invece mi trovo daccordo con l’autore dell’articolo. La violenza di chi ne ha il monoplio e che la dovrebbe usare cum grano salis e invece ne abusa militarizzando un intero settore della città per un puntiglio dove la mettiamo? Della polemica pre elettorale tra Piantedosi e Lepore del resto interessa più ai polemisti che ai cittadini suppongo. Del resto entrambi quando si tratta di risolvere problemi legati al sovraesposto ed abusato tema del degrado rispondono esclusivamente rinfacciandosi mancanza di presidio del territorio a suon di aumento di numero di volanti e inutili operazioni simpatia con inaugurazioni di giostre in piazza XX settembre. Che sia legato al fenomeno dello spaccio o sia la radicalizzazione di rabbia politica il disagio sociale va studiato, compreso e utilizzato per trovare delle nuove soluzioni. Ben venga lo scontro sociale se serve per accendere l’attenzione della comunità sui problemi del nostro tempo. Che sia l’ingiustificabile posizione occidentale nei confronti della tragedia di Gaza, o l’indifferenza verso i problemi delle periferie da parte dei benpensanti è sano che ci sia qualcuno che a questo gioco non ci stia. Del resto i falsi profeti della non violenza che si indignano per questi scontri e magari durante il ’77 elogiavano la compagna P38 fanno solo retorica predicando al giorno d’oggi come unica soluzione l’indifferenza tipica dei borghesi perbenisti che sono diventati.

  3. Lo scontro sociale (inteso come scontro di opinioni, anche se la discussione è meglio dello scontro), è alla base della democrazia.
    Mi sembra che il nucleo della questione non sia su chi è andato in strada a manifestare, ma su chi quelle strade le ha devastate.
    Giusto o sbagliato che sia, l’immagine e il risultato della manifestazione le creano questi ultimi.
    E tra questi ultimi, quanti hanno la consapevolezza dei fatti che contestano e come vera motivazione il dissenso sui temi evocati?
    E quanto è utile mescolare nello stesso dissenso temi locali, temi internazionali ed altro ancora?

  4. Quattro domande in attesa di risposta:
    1) I teppisti (di Bologna come di Torino) sono da considerarsi a tutti gli effetti appartenenti al movimento proPal?
    2) Se non lo sono, perché la parte ‘buona’ non li sconfessa o non li allontana da suoi cortei?
    3) i proPal violenti sono da considerarsi autori del “monito” alla stampa (Albanese dixit) o anche avanguardie del servizio di “salute pubblica”?
    4) cosa si intende per manifestazione della protesta “in forme diverse” rispetto alla “innocua compostezza”?

  5. A Pì Di Biase rispondo per dovere di cronaca, visto che mi tira in ballo nel suo odierno elzeviro. Premesso che il lavoro giornalistico che svolgo dal 1988 (sono vetusta) non mi concede di scrivermi addosso ed essere sfigheggiante per conto terzi, è d’obbligo che chiarisca alcune cose.

    Cosa significhi la ‘metafisica da stress post-traumatico’ non so, non sono una studiosa di Daniel Siegel. Preciso poi che non vivo incubi legati alla guerriglia da partita Maccabi, so per certo invece che i residenti ed esercenti delle vie Marconi, Ugo Bassi, Lame e limitrofe, li fanno.

    Nel mio pezzo ho posto l’attenzione sulla strategia della tensione, come hanno fatto anche ieri alcune tv nazionali sull”episodio grave accaduto a La Stampa, e che mi ha portato alla memoria la vicenda del vicedirettore de La Stampa che, nel 77, fu ucciso a Torino proprio dalle BR. Primo giornalista ad essere ammazzato dai brigatisti.

    Detto ciò, ritengo – come chiaramente scritto – che chi vuole manifestare democraticamente può certo farlo, spaccare tutto invece é un reato.

    Infine, tra dieci giorni Bologna ospiterà l’Hapoel e a gennaio la squadra di calcio israeliana, perciò vedremo se l’esperienza di venerdi avrà insegnato qualcosa oppure si ripeterà il ‘pattern della gratuita distruzione’ ai danni della città.

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