Il lavoro sociale ed educativo, oltre l’emergenza

L’assemblea organizzata per il 27 febbraio alle ore 18 alla Casa di Quartiere G. Costa vuole offrire uno spazio di ascolto e confronto aperto alla cittadinanza per raccoglierne i bisogni, ascoltarne le insicurezze, condividere alcuni principi fondamentali e, anche attraverso le testimonianze di chi ogni giorno lavora con le fragilità, confrontarsi sulle responsabilità istituzionali, sulle difficoltà operative e sulle scelte necessarie per tenere insieme sicurezza, diritti e coesione sociale, senza cedere a scorciatoie che alimentano solo paura e divisione

di Mery De Martino, segreteria Pd Bologna con delega a welfare, scuola, adolescenza, famiglie e Alessandro Albergamo, assessore al Welfare Comune di Anzola


In una fase segnata da fatti di cronaca violenti e dolorosi che hanno colpito il nostro territorio e, più in generale, tutto il Paese, abbiamo ritenuto importante aprire uno spazio di confronto politico serio e collettivo, che lasciasse da parte scorciatoie e semplificazioni.

Il tema della sicurezza esiste e non va né negato né minimizzato. Le persone vivono paure reali e legittime, paure che parlano di una città e di una società in trasformazione, dove aumentano le disuguaglianze e si allarga la distanza tra chi ce la fa e chi resta indietro. Paure che nascono da disagi concreti e da cambiamenti profondi delle nostre comunità, sempre più segnate da complessità, povertà ed esclusione. Ascoltare queste paure, riconoscerle e accompagnarle è un dovere della politica, così come migliorare ogni giorno i servizi, a partire dall’ascolto, prevenendo ogni forma di esclusione sociale che poi si cristallizza in disuguaglianze e, alle volte, in conflittualità cittadine.

Allo stesso tempo, come amministratrici e amministratori e come partito, siamo impegnati quotidianamente su più fronti, dalla sicurezza urbana integrata al rafforzamento dei servizi, dal lavoro educativo e sociale alla gestione delle fragilità più evidenti. Un impegno che si svolge in un quadro sempre più difficile, segnato dai tagli nazionali agli Enti locali, dall’aumento della forbice sociale e da un contesto globale che produce incertezza, precarietà e nuove forme di vulnerabilità, anche nelle biografie di tante ragazze e ragazzi.

Per questo riteniamo che ridurre temi complessi, come la grave marginalità adulta e la violenza che attraversa in particolare alcune fasce giovanili, a un dibattito fatto solo di risposte emergenziali o repressive, come il Governo sta facendo dai ddl Caivano e Cutro in poi, sia non solo ingiusto ma anche inefficace. Lo vediamo quando, davanti a fenomeni che chiedono presa in carico e prevenzione, il dibattito pubblico si schiaccia su misure simboliche o “di impatto”, come l’idea dei metal detector a scuola o altre scorciatoie che spostano solo il problema senza risolverlo. Fare prevenzione sociale significa agire prima che il disagio e le fragilità si trasformino in violenza, minando la dignità delle persone e la sicurezza dell’intera comunità. Significa tenere insieme scuola, servizi sociali e sanitari, politiche abitative, politiche giovanili, lavoro educativo di strada, presidi nei quartieri, comunità che si riconoscono e non si voltano dall’altra parte. È un investimento che paga sempre, perché costruisce sicurezza per tutte e tutti. Lavorare solo sull’emergenza, invece, è dispendioso e non permette di costruire un futuro diverso.

C’è poi un fattore che oggi accelera e spesso distorce tutto e che non possiamo far finta di non vedere, l’ecosistema digitale. Non perché sia il colpevole facile, ma perché cambia linguaggi e tempi, tende a polarizzare, semplificare e rendere performativo anche ciò che non dovrebbe esserlo, dalla cura alle relazioni, fino al modo in cui si costruisce paura. Se non accompagniamo anche questa trasformazione con educazione, responsabilità adulta, spazi di relazione e strumenti di lettura, rischiamo di rincorrere sempre gli effetti senza mai lavorare sulle cause.

Lavorare sulla prevenzione è un lavoro lungo e faticoso, spesso poco visibile, che coinvolge servizi, scuole, educatrici ed educatori, territori e reti di comunità. Ma è l’unico approccio capace di produrre risultati prima, e non solo dopo, gli eventi critici, spezzando la catena di esclusione, povertà e marginalità che rischia di autoalimentarsi nel tempo, producendo insicurezze e violenza.

Ecco perché il controllo del territorio non significa solo monitorare chi lo attraversa né tantomeno impedire che qualcuno lo attraversi, con l’illusione che le persone possano sparire. Significa anche saperci prendere cura di chi lo vive ogni giorno, nessuno escluso. Per farlo servono risorse adeguate e una collaborazione interistituzionale reale, non lo scaricabarile continuo che questo Governo sta praticando. Serve continuità, programmazione, assunzione di responsabilità, e serve la capacità di mettere attorno a un tavolo istituzioni, terzo settore, realtà educative, comitati e cittadinanza, perché la sicurezza non è un tema che si risolve da soli e non si governa con un annuncio.

Con l’assemblea che abbiamo organizzato per il 27 febbraio alle ore 18.00 alla Casa di Quartiere G. Costa, vogliamo offrire uno spazio di ascolto e confronto aperto alla cittadinanza per raccoglierne i bisogni, ascoltarne le insicurezze, condividere alcuni principi fondamentali e, anche attraverso le testimonianze di chi ogni giorno lavora con le fragilità, confrontarci sulle responsabilità istituzionali, sulle difficoltà operative e sulle scelte necessarie per tenere insieme sicurezza, diritti e coesione sociale, senza cedere a scorciatoie che alimentano solo paura e divisione.

Perché non esiste sicurezza senza giustizia ed equità sociale.


Un pensiero riguardo “Il lavoro sociale ed educativo, oltre l’emergenza

  1. Il Termine giusto e’ Intercettare, se concretizzo la possibilita’ di realizzare di un lavoro stabile e di un’ alloggio mi rendo invisibile a quello che si puo’ definire Controllo Sociale….Sapere vuol dire controllare…saluti

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