Tra l’alternanza e il non voto

A.A.A. cercasi opposizione disperatamente. Ma il centrodestra bolognese non sembra in grado di garantirla per mancanza di classe dirigente. La sinistra si illude con la rendita da posizione e intanto scontenta i suoi elettori. Venticinque anni dopo Guazzaloca, come allontanare la tentazione dell’astensionismo?

di Achille Scalabrin, giornalista


A Bologna serve una vera opposizione di centrodestra per far sì che agli elettori, al momento del voto, venga offerta una possibile alternativa a un centrosinistra arrancante. Non fa una grinza il ragionamento, anche provocatorio, di Aldo Balzanelli su Cantiere Bologna (qui). Si tratta di un basilare “trattato di democrazia”, utile a impedire che il protrarsi per anni di uno stesso governo finisca con l’essere controproducente.

Cosa fu la giunta Guazzaloca se non l’applicazione (venticinque anni fa a giugno!) del sano principio dell’alternanza? Si trattò di una parentesi, con luci e ombre, archiviata forse troppo presto, per poi consegnare la città alla meteora Cofferati e alle rendite di posizione della sinistra ex comunista. Ma proprio quella parentesi, costruita attorno a un candidato civico, ci dice un quarto di secolo dopo che a Bologna i partiti di centrodestra non sono mai stati in grado di trovare al loro interno una candidatura e una proposta politica in grado di diventare governo cittadino. Non ieri, non oggi. E le figure di maggior spicco espresse da quell’area hanno sempre giocato, per un insieme di fattori e di biografie, sul tavolo nazionale anziché su quello locale. Così ieri, così oggi.

Pensare di appellarsi ora a qualcuno di questi parlamentari, per affidargli la resurrezione del centrodestra bolognese, è improponibile. Sono i loro stessi percorsi politici in loco a dirlo. Vale per Lucia Borgonzoni come per Galeazzo Bignami e Annamaria Bernini. Se occupano oggi a Roma posti importanti negli organigrammi della maggioranza di destra, non è certo per aver dimostrato qui capacità amministrative particolari, a meno che non si intenda per tali l’aver fatto da scorta a Salvini nei suoi raid bolognesi, l’aver coltivato nostalgie care alla Meloni o l’aver condiviso ogni bubbola di Berlusconi. I loro meriti sono altri, condivisibili o meno, e per questi sono stati chiamati a ruoli romani di responsabilità. Difficile è anche pensare che decidano autonomamente di ‘retrocedersi’ per dare una mano alla città.

Resta quindi forte la sensazione che il centrodestra bolognese difetti di una classe dirigente locale in grado di sfidare il pachiderma rosso. E ciò, come giustamente osserva Balzanelli, favorisce quel procedere incerto e contradittorio del medesimo, impegnato soprattutto a scontentare i suoi elettori. La carenza di classe dirigente da una parte finisce con il rendere meno evidente (ma non meno grave) la carenza dall’altra parte. E qui si potrebbe aprire il discorso sulla selezione del personale politico, sui meccanismi di fedeltà ai vari padrinati, sul sistema di cooptazione familistica che uniformano i due schieramenti. Cosa tutto ciò comporti – unito ad altri guasti della politica – è spiegato soprattutto dalla disaffezione alle urne, da quel ‘partito di maggioranza’ che è formato da non votanti e che in Emilia-Romagna sta mietendo successi ormai da anni.

Anche la ‘terra rossa’ viene intanto erosa dalla ‘marea nera’ – espressioni qui usate per una maggior comprensione, sorvolando sui distinguo – e non è escluso che alla prossima tornata elettorale anche Bologna subisca la stessa sorte, come è già toccato ad altre città un tempo rosse. Non per la presenza di una credibile alternativa di governo locale, bensì sulla scia di un pericoloso vento nazionale.

Fin quando i moderati dell’attuale area di governo non riusciranno a tenere a freno gli istinti primitivi degli alleati populisti, non necessariamente l’alternanza anche amministrativa sarà un miglioramento del presente. Ma non per questo bisogna smettere di progettarla, facendo soprattutto appello a personalità ed espressioni civiche credibili, dotate di una visione del futuro, in grado di mettere insieme le qualità migliori di una parte e dell’altra, di restituire alle nuove generazioni l’ottimismo calpestato dalle precedenti. Il tempo per farlo c’è. Agli elettori, poi, l’ultima parola. Costringerli a rifugiarsi nell’astensionismo per mancanza di offerte potabili sarebbe la peggiore sconfitta per tutti.


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