La cultura è un campo complesso, fatto di pratiche, conflitti, lavoro e relazioni nei tempi lunghi. Ripristinare un confronto pubblico vero, all’altezza delle energie che la città esprime, ci sembra un obiettivo non rimandabile, anche considerando altri appuntamenti che ci attendono, come la discussione in Regione sulla legge quadro sulla cultura
di Lorenzo Donati, ricercatore, docente e critico
Negli ultimi mesi Bologna è stata raccontata come una città culturalmente vivace sulla base della classifica del “Sole 24 Ore” dedicata a “Cultura e tempo libero” (qui). Si tratta di una classifica costruita su indicatori quantitativi – eventi, presenze, biglietti venduti – che viene spesso assunta come misura della qualità culturale di una città. È naturalmente una fotografia parziale, che rischia di diventare fuorviante se non viene interrogata criticamente.
Scriviamo nei giorni di Art City, evento nato nel 2013 sul modello delle “week” milanesi, grande concentrazione di eventi, performance, opening che però naturalmente si accende e come una vampata in pochi giorni è destinata a spegnersi. Di questo modello “vampate” non staremo certamente a negare gli effetti positivi, i notevoli benefici per il tessuto cittadino, in senso lato. Ci pare però fondamentale discutere di quale modello vogliamo sostenere nelle nostre città, anche grazie all’intervento delle istituzioni, considerando le specificità dei contesti sociali e le necessità delle congiunture temporali.
Qui non si tratta di negare l’utilità dei dati o dei grandi eventi, ma di riconoscere che la qualità culturale non si esaurisce nei numeri. Esiste per esempio quella misura dell’impatto che non può non tenere conto dell’accessibilità economica, dunque della possibilità di fruire di eventi e proposte gratuitamente o a costi contenuti. Occorre considerare la “lunga durata” dei processi e non solo la ricaduta degli eventi, grandi o piccoli, che spesso atterrano in un territorio, fanno grande clamore e spariscono così come sono arrivati. Si fa cultura generando relazioni, tenendo attive reti sociali attraverso il lavoro quotidiano, puntando a impatti che non possono essere misurati se non negli anni.
È a partire da questa distanza tra rappresentazione e realtà che si inserisce il percorso promosso dal Gruppo Culture di Coalizione Civica e l’assemblea pubblica (qui) che si è tenuta al Baraccano qualche settimana fa. Non per rispondere a una classifica, ma per rimettere al centro una domanda forse più scomoda: chi costruisce il discorso pubblico sulla cultura e con quali strumenti?
A Bologna ci stiamo abituando a dibattere per qualche settimana, accapigliandoci su episodi mediaticamente rilevanti come il caso dei Masagni, spesso dimenticando l’esistenza di un tessuto di associazioni, spazi sociali, imprese culturali che operano quotidianamente e il cui lavoro sta subendo processi di riduzione di autonomia, quando non di censura indiretta attraverso le maglie della burocrazia e della legalità, come scrive Flavia Tommasini su “Municipio Zero” (qui). La discussione sui Masagni si è sostanzialmente ridotta a raccolte di opinioni tra i passanti: «Ti piace o non ti piace», «bello o brutto». Pochi o nessuno si è chiesto: da dove viene quel progetto? Quale è la sua storia? Cosa ne resterà, finite le feste?
Il problema non è ciò che è stato detto, ma ciò che non è stato chiesto. Non sono state interrogate le voci informate e ricche che la città possiede: artisti, critiche e critici, studiose di arte pubblica, docenti e studenti dell’Accademia, curatori, operatori culturali capaci di offrire strumenti di lettura e di collocare l’intervento dentro un discorso più ampio sulla trasformazione degli spazi pubblici. Forse ci avrebbero detto che i Masagni non sono propriamente un’opera di arte pubblica site specific, ma un intervento di art design: suggestivo, scenografico, capace di produrre un’esperienza immersiva. Non per svalutarlo, ma per comprenderlo alla luce di un dibattito critico collettivo, quello che sempre più dovremmo essere chiamati a fare, in tutti i contesti, in particolare partendo dalla cultura e dall’educazione.
Ci pare che questa assenza di confronto segnali una fragilità strutturale del discorso pubblico sulla cultura in città. Nell’incontro sul report dell’indagine sul ruolo civico e trasformativo della cultura (qui) – che ha coinvolto un centinaio di persone tra galleristi, docenti universitari e dell’Accademia di Belle Arti, direttori artistici, curatori, critici e l’assessore alla Cultura – è emersa con chiarezza una consapevolezza condivisa: mancano spazi stabili di discussione pubblica sulla cultura, di cui si auspica la creazione.
Spazi qualificati, ma non elitari, dove nel tempo si possano discutere anche le politiche culturali, in cui il confronto possa essere attraversabile, anche conflittuale e quindi produttivo. Luoghi che gli stessi operatori culturali e gli artisti dovranno “curare”, mantenendo una presenza svincolata dai presenzialismi da campagna elettorale. Luoghi che devono essere presidiati dalle principali istituzioni culturali della città, la cui funzione pubblica dovrebbe imporre loro di essere presenti a ogni occasione di dibattito, soprattutto quando generata dal basso. Luoghi che naturalmente restano aperti e attraversabili anche per chi opera nella cultura e nell’arte manifestando una distanza dall’attuale governo della città, perché quando si crede nel confronto sarebbe auspicabile non disertare i contesti che invitano ad aprirlo. Come gruppo Culture di Coalizione Civica ci stiamo dando il preciso obiettivo di dare seguito a questo desiderio, tenendo acceso un luogo con simili caratteristiche.
L’assemblea si è chiusa con la proposta di lavorare a un “Manifesto effimero della cultura”: non un documento chiuso ma un processo aperto, per raccogliere visioni diverse, una piattaforma comune da cui partire per discutere di politiche culturali coraggiose e aderenti alla complessità della città.
La cultura è un campo complesso, fatto di pratiche, conflitti, lavoro e relazioni nei tempi lunghi. Ripristinare un dibattito pubblico vero, all’altezza delle energie che la città esprime, ci sembra un obiettivo non rimandabile, anche considerando altri appuntamenti che ci attendono, come la discussione in Regione sulla legge quadro sulla cultura. Noi ci siamo.
