Nel dibattito sulla cosiddetta “autonomia strategica dell’Europa” sono comprensibili i sempre più frequenti richiami all’energia nucleare e le opere di divulgazione sul tema, come l’ultimo documentario di Oliver Stone, presentato da lui stesso al cinema Arlecchino di via Lame. Ma al contrario di quanto suggerisce il regista, non esistono contingenze storiche e opinioni tecniche che valgano più della sovranità popolare
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Che il cinema sia anche un potentissimo strumento di propaganda, lo sappiamo almeno dai tempi di Leni Riefenstahl e del suo incredibile Olympia del 1938. Grazie a un budget stellare e alle migliori tecnologie per l’epoca, il film sulle Olimpiadi berlinesi di due anni prima riuscì nell’impresa di stupire persino gli americani, che di cinema come si sa se ne intendono, e proiettare nel mondo l’immagine di grandezza che il Terzo Reich desiderava ardentemente dare di sé.
Naturalmente la propaganda non è solo di regime ma anche politica, di idee e di costume, di sistema o antisistema. E tutte le arti – più o meno consapevolmente ma del tutto legittimamente – ne sono da sempre lo strumento principale, a prescindere dall’orientamento politico degli artisti che vi si esercitano. È quello che, a mio modesto avviso, è successo anche la scorsa domenica al PopUp Cinema Arlecchino di via Lame, dove il grande regista Oliver Stone ha presentato il suo ultimo documentario Nuclear Now. La pellicola, prodotta da Stefano Buono – fisico e ad di NewCleo, startup torinese che si occupa di sviluppo di tecnologia nucleare – ha l’obbiettivo dichiarato di raccontare «in maniera chiara, storica e scientifica» lo stato dell’arte dell’energia nucleare e il suo possibile ruolo nella lotta al cambiamento climatico.
Prima che a qualcuno salti inutilmente la mosca al naso, ci tengo a sottolineare come io non abbia né l’interesse né le competenze per discutere tecnicamente di energia nucleare. Chiunque potrà farsi una sua idea, soprattutto sul valore del documentario, stasera alle 21.15, quando questo sarà trasmesso su La7. Mi preme invece molto di più commentare un passaggio delle dichiarazioni rilasciate da Stone a Benedetta Cucci del Resto del Carlino, a margine della presentazione (qui). Passaggio che, pur nella rinomata ed entusiastica apertura mentale che contraddistingue il suo autore – unica e interessantissima l’intervista fiume che, tra il 2015 e il 2017, realizzò con Vladimir Putin – ritengo decisamente problematico per le sue implicazioni. Quando gli vengono fatti notare i risultati dei due referendum sul tema tenutisi in Italia – nel 1987 e nel 2011 – Stone si rifà alle parole di Stefano Buono e sostiene come «non ci sarà bisogno di un referendum perché se cambia la situazione geopolitica e se cambia la tecnologia il referendum non può impedire la scrittura di nuove leggi. E le cose sono già cambiate».
È un pensiero scivoloso, perché contrappone contingenza storica e conoscenza scientifica al voto dei cittadini, che fino a prova contraria resta lo strumento principe di ogni democrazia. E che per altro, almeno in Italia, è non solo tutelato ma anche circoscritto nella sua applicazione già da quel meraviglioso primo passaggio della Carta che, com’è noto, attribuisce la sovranità al popolo imponendone l’esercizio «nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Tra queste, naturalmente, c’è anche il referendum. Uno strumento certo emendabile ma non eludibile, quando richiesto, e insindacabile nel suo responso anche quando viene disatteso in parte o del tutto, come in alcune occasioni recenti, dalla classe politica che dovrebbe farsene carico (basti pensare, per ciò che concerne Bologna, al voto sulla chiusura del centro storico alle auto).
Nel dibattito sulla cosiddetta “autonomia strategica dell’Europa” – che non esiste in assenza di uno stato federale europeo, ma questo è un altro discorso – sono perfettamente comprensibili i sempre più frequenti richiami all’energia nucleare che politici, scienziati e personalità di varia estrazione portano all’attenzione della società civile. Se questo sforzo divulgativo otterrà un riscontro, sarà interessante vedere le due propagande all’opera una volta indetto un terzo referendum. Che, visto il tema, non ho dubbi sarà invocato da una cospicua fetta di cittadini.
Quello che invece non può e non deve prendere piede è l’idea che alcune opinioni, per quanto bene informate, prevalgano sul diritto-dovere di una collettività di autodeterminare il proprio destino. Il rischio, altrimenti, è che per scongiurare la dipendenza energetica da autocrazie “fossili” si minino le basi stesse delle democrazie liberali, sconfinando in una tecnocrazia di cui, a dirla tutta, nessuno sarebbe in grado di prevedere gli esiti.
Photo credits: Corriere di Bologna

Sinceramente ritengo che il problema sia nell’uso non regolamentato del referendum, per questioni complesse che richiedono un sapere tecnico e scientifico di alto livello non dovrebbe essere uno strumento utilizzabile. Il popolo decide giustamente su tanti aspetti civici, etici e sociali ma se uno non sa leggere non gli si può chiedere l’opinione in merito al valore letterario di un libro
Buongiorno
Da ex bancario sottolineo sempre che ci sono tre fattori economici che ostacolano il nucleare:
1) L’assenza di qualsiasi copertura assicurativa e riassicurativa sui danni a terzi derivanti da “trasmutazioni del nucleo dell’atomo” (nel linguaggio assicurativo.
In assenza oltretutto di un settore nucleare militare che si faccia carico (scorie, tecnologie, impiantistica, ecc.) del problema (e difatti,con l’eccezione della Corea del Sud e del Giappone tutte le potenze nucleari civili sono anche militari) i costi potenziali a carico dell’erario sono illimitati
2) La sovrastima della domanda elettrica futura.
Nel caso dell’Italia è ancora più evidente a causa di una popolazione in calo ed in invecchiamento rapido, di una economia di fatto stagnante ed al tempo stesso di una sistematica sostituzione – a numeri invariati – di elettrodomestici e macchinari più obsoleti con altri più efficienti.
In quanto all’auto elettrica è sempre più evidente che sostituirà molto parzialmente il parco auto esistente
Infine gli alti prezzi dell’elettricità consolidati a causa della rinuncia al gas russo spingono famiglie ed imprese all’efficientamento energetico a 360° e ad utilizzare sempre di più le fonti rinnovabili (specialmente il fotovoltaico, più facile da installare, la cui efficienza è quadruplicata negli ultimi 12 anni ed ormai ammortizzabile in pochi anni con garanzie standard sugli impianti di 20-25 anni).
I nostri governi intanto al grido di “Italia hub del gas” moltiplicano le infrastrutture per la fornitura di gas.
Visto il costante calo di domanda per quest’ultimo (anche nel riscaldamento e nell’industria) da noi ed in Europa, ENI e Snam che tutto sono fuorchè ONLUS faranno il possibile per mantenere o almeno non vedere crollare del tutto le loro quote di mercato nelle forniture elettriche, spiazzando del tutto la possibile “fetta” del nucleare. No market no party !
3) I due principali fornitori di uranio sono Russia e Kazakistan (ben legato all’orbita della prima). No comment.
“Dispiace” far notare ai cultori della strategia e dell’indipendenza energetica che l’uranio è oltretutto una materia prima rara a tasso di ricostituzione pari a zero virgola zero periodico e soggetta alle oscillazioni dei mercati mentre sole, vento, calore terrestre ed acqua sono gratis ed in Italia non abbiamo il primo ed abbiamo tutti e quattro i secondi in abbondanza
4) Il nucleare di quarta generazione e gli SMR di piccola taglia hanno già fallito negli USA: https://www.rivistaenergia.it/2023/11/nucleare-di-piccola-scala-lezioni-dal-fallimento-di-nuscale/ e la piccola taglia, il rischio sempre elevato di sforamento di tempi e costi e la già citata dipendenza dalla materia prima, rendono finanziariamente questi impianti molto più rischiosi rispetto ai grandi parchi eolici e fotovoltaici che grazie ad una expertise ormai consolidata aprono quasi settimanalmente in tutto il mondo
Cordiali saluti
Anche volendo credere che le centrali nucleari a fissione di IV generazione saranno sicure e relativamente pulite come dicono, dato che ci vogliono almeno 20 anni per costruirne una passerà molto, molto tempo prima che ne entri in funzione un numero tale da poter rimpiazzare quelle a combustibile fossile (anche ammettendo che nel frattempo tutta la mobilità basata sul fossile sarà stata convertita in mobilità sostenibile, cioè elettrica, a combustibili sintetici e a idrogeno). Tempo che, semplicemente, l’umanità NON HA se vuole evitare la catastrofe climatica.
Ho visto a rete 7 il documentario di Oliver Stone, Nuclear Now.
Non sapevo quanto scritto in questo articolo sulle origini del documentario stesso.
Si può dire che il finanziatore abbia ottenuto un ottimo successo: più che una tecnologia è stata presentata una ideologia per la crescita infinita.
Una logica di dominio dell’uomo sulla natura che già tanti guai ha provocato.
Penosa involuzione da artista a propagandista