È stato rinnovato il protocollo che permette di portare avanti nel territorio cittadino l’esperienza gestita dall’associazione Senza Violenza
di Andrea Femia, consulente digitale cB
Rientrare nella calabra terra natìa per le vacanze di Natale presuppone un distacco dalla routine più o meno quotidiana fatta di chiacchiere, scambi di opinioni, edizioni locali dei giornali trovate tanto in edicola quanto nei bar, che consente di rimanere aggiornati su quello che avviene in città.
La fortuna però vuole che si possa rimanere informati a distanza grazie al digitale, e sfogliando l’edizione bolognese di Repubblica l’occhio è caduto su un piccolo trafiletto, in cui si parla di un centro antiviolenza particolare di cui ignoravo l’esistenza. È così particolare che anche trovare il titolo risulta difficile. Se scrivi “centro antiviolenza per uomini”, il rischio è che appaia un centro che si occupa della difesa degli uomini investiti da violenza di genere. Non esattamente una preoccupazione sociale enormemente rilevante.
Le formule passano necessariamente per delle circonlocuzioni che rendano chiari due punti. Il primo è che la violenza di cui si parla è quella perpetrata dall’uomo verso la donna. Il secondo è che il centro non ospita le donne vittime di violenza, ma mette al centro gli uomini che quella violenza l’hanno compiuta. La fatica di spiegare qualcosa che potrebbe risultare ovvio deriva dal fatto che, nell’ammissione premessa dell’ignoranza personale, la sensazione data da questa notizia è stata di sollievo e di speranza.
Le persone che lavorano nel centro, gestito dall’associazione Senza Violenza (qui), concentrano i loro sforzi sulla possibilità concreta di rieducare gli uomini che abbiano commesso atti di violenza nei confronti delle donne, siano a essi connesse da legami familiari, sentimentali o meno. L’obiettivo è quello di sforzarsi di pensare che anche quelle persone possano migliorare, non solo affinché non ripetano l’errore già commesso, ma perché siano testimoni positivi nei confronti dei terzi che potrebbero trovarsi nelle stesse condizioni.
L’impossibile equilibrio tra punire e rieducare è alla base di discussioni storicizzate e calcificate dalla comprensibile paura di apparire estremi da un verso o dall’altro. Le società, però, hanno certamente bisogno di discussioni, ma hanno un ancora maggiore bisogno di azioni, e le azioni di rieducazione effettiva sono di sicuro più utili di ogni idea basata sulla punizione fine a sé stessa.
Ho solo successivamente scoperto, approfondendo la materia per scrivere questo articolo, che questa tipologia di centro non è unica, e sono diverse le esperienze su tutto il territorio sia regionale sia nazionale. Probabilmente c’è bisogno che se ne parli di più, per riabituarci all’idea che più che di mostri da additare come tali, abbiamo bisogno di percorsi possibili che aiutino i singoli per aiutare le società. Percorsi che partano dal presupposto che i mostri sono figli della società. Ed è giusto e sacrosanto che la società se ne occupi. Così come è giusto e sacrosanto provare a fare da megafono per chi si sforza di aiutare a portare un po’ di luce in questo processo.

Buongiorno, complimenti per l’articolo, davvero una “luce” che illumina il buio sia della violenza di genere che dell’ignoranza di chi sa parlare solo di “mostri” e “galera”
Grazie ancora e Buon anno a lei, a tutti i lettori e famiglie