Una partecipazione democratica vera per un governo della città migliore

Le tensioni intorno al progetto del Museo dei bambini al Pilastro ribadiscono quanto sia necessario riconoscere ai cittadini e ai loro comitati il diritto di chiedere al Consiglio di Quartiere di attivare processi partecipativi veri, con tempi definiti, prima delle sue decisioni. Sarebbe un bene per tutti che, con la riforma dei Quartieri e della Partecipazione oggi in discussione, nel prossimo mandato sia riconosciuta ai cittadini questa possibilità, per dare vita a una nuova fase nel governo della città

di Ugo Mazza, già dirigente politico


Perché si contesta il Museo dei bambini? Tutto, ma “non nel mio giardino”: torna lo sberleffo tipico di chi guarda le cose da lontano. Verrebbe da replicare: «Se è il mio giardino perché non mi coinvolgi nelle tue decisioni?». Ma a questo il “potere” risponde: «Lo abbiamo fatto ma tu non c’eri». E qui sta il punto.

Stiamo parlando del Pilastro, forse è bene riavvolgere il nastro. La storia della comunità dei “pilastrini” è incisa su ogni pietra, su ogni albero, su ogni filo d’erba. Quando alla fine degli anni ’60 i progenitori entrarono nelle case popolari, fuori c’era il nulla. Grazie alle loro lotte, la caparbietà delle loro organizzazioni, dal Comitato inquilini, ai partiti democratici, alla chiesa, ottennero l’attenzione del Comune e delle amministrazioni statali.

La realtà di oggi, complessa, contradditoria e a volte strana per chi non tiene conto di quella storia, è frutto di quelle lotte e del loro impegno a preservarle, anche contro la nomea di “ghetto” usata contro di loro.

Qualcuno scrive che oggi il Pilastro è tra le zone più verdi, è vero, ma anche per le lotte dei “pilastrini”. Negli anni ’70, di fronte ai finanziamenti per completarlo, la comunità del Pilastro chiese di cambiare radicalmente il “progetto originale” e di essere coinvolta nella scelta del “nuovo Pilastro”. Il Sindaco Zangheri e l’assessore Cervellati tennero conto di quella richiesta e presentarono ai cittadini tre diversi progetti urbanistici tra cui scegliere: quello iniziale, uno con piccole case e giardino diffuse nel territorio e l’altro con quel “virgolone” e il grande parco verde, poi intestato a Pasolini. Su quei tre progetti si aprì una lunga discussione tra i cittadini e nelle loro associazioni politiche, sociali e religiose; discussione che coinvolse anche il Consiglio di Quartiere: la scelta finale si concentrò sul verde.

Fu scelto il progetto con il grande Pasolini e fu scelto di creare un “cuore verde” al centro del “vecchio Pilastro” spostando altrove la Chiesa, il centro commerciale e altri servizi pubblici previsti nella piastra funzionale del progetto originario, questo 50 anni fa. Quel cuore verde è entrato nella retina e nel cuore di tanti cittadini del Pilastro, come uno di quei patrimoni valoriali di cui forse non si conoscono le origini, ma che si sentono come propri.

Solo dimenticando questa storia si è potuti arrivare a considerare quel cuore verde come un vuoto da riempire: bastava informarsi in biblioteca. Quando fu deciso di costruire la Caserma dei Carabinieri violando quel cuore verde, il silenzio dei pilastrini non mi sorprese perché sapevo, pur non condividendolo, che quello era un loro obiettivo da anni. Così come oggi non mi sorprende leggere i tanti distinguo che dopo le tensioni dei giorni scorsi stanno emergendo tra i pilastrini perplessi o contrari alla costruzione del Museo dei Bambini in quel cuore verde.

Mi ha colpito la lettera degli inseganti che, con le loro classi, nel 2022 furono coinvolti nelle prime discussioni su quel Progetto; dalle loro parole emerge che i loro scolari erano interessati a migliorare il parco, in cui il museo era previsto nella vecchia zona cementata vicino alla biblioteca, tra le due case ristrutturate. Beppe Ramina, oggi residente al Pilastro, ha pubblicato il cronoprogramma della progettazione del Museo: non lo conoscevo, ho letto che si è scelto il progetto tramite un Concorso di Architettura. Come è stato possibile che il Quartiere non abbia convocato assemblee pubbliche al Pilastro per coinvolgere i cittadini, come facemmo noi 50 anni prima, per discutere sui progetti in concorso per quel Museo?

Infatti, si parla molto di «avvenuta partecipazione», ma nessuno cita un documento approvato o sottoscritto dai partecipanti: penso non si sia andati oltre “l’ascolto” su scelte definite e gestite dai decisori.

Anche questa vicenda, al di là degli scontri, evidenzia che il problema oggi più urgente è determinare una svolta partecipativa a Bologna, come già ho scritto su questa rivista. In questi giorni si sta discutendo della “Riforma dei Quartieri e della partecipazione” promossa dal Comune di Bologna: è un’occasione che non si può perdere, sarebbe un errore che peserebbe sul futuro.

Da tempo è evidente quanto sia necessario allargare il confronto sulle trasformazioni e sui conflitti urbani per determinare un nuovo intreccio tra “democrazia partecipata” e “democrazia rappresentativa”, fermo restando che la decisone finale compete al Consiglio di Quartiere e/o al Consiglio Comunale. Sulle questioni più rilevanti è necessario attivare “tavolo partecipativo e regolato”, prima di ogni decisone, aperto a cittadini ed enti pubblici e privati coinvolti in tali operazioni per confrontare i vari interessi in campo con l’obiettivo approfondire le varie soluzioni per giungere a un documento conclusivo del processo da inviare al Consiglio di Quartiere per le sue decisioni, con l’obbligo pubblicare le motivazioni.

Per questo è oggi necessario riconoscere ai cittadini e ai loro comitati il diritto di chiedere al Consiglio di Quartiere di attivare quel processo partecipativo, con tempi definiti, prima delle sue decisioni.

Oggi questo non è possibile: bisogna modificare in tal senso i vari regolamenti comunali.

Bisogna che tutti si rendano conto che questa mancanza democratica, proprio per la storia di Bologna, è più pesante di quanto pensano i difensori della scelta compiuta. Sarebbe un bene per tutti che nel prossimo mandato sia riconosciuta ai cittadini questa possibilità, per dare vita a una nuova fase nel governo della città.


8 pensieri riguardo “Una partecipazione democratica vera per un governo della città migliore

  1. condivido totalmente le considerazioni di Ugo Mazza. La demorazia passa dal continuo confronto e dalla consapevolezza che certi progetti possono cambiare “in meglio” se si ascolta chi vive quella zona! Comune di Bologna, ascolta almeno questa volta chi vuole partecipare alla vita ed alle scelte della città! Non commettte altri gravi errori!

  2. Molto probabilmente c’è chi userebbe lo strumento partecipativo che proponi (ottimo, condivido) ma ci sarà anche chi per partito preso contesterà se non la scelta in sé, perlomeno lo strumento. Specialmente ora nell’ultimo anno di mandato

  3. Concordo con il commento di Ugo Mazza e con quello che ha detto Beppe Ramina giorni fa , il podestà lepore oltre che ascoltare i cittadini dovrebbe anche parlare con chi ha amministrato e fatto politica attiva nella Bologna che si distingueva veramente dalle altre città ma lui rimane arroccato nel suo fortino circondato dalla sua pletora adorante. Penso che un amministrazione che usa questi metodi repressivi sia ormai arrivata alla canna del gas.

  4. Mazza tocca il nodo della questione. E’ da anni che il Comune fa della partecipazione popolare un bluff, basta pensare al Passante. Adesso il re è nudo. E il re continua a sottrarsi al confronto diretto con i pilastrini, non spiega (neppure i punti a suo vantaggio), parla soltanto tramite dichiarazioni stampa. Tutto ciò non fa che aumentare rabbia e tensione.

  5. Dall’ alto oppure dal basso, cambiano le persone e le nuove generazioni, il concetto di Democrazia diventa variabile e le decisioni di all’ ora vengono messe in discussione….lotte intestine di giunta e soprattutto di visibilità politica permeano la battaglia campale della zona Pilastro, vecchie e nuove facce compaiono sulla scena politica locale.
    Nulla di nuovo chi arriverà dopo, si prenderà oneri e onori….w Bologna

  6. la spiegazione di tutto secondo me sta come al solito nel denaro del PNRR che arriva a fiumi e come lo si usa (spesse volte MALE) : manutenere un parco che la natura ci ha consegnato bello che pronto in questi anni costa 10, rimodernare le sedi vetuste Di tanti altri museI a bologna si guadagna 50; costruire EX NOVO UN MUSEO BASATO SU un nuovo progetto tutto lustrini, chiacchiere e distintivi ci si guadagna 100 o anche 1000 se ci sai fare: come diceva quel tale?? E’ LA SPECULAZIONE BELLEZZA (O ERA L’ECONOMIA ??) NON ricordo bene…

  7. Ci sono parecchie cose che non tornano in questa narrazione aulica 1. Che ai tempi in cui partito, quartieri e sezioni erano veramente forti, non ci fosse un percorso decisionale eterodiretto 2. Che esistono verbali di riunioni di laboratori di coprogettazione (bizzarro che ci si trovasse per parlare del museo e poi i bambini pensassero che l’oggetto fosse l’implementazione del parco, qualcuno mente..) 3. Che è uscita una presa di posizione di diverse delle associazioni attive e storicamente attive al Pilastro che contesta la narrazione di un “atterraggio dall’alto”. 4. Che il tema sensibile sia il verde, per cui qualcuno dovrebbe spiegare perché si accetta per la caserma dei carabinieri e non per una infrastruttura culturale
    Che i processi partecipativi siano da rifondare completamente è un fatto. Che qui ci sia un evidente scontro politico pure

    1. Concordo. I processi partecipativi vanno rivisti (da rifondare completamente?) e il parco/rione è diventata “set di scontri”. Le narrazioni che mirano allo scontro spesso si basano su una interpretazione volutamente parziale delle informazioni anche istituzionali. Chi narra, lo fa scientemente. I social amplificano la platea dei lettori, che spesso per pigrizia, mancanza di tempo, partito preso, non vanno alla fonte dell’informazione e preferiscono surfare sull’onda più confacente non tanto al loro orientamento politico/antipolitico ma ai propri modi di pensare, convinzioni generiche e anche fluttuanti. Nascono commenti. I lettori qui partecipano davvero ma … ad un narrativo collettivo. Il “Lector in fabula” di Eco

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