Intervista all’ex questore di Bologna, ora prefetto a Macerata, per un bilancio sui due anni di incarico sotto le torri
di Federico Iezzi, giornalista
Il fenomeno dei femminicidi va combattuto culturalmente e socialmente. E bisogna occuparsi anche degli uomini. Dobbiamo comprendere cosa spinge un uomo, dopo anni di convivenza, a uccidere la donna con cui vive e poi a togliersi la vita». Il questore Isabella Fusiello ha lasciato Bologna, dove continuerà a risiedere, per Macerata, dove sarà prefetto. In un’intervista a Quindici fa il bilancio del suo incarico, soffermandosi sulla lotta alla violenza di genere, dicendosi «fiera» del lavoro svolto. Ma parla anche della sua carriera da donna in Polizia, una vita in salita rispetto ai colleghi uomini. Tra i temi affrontati, il consumo giovanile di droga, la mafia e l’allerta terrorismo. Argomenti caldi per la città sono poi le occupazioni e le lotte per la casa: «Per risolvere il problema servono nuovi studentati e interventi sociali», dice. E sulla città considerata fra le più pericolose in Italia: «Sono le denunce che fanno statistica. Qui si denuncia tanto perché c’è fiducia nelle istituzioni».
Negli scorsi mesi si sono verificati numerosi casi di violenza di genere in Italia. A Bologna qual è la situazione?
«Dobbiamo rapportare il problema al numero degli abitanti della città. Bologna ormai è una metropoli: ha 400mila abitanti ai quali vanno aggiunti studenti e stranieri. Si arriva quasi a due milioni di persone. Facendo questo calcolo ritengo che il problema sia abbastanza contenuto». Ma la percezione di insicurezza delle donne rimane comunque alta. «Su questo c’è una responsabilità anche della stampa, perché quando avviene una violenza sessuale la notizia ha grande spazio, molto meno invece quando prendiamo i responsabili».
Quando si parla di violenza di genere il primo consiglio è denunciare, eppure spesso non basta. Ci sono tutti gli strumenti necessari?
«Gli strumenti ci sono. Alcuni, come l’ammonimento che penso sia molto utile e che ho usato tanto, sono di prevenzione, mentre la denuncia, l’arresto e la custodia cautelare sono giudiziari. Ritengo però che questi ultimi non siano sufficienti: questo è un fenomeno che va contrastato sul piano sociale e culturale».
In che senso?
«Stiamo parlando di situazioni difficili perché non sappiamo mai cosa succede dentro le mura domestiche e, inoltre, non ci si preoccupa e non ci si occupa mai dell’uomo: come mai un compagno, un marito, dopo tanti anni di convivenza uccide la donna e poi spesso si toglie la vita? Negli anni sono state fatte tante leggi che tutelano le donne, ma il legislatore deve occuparsi anche dell’uomo».
Per molte associazioni impegnate sul tema l’ammonimento è poco più di un rimprovero. Come risponde?
«Io sono particolarmente fiera dell’uso che ne ho fatto, in tutte le città in cui sono stata questore: è veloce, efficace e soprattutto economico dato che non prevede denunce e non c’è bisogno di avvocati. Ne sono fiera perché guardo ai risultati: le statistiche dicono che i soggetti destinatari di ammonimento non si rendono colpevoli di femminicidio».
Può dirci come funziona e quanti ne sono stati applicati in città?
«A Bologna ne abbiamo emessi una quarantina. Il funzionamento è semplice: basta segnalare la situazione al nostro ufficio e il soggetto viene convocato, gli si dice di non continuare con certi comportamenti perché ci saranno conseguenze: la perdita del lavoro e l’arresto. Se le molestie proseguono, alla seconda chiamata scatta l’arresto. Spesso d’intesa con la procura, adottiamo l’ammonimento proprio perché più rapido ed efficace, anche del divieto di avvicinamento che viene quasi sempre ignorato».
A proposito di tematiche di genere, lei ha sempre voluto farsi chiamare questore e non questora. Perché? A Macerata si farà chiamare prefetta o prefetto?
«Sono convintissima della scelta, mi farò chiamare prefetto e ritengo che la battaglia da fare sia quella di genere e per la parità, non contro la desinenza. Anche perché chi usa il termine questora lo fa con una punta di sarcasmo. Ma soprattutto servono le pari opportunità per fare carriera: ho dovuto fare il questore sei volte prima di diventare prefetto, mentre tanti miei colleghi lo hanno fatto solo tre volte».
Parliamo di Bologna. La città è tra le peggiori in Italia per indice di criminalità. Secondo lei perché?
«A stilare questa classifica è il Sole 24 Ore che usa come indicatore il numero di denunce registrate. Mi chiedo: come è possibile che Foggia, dove ci sono attentati dinamitardi e dove fanno esplodere le auto, sia più sicura di Bologna? È necessario leggere in modo diverso i dati: qui i cittadini denunciano tanto perché hanno fiducia nelle istituzioni. Le denunce però fanno statistica. Qui si denuncia per ogni cosa, anche per un furto minimo».
Per esempio?
«Quando ero a Reggio Emilia e un tabaccaio denunciò il furto di un accendino da cinquanta centesimi. Ecco io inverto la questione: se i cittadini denunciano vuol dire che si fidano di noi, in caso contrario quella fiducia sta venendo meno».
Quale è il fenomeno criminale più in crescita a Bologna?
«Quello che più ci crea problemi è sicuramente lo spaccio. Purtroppo, le piazze sono piene di pusher e c’è una richiesta fortissima. Contrastare questo fenomeno è molto complicato perché c’è stata una depenalizzazione del reato nel caso del piccolo spaccio. Arrestiamo un pusher e dopo 24/48 ore è di nuovo in libertà, al massimo gli viene dato l’obbligo di firma».
L’età di chi inizia a fare uso di droghe si è abbassata?
«Sì, ormai si drogano anche ragazzini fra la terza media e il primo anno delle superiori. La soluzione non può essere solo quella di aumentare le pene, dobbiamo educare i ragazzi. Quando andiamo nelle scuole a parlare di droga e di legalità capita che i ragazzi escano dall’aula e si vadano a fare una canna. Non hanno bisogno di sermoni, come diceva Pertini hanno bisogno di esempi. Bisogna spiegare loro il nostro lavoro e fargli vedere cosa significa il consumo prolungato di droghe magari con delle visite al SerT».
Com’è la situazione delle baby gang?
«Qui non ne esistono di vere e proprie come invece a Milano, dove sono organizzate, con regolamenti e rituali. Sul nostro territorio c’è un fenomeno diverso: bande di ragazzini formate per la maggior parte da giovani immigrati di seconda generazione o minori non accompagnati. Spesso, pur essendo sotto tutela di cooperative o associazioni, non vanno a scuola e si sentono liberi di fare quello che vogliono, anche di commettere piccoli reati».
Parliamo di microcriminalità. Come è cambiata? Quali sono i quartieri più colpiti?
«Anzitutto, dobbiamo ricordarci che Bologna è una città universitaria e nelle città universitarie questi reati si verificano da sempre. Ma sono piccoli reati, che non preoccupano. Ciò di cui dobbiamo preoccuparci sono i grandi investimenti. Dobbiamo indagare e tenere d’occhio la criminalità organizzata».
Su questo tema, che tipo di azioni di contrasto si fanno?
«È importante, contro questo genere di criminali, colpire il patrimonio. Con i sequestri togli loro il denaro e li danneggi pesantemente. È anche necessario allargare le indagini all’estero perché questi grandi flussi di denaro sono, sempre più spesso, diretti fuori dal nostro Paese».
A proposito di questo: a Bologna si può parlare di mafia dei colletti bianchi?
«Per dire che un determinato fenomeno, come quello della mafia dei colletti bianchi è presente in un territorio, servono indagini, sentenze e condanne definitive che lo attestino. Io posso parlare di Reggio Emilia, dove sono stata questore. Lì c’era una forte infiltrazione mafiosa e vi erano tante attività economiche, soprattutto nell’edilizia, in mano alla cosca Grande Aracri. A Bologna è più giusto parlare di investimenti. I mafiosi oggi si presentano in giacca e cravatta, non più con la lupara, e con borse piene di soldi per acquistare le attività economiche».
In base all’ultimo studio del Censis Bologna è la prima città per numero di furti in casa. Può dirci perché?
«Fatichiamo a contrastare questo genere di reato perché con la riforma Cartabia possiamo arrestare il ladro solo se anche il proprietario è presente quando avviene il furto. Non c’è un vero contrasto e manca un deterrente. La grande maggioranza dei furti in casa avviene quando i proprietari sono assenti, soprattutto nei periodi di vacanza, e spesso individuare subito il criminale, prenderlo in flagrante è molto difficile».
Cambiamo argomento. Attualmente ci sono tre occupazioni in atto da parte di studenti e lavoratori senza casa. Pensa che andrebbero sgomberate o che sia più importante garantire un tetto a chi non ha una casa?
«Le occupazioni sono illegali e l’illegalità è sempre da condannare. Il problema abitativo però esiste e va affrontato: se Bologna vuole continuare a essere una città universitaria servono case e studentati. C’è bisogno di una politica abitativa e gli studenti devono essere messi in condizione di vivere la città e la vita universitaria».
E invece per quanto riguarda i lavoratori? Molti sono migranti con figli e sono costretti a dormire per strada.
«Come per gli studenti servono politiche sociali e abitative. Dovrebbe essere il Comune ad occuparsene con interventi specifici e d’intesa con la Regione e il Governo».
È stato difficile lavorare in una città in cui le sollecitazioni dell’amministrazione locale sono diverse, talvolta contrastanti, rispetto a quelle del governo?
«In realtà siamo molto allineati, c’è stata una forte collaborazione con il sindaco Matteo Lepore. Abbiamo parlato delle occupazioni: il sindaco è contrario alle occupazioni abusive anche perché molti edifici occupati sono del Comune. Le istituzioni non vanno in direzioni diverse, ma si muovono nella stessa direzione su tanti fronti, per esempio le occupazioni o le manifestazioni».
A proposito di manifestazioni e proteste. I membri di Ultima Generazione sono vandali da sanzionare o attivisti da ascoltare?
«Certamente da ascoltare e il loro diritto a manifestare va garantito. Una protesta non può però sfociare in reati, provocare danni e limitare le libertà altrui: la propria libertà termina quando si limitano i diritti altrui. Se viene bloccata una strada, se viene interrotto il traffico sul ponte Matteotti noi dobbiamo intervenire perché lo richiedono i cittadini».
Di recente, a causa dell’esplosione del conflitto in Palestina, è risalita l’allerta terrorismo. A Bologna è necessaria una attenzione particolare rispetto ad altre città?
«In questo momento la nostra attenzione è massima, ed è diretta in particolare alla minaccia del terrorismo medio-orientale. Lo dimostra il recente arresto, eseguito a Cesena, di un italiano di origine tunisina che si stava preparando per andare a combattere in Siria. Sul fronte interno, invece, al momento non ci sono segnali di pericolo, ma sono fenomeni che possono acuirsi all’improvviso».
Passiamo ad un altro argomento: per quale motivo ha scelto di diventare una poliziotta?
«Dopo essere cresciuta a Bari e dopo aver frequentato l’università lì avevo voglia di andar via. Ho fatto il concorso per diventare vicecommissario e sono stata presa. Sono soddisfatta, ho visto tanti posti e conosciuto tante realtà diverse».
Proprio sulla sua carriera: quale è stata la battaglia in cui crede di aver raggiunto i maggiori risultati?
«Sicuramente sono fiera del lavoro che ho fatto per il contrasto alla violenza di genere, anche se mi sono occupata di tante cose diverse e in luoghi diversi. Ho cominciato in Sardegna nel periodo dei sequestri di persona, sono stata trasferita a Imola per fare il commissario e in seguito sono stata questore sei volte».
Ci fa un bilancio dei suoi due anni a Bologna?
«Io sono cittadina bolognese e ho lasciato la città solo per lavoro. Viverla da persona comune e da questore è molto diverso. Sono stati due anni molto intensi, in particolare per l’ordine pubblico a causa delle manifestazioni. Ho cercato di gestire tutte le manifestazioni con equilibrio, non ne ho mai impedito una e ne sono fiera. Non posso negare una manifestazione: il mio faro è la Costituzione garantisce il diritto a manifestare».
L’intervista è stata realizzata per Quindici, il quindicinale del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna (Photo credits: Ylenia Magnani, InCronaca Bologna)

Buongiorno,
Interessante intervista che sembra dimostrare che la partecipazione dei cittadini e non il panpenalismo pagano nel tenere sotto controllo la criminalità.
Va data molta più pubblicità al provvedimento dell’ammonimento che si è dimostrato efficace e permetterebbe di prevenire senza conseguenze eccessive situazioni che altrimenti sfociano nella cronaca nera
La prefetta Fusiello (prefetta, non prefetto, per piacere!) si chiede, giustamente, cosa spinga troppi uomini a uccidere la propria compagna. Nella maggioranza dei casi succede quando la donna lo lascia. Non sono uno psicologo, ma ho letto diversi libri di psicologia, e ho trovato una spiegazione plausibile nella teoria dell’attaccamento, in particolare negli scritti di John Bowlby e Giovanni Liotti: in estrema sintesi, un bambino che ha avuto dalla madre un modello di attaccamento insicuro è più predisposto a sviluppare, crescendo, una personalità disturbata, che, in certi casi, può portare a una tale dipendenza affettiva dalla propria compagna da cadere preda della disperazione e della rabbia quando questa lo lascia, rivivendo il senso di sgomento e angoscia che lo prendeva da bambino quando la madre lo “abbandonava” negandogli l’accudimento affettivo di cui aveva bisogno. Non sto dando la colpa alle mamme ovviamente, ma credo che sarebbe utile offrire alle donne che stanno per diventarlo un supporto psicologico che dia loro quelle poche, semplici nozioni di base su come dare ai figli un attaccamento sicuro.