Bologna aveva 12 porte. Ricostruiamo quelle distrutte senza senso

«Ne rimangono dieci. Perché non far rinascere le due porte demolite dalla borghesia post-unitaria? Perché non riedificare Porta San Mamolo e Porta Sant’Isaia? È un’impresa già accaduta, dalle ceneri della seconda guerra mondiale, in tutte le città distrutte. Nelle attuali piazze sorte dov’erano quei monumenti abbattuti c’è lo spazio per riedificarli senza intralciare il traffico. I finanziamenti? Sono ottimista che si troverebbero sponsor entusiasti»

di Angelo Rambaldi, “Bologna al centro – L’Officina delle Idee”


Come disse lo storico dell’arte Philippe Daverio, la borghesia post unitaria, nel nostro caso italiana e bolognese, ebbe molti meriti ma un grosso, grosso difetto: quello di volere distruggere tutto (o quasi tutto) quello che vi era stato prima di lei. A Bologna fu il caso del piano regolatore di fine’800, varato nel solco delle «magnifiche sorti e progressive». Pure la ricostruzione post bellica dopo la fine del secondo conflitto mondiale, dobbiamo ammetterlo, seguì il medesimo nefasto segno.

Figlio di questo teorema è l’abbattimento dell’ultima cerchia delle mura, risalenti al periodo compreso tra il XIV e il XVI secolo. Un formidabile presidio ossidionale di impronta medioevale che non fu, nei secoli, mai troppo aggiornato, anche se ben si comportò in alcuni avvenimenti bellici. Aveva 12 porte e, con il tempo, anche 12 chiese a ridosso delle mura.

La cerchia muraria era giunta, al compimento dell’unità del Paese, un po’ malmessa ma tutt’altro che decadente. Quanto alle porte medioevali, solo porta Santo Stefano nella prima metà del ottocento versava in grave situazione e a rischio di crollo. Fu sostituita, come si vede nella nostra epoca, da due cubi neoclassici, opera dell’architetto Filippo Antolini (1786-1859), chiusi fra di loro da un cancello che fu spostato, come si vede oggi, all’entrata dei giardini Margherita, poco prima dell’imbocco di via Murri.

Con motivi risibili fu decisa la demolizione della cerchia: le spiegazioni furono qualcosa di ridicolo, tipo che così «l’aria sarebbe circolata meglio». Mentre le mura erano di proprietà comunale, le porte erano considerate fortilizi e quindi occorreva, per abbattere pure quelle, un’autorizzazione governativa.

Va tenuto presente che le mura non insistevano sugli attuali viali, che sono costruiti sulle fosse, ma più all’interno: dove, soprattutto nella parte alta, oggi si trovano le palazzine e i palazzotti del nuovo “generone” post unitario. Insomma, l’abbattimento fu anche una sfacciata speculazione edilizia. I tentativi di demolizione delle porte, o di parte di esse, furono numerosi, anche nel secondo dopoguerra. Porta Maggiore, che all’origine era una bella costruzione settecentesca dell’architetto Gian Giacomo Dotti, si salvò perché durante l’abbattimento spuntarono resti della porta medioevale.

Eppure Porta San Mamolo, bell’esemplare medioevale molto simile alla vicina porta Castiglione, che versava in buono stato, fu abbattuta per motivi incomprensibili. Porta Sant’Isaia, bella opera cinquecentesca attribuita a Ottaviano Mascherino, fu atterrata perché qualche modesto calcinaccio cadde su un calesse che passava sotto l’arco.

Bologna aveva 12 porte. Oggi ne ha 10. Lancio una provocazione. Perché non far rinascere le porte demolite senza alcun senso? Perché non ricostruirle com’erano? È un’impresa già accaduta, dalle ceneri della seconda guerra mondiale, in Europa. Soprattutto nell’Europa tedesca (a Berlino hanno fatto rinascere il “castello”, che poi non è un “castello”) ma anche nella Mitteleuropa. Perché non far rinascere Porta San Mamolo e Porta Sant’Isaia, come erano e dove erano. Nelle attuali piazze sorte dov’erano le porte, c’è lo spazio per ricostruirle senza intralciare il traffico.

I finanziamenti? Sono ottimista: sono convinto che si troverebbero sponsor entusiasti di mettere il loro marchio su queste opere benefiche per la nostra città.


2 pensieri riguardo “Bologna aveva 12 porte. Ricostruiamo quelle distrutte senza senso

  1. Se non ricordo male, e come ci ha raccontato Dondarini, c’era anche la XIII porta, al Pratello, della quale si possono ancora vedere i resti…

    1. Quando a metà del ‘4OO fu tamponata la porta del Pratello, in segno di damnatio memoriae perché da quella porta erano fuggiti i Canetoli colpevoli di aver assassinato Annibale Bentivoglio, la porta Sant’Isaia non esisteva (del reso, come oggi, era troppo vicina a quella del Partello, nemmeno 1OO metri). Quindi per circa un secolo e mezzo le porte rimaste furono 11. Solo nel scolo XVI inoltrato, per precisa richiesta dei cittadini di quella parte di Bologna, fu eretta la nuova dodicesima porta, porta San’Isaia. Così le porte ritornarono a essere 12 .

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