La crescita del disagio giovanile tra rabbia sociale, scuola percepita come oppressiva e politiche repressive evidenzia la necessità di un nuovo modello educativo basato su ascolto, inclusione e benessere
di Cristiana Costantini, coordinatrice commissione scuola del quartiere Santo Stefano
Proseguo una riflessione sul lavoro sociale ed educativo che si può – e si deve – mettere in campo per affrontare l’emergenza del disagio giovanile. Nella nostra società cresce la rabbia come modalità di risposta ai problemi della vita quotidiana, prima nel mondo adulto e poi, di riflesso, in quello giovanile. Le risposte diventano violente: «Uso le armi per difendermi», «la realtà è piena di nemici», «è pericolosa!». Abbiamo tutti più paura.
Anche a livello globale è tornato con forza il modello della legge del più forte: i contrasti internazionali si risolvono di nuovo con la guerra; chi è più forte detta legge, chi ha l’esercito più potente esercita comando e potere sugli altri. Una logica ancestrale che sembra tornata a guidarci.
Le risposte politiche al disagio giovanile si orientano soprattutto verso la repressione: richiamo formale alle regole, controllo più rigido del mondo adulto su quello dei giovani, non si sgarra! Mancano finanziamenti per progetti di aiuto, sostegno psicologico, nuove figure educative, sportelli di ascolto diffusi, percorsi di accoglienza e integrazione degli stranieri.
I problemi sociali e di ordine pubblico vengono affrontati quasi esclusivamente dal punto di vista del controllo, introducendo nuovi reati e riportando nell’ordine e nella disciplina chi prova a uscire dai binari. Anche nella scuola l’impronta è questa. Un esempio è la reazione verso gli studenti che, durante l’ultimo esame di maturità, hanno fatto scena muta all’orale per protestare contro una scuola percepita come opprimente. Non si è scelto di ascoltare questa denuncia – portata avanti in modo corretto e nel rispetto delle regole dell’esame – ma si è intervenuti rapidamente per evitare che ciò potesse accadere di nuovo. Si è stabilito l’obbligo di rispondere comunque all’orale, pena la bocciatura: una risposta immediata e punitiva da parte del ministero verso chi esprimeva una sofferenza reale. Nessuno sembra potersi permettere di mettere in discussione l’ordine costituito.
La scuola è spesso parte del problema: sempre più simile a una caserma, sempre più classista, fortemente orientata alla valutazione. Una scuola che soffoca, che toglie il respiro ai ragazzi e alle ragazze, e con esso la voglia di imparare e studiare.
Non è più vissuta come un’esperienza positiva, ma come fonte di stress, esaurimento, ritiro sociale e malesseri fisici. Occorre interrogarsi su cosa sia diventata la scuola italiana.
Eppure la scuola può diventare parte della soluzione. Può cambiare approccio, mitigare gli effetti della valutazione, ridimensionare il peso della media matematica e del voto, migliorare l’ascolto degli studenti e il rispetto dei loro tempi di vita e di studio. Può diventare una scuola che accoglie. Ad esempio aprendo le scuole il pomeriggio come stanno facendo il Comune e la Regione, un’iniziativa che darà sicuramente i suoi frutti.
Inoltre, anche intervenendo sul calendario scolastico, introducendo pause e momenti di respiro nel percorso di studi, si potrebbero offrire tempi di recupero, evitando che i ragazzi e le ragazze vengano schiacciati da verifiche continue e da un programma che procede incessantemente, esaurendo interesse e motivazione.
Si potrebbero finanziare e sostenere percorsi educativi centrati sulla non violenza, sulla cooperazione e sul rispetto dei diritti universali: proposte oggi più che mai necessarie per promuovere un’educazione emotiva equilibrata, capace di formare persone consapevoli, empatiche e responsabili.
Una battaglia che la sinistra potrebbe intraprendere, qualora tornasse al governo del Paese, è quella dell’abolizione dei voti numerici alle scuole medie, reintrodotti nel 2009 dopo trent’anni di assenza. Alle medie i voti decimali producono stress e disaffezione verso la scuola.
C’è poi il tema dello spazio pubblico. Occorre restituire più spazio ai giovani, attrezzare luoghi di aggregazione. Quando escono, dove vanno? Solo nei negozi o centri commerciali a fare shopping?
Riqualifichiamo gli spazi urbani affinché possano svolgersi attività positive per usare lo skateboard, per giocare a basket o a ping-pong – attività molto amate dagli adolescenti – o semplicemente avere panchine e tavoli dove potersi incontrare, parlare, fare gruppo.
Anche nelle scuole si potrebbe valorizzare lo spazio esterno come luogo di incontro: ripensare i cortili delle scuole medie e superiori per riconoscere i bisogni di svago, movimento e riposo, anche durante l’orario scolastico. Per una scuola che faccia stare bene studenti e studentesse.
Infine, mi piace richiamare il “modello norvegese” nello sport, tornato al centro dell’attenzione dopo le Olimpiadi. In Norvegia non sono previste competizioni fino ai 13 anni: lo sport è per tutti e tutte, finalizzato al divertimento e a esperienze positive, senza selezione precoce. Non si vince e non si perde.
Un modello da cui prendere esempio e che potrebbe cambiare la vita dei giovani: uno sport diffuso e gratuito, in cui si sperimentano diverse discipline e lo scopo principale è il benessere e il divertimento. Una mentalità molto lontana da quella dominante in Italia, dove competizione e presunto merito prevalgono.

Sono d’accordo su tutto e per questo motivo penso che sia indispensabile e urgente valorizzare tutte le scuole di Bologna che, ai tempi illuminati dei febbrai pedagogici, 40-50 anni fa, sono state costruite nei parchi e dotate di grandi spazi verdi a disposizione delle classi. Queste scuole, ( piccoli ?) gioielli di architettura pedagogica, meriterebbero subito ristrutturazioni oculate e adeguata manutenzione negli anni a venire, e non di essere abbandonate all’incuria in attesa che il tempo faccia il suo corso e la demolizione resti l’unica soluzione possibile.