L’affondo di Matteo Salvini contro Bologna 30 si rivelerà l’occasione per compattare la società civile a favore di una scelta accompagnata da più di qualche dubbio?
di Andrea Femia, consulente digitale cB
Come sempre accade a tutto ciò che è soggetto alla dinamica variabile del consenso, anche la battaglia contro Bologna 30 sta mostrando il proprio lato debole, che va ben al di là delle legittime preoccupazioni sulla ragionevolezza delle nuove regole.
Non è questa l’occasione per determinare quanto sia corretta, santa, benedetta o malevola, selvaggia e arcigna questa nuova disposizione sul traffico cittadino. Se ne parla da anni, ed è giusto che siano le persone preparate a discuterne, tenendo alta la barra dell’ascolto per chi dovesse ricavarne disagi, almeno quanto si terrà alta la barra delle proprie ragioni. Non è goduria democristiana, è che vivo a pochi passi da una delle porte che delimitano il centro cittadino e mi muovo quasi esclusivamente a piedi e in bici, capite bene che avrebbe poco senso se fossi io ad analizzare i disagi di una persona che si trova a resettare le proprie abitudini.
Non posso fare a meno di pensare, da cittadino, che la norma sembra muoversi verso uno spazio ideale dell’iperuranio politico nel quale ci si sforza di immaginare, dove possibile, un futuro distanziato dalle automobili dopo un secolo in cui la bassa e la media borghesia hanno collegato proprio alle quattro ruote il concetto stesso di benessere. Scrivo “dove possibile” perché sarei folle se pensassi che questo sia il destino a breve termine di tutti i luoghi. Penso alla terra dalla quale vengo, nella quale il trasporto pubblico è sostanzialmente inesistente. Penso a chi vive in luoghi molto periferici, o per conformazione morfologica poco collegati. Sarebbe stupido, allo stato attuale, immaginare che un bus possa passare ovunque, a tutti gli orari possibili.
Ciò detto, Bologna è una città enormemente benestante, piena di persone che vorrebbero conservare lo status quo. Pur lamentandosene costantemente. È una stranissima caratteristica tipica di un popolo che ha sempre saputo danzare agilmente sulla lama che divide conservatorismo e progressismo, molto spesso autodefiniti su basi familiari più che su sistemi valoriali.
Era dunque logico aspettarsi un forte shock lamentoso, che potesse addirittura mettere a rischio la tenuta della sinistra di governo cittadino, di fronte allo scombussolante disagio dei molti.
E poi finalmente tu. Matteo Salvini. L’uomo dei citofoni. Ma soprattutto il politico che più di tutti, più ancora di Matteo Renzi ha rappresentato la più rapida, repentina capacità di salire e scendere nel gradimento collettivo.
Salvini che da Ministro dei trasporti ha pensato di sparare a zero su Bologna30 ipotizzando addirittura strumenti normativi per impedirne o fortemente limitarne la messa in atto. Penserete che poteva pensarci prima, o poteva pensarci per altre città che avevano già fatto questo passo, ma probabilmente non aveva ancora snasato la grande occasione del consenso che questa vicenda si porta dietro.
Da osservatore di sinistra non potrei essere più felice di così. Perché non c’è alleato migliore per una norma sulla quale si hanno dei dubbi che un buon “nemico” politico. Salvini che da quando ha sbagliato la campagna elettorale per le regionali del 2020 è passato dal 40% a meno del 9% su base nazionale, sarà probabilmente in grado di ricompattare il fronte della società civile che irrimediabilmente tra lo stare con il leader della Lega e qualunque altro scenario, sceglierà qualunque altro scenario. Lo dico con il massimo rispetto, mi pare semplicemente un trend inevitabile, e pur dando per ovvio il rischio di sbagliarsi, immaginate quanto sarebbe stato peggio se a battezzare la battaglia contro la disposizione della giunta Lepore fosse stata direttamente Giorgia Meloni, lì si che erano cazzi amari, come immagino si dica a Oxford.
Con un avversario così, che ha già dimostrato di non essere esattamente capacissimo di raccogliere le simpatie del popolo bolognese, si potrebbe registrare addirittura l’opportunità per Matteo Lepore di avere un teatro nazionale nel quale ribadire la sua posizione di leader progressista, capace di non guardare in faccia il consenso di fronte all’idea di progresso. Che non deve essere necessariamente vero. Ma in questi casi, si sa, è importante che appaia così.
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Contrariamente ad Andrea Femia vivo nella periferia di Bologna:zona Massarenti, altezza grattacielo Unipol Strada che è da sempre uno degli accessi più trafficati, affollati, intasati di Bologna. Essendo, come naturale in questa benedetta Piana Padana, un lunghissimo rettilineo, strada che invita da sola a pigiare il piede sull’acceleratore. Scampata diverse volte a peli e contropeli, pur camminando sulle strisce pedonali, e rassegnata ad attraversare, rigorosamente, ai passaggi semaforici e sempre al verde per il pedone, sono strafelice che il sindaco Lepore (finora alquanto anonimo per scelte di sinistra) abbia voluto rischiare il suo secondo mandato proiettandosi avanti nel futuro. Una decisione sicuramente controversa, con attuali pro e contro, ma che fa imboccare a Bologna la strada giusta e potrebbe di nuovo porla a guida di scelte nazionali. I 30 all’ora implicano effetti che come cerchi nell’acqua si allargherebbero a molti altri settori della vita individuale e collettiva. Potrebbe davvero essere l’inizio di una rivoluzione pensata per le generazioni future, un mondo possibile con meno macchine sulle strade, più mezzi pubblici, più sicurezza e anche un tempo diverso, sempre più condiviso, dove “ascoltare il canto degli uccellini” sarà una condizione naturale e prediletta e non lo sfottó di un ministro fuori ogni tempo massimo.