Bildungsroman: Giulia Marchi e la sua nuova personale al Labs Contemporary Art

Fino al 2 marzo, la galleria d’arte di via Santo Stefano 38 ospita una mostra fotografica che indaga il concetto di “formazione”

di Sara Papini, operatrice della comunicazione


Al Labs Contemporary Art di via Santo Stefano 38 è stata appena inaugurata la mostra Bildungsroman, la seconda personale di Giulia Marchi all’interno della galleria, visitabile fino al 2 marzo, ogni giorno, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

L’esposizione è il frutto di una ricerca fotografica che indaga il concetto di “formazione”, attingendo dal percorso formativo e intellettuale dell’artista che spazia dalla letteratura alla pittura e alla cinematografia: dall’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina agli Amabili Resti di Peter Jackson, passando per i Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini e gli Altri Libertini di Tondelli. I riferimenti artistici e culturali che hanno colpito e modellato la memoria e il lavoro di Giulia sono numerosissimi, come suggerisce anche lo scritto di Fabiola Triolo che accompagna la mostra:

«Sul comodino aveva un’urgenza, sparsa in forma di n+1 libri impilati; non soltanto edifici di parole, ma colonne portanti di una cattedrale. Quell’urgenza era l’esercizio del ricordo. Quella cattedrale era l’architettura della memoria. È come in quel racconto di Raymond Carver, pensò, in cui un cieco domanda a un suo amico di fargli capire com’è, una cattedrale, e lui gliela disegna calcando il tratto e permettendogli di sentire, sotto i polpastrelli, la pressione della matita, così da poterla immaginare. Sentire + Immaginare = Sentire l’immagine. Ecco l’equazione fondamentale per chi desiderava, come lei, vivere autenticamente di arte: le immagini non vanno ingoiate, come quelle solubili da social che mandano in overloading la capacità immaginifica, ma decantate e gustate. Profondamente sentite. Nello stomaco, nei muscoli, sulla schiena. In quella mandorla del cervello che si chiama amigdala e che, da impresse nella retina, le trasporta dritte dritte nella memoria – facendone piene esperienze estetiche, non istantanei anestetici. Toccando mentalmente quanto la cultura sappia farsi profezia si ricordò di Heidegger, che già nel 1938 – ossia, quasi un secolo prima che venisse reso noto il numero delle immagini prodotte su scala annuale dal presente genere umano: un trilione – definì la modernità l’epoca dell’immagine nel mondo».

La mostra che ci circonda è una selezione di cinque fotografie all’interno della sala più grande del Labs e altre due situate nella sala più piccola dello stabile. Un progetto che va avanti da più di un anno e che oggi viene riportato al Labs in maniera così concisa volontariamente, come ci spiega Giulia durante l’incontro con noi giornalistə: «È stata una scelta molto sofferta da parte mia, perché comunque i lavori hanno bisogno di un largo respiro e di un tempo. Questo è stato il motivo per il quale anche i muri vuoti fanno parte a pieno titolo della mostra». Anche le fotografie di Giulia, rispetto ai suoi soliti lavori, sono più che mai sintetiche, come lei stessa ha precisato: «Ho cercato di lavorare sulla sintesi, sulla riduzione sia estetica che formale. Le opere che vedete infatti sono tutte giocate sul monocromatico. Il fatto che citino dipinti non è però fondamentale nel riconoscimento del lavoro, ma solo la prassi, la mia modalità di approccio al lavoro stesso e alla memoria».

In particolare, una è l’immagine che mi colpisce più di tutte; quella più “pura”, la più vuota e la più bianca, come se volesse testimoniare nel totale della mostra l’assoluta assenza: «È chiaramente un riferimento allo spazio vuoto. È in qualche modo l’immagine che mi permette di pensare a un azzeramento della memoria. Mi permette di credere al fatto che si possa tutte le volte ricominciare da zero. Che si possa tutte le volte scegliere di ricordare qualcosa di diverso. L’immagine bianca, quindi, mi conforta in questo. Mi permette di credere che sia possibile ricominciare ogni volta».

Infine, Giulia ci racconta un piccolo aneddoto su dove il tutto è stato creato: «Ho scattato queste immagini non ne nel mio studio ma in uno spazio dedicato al recupero di donne che hanno subito degli incidenti sul lavoro. Sono riuscita ad accedere grazie a un’amica che faceva volontariato lì, tra queste donne che si occupavano di sartoria. Le stoffe con cui ho realizzato la serie sono rimaste poi là, feticisticamente non ho portato via nulla».


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