«Non restiamo immobili, solleviamoci con l’Arte»

Artista multiforme, sceglie di esporsi con le sue parole e la sua presenza per la pace, i diritti umani, la lotta alla violenza in ogni forma. Alessandro Bergonzoni è soprattutto interessato a nuove “sollevazioni”, termine che preferisce rispetto a “battaglie”. Da Bologna, invita i cittadini ad allargare l’orizzonte: «Un periodo difficile a causa della Garisenda? Credo dovremmo pensare alle altre “crollature” nel mondo, piuttosto». La cultura è il suo strumento principe: «Il teatro potrebbe avere un ruolo fondamentale nell’educazione affettiva». Mentre immagina una grande sirena per far sentire a tutti il dramma delle guerre nel mondo, rimane deluso dalla politica. «Meloni la leader più concreta d’Europa? Sta solo facendo il suo lavoro, senza aprirsi a nuove opinioni e scambi»

di Giuseppe Nuzzi, giornalista


“Funambolo della parola”, “maestro di sana e lucida follia”, “mago bergonz”. Le sono stati dati tanti epiteti: lei come si definisce?

«Ganglicano: non seguo una nuova religione, ma mi piace l’idea di intersecarmi con altro. Il nostro intestino è lungo oltre 9 metri, il complesso delle nostre vene è lungo molti più chilometri di quanto immaginiamo: ecco, i gangli si intersecano gli uni negli altri. Il ganglicano è chi si affida a una dottrina sanguigna: fa circolare il proprio sangue nel corpo degli altri e viceversa. Mi piace questa idea del collegamento».

Nel 2017, dall’alto della torre degli Asinelli, ha pronunciato il “Discorso ai pedoni che attraversano i mondi”. Da diversi mesi l’attenzione è tutta rivolta alla Garisenda: i lavori toccheranno il modo di vivere dei bolognesi?

«Su questo ho fatto un intervento, “Due torri e un pretesto”. Pre-testo perché dovrebbe esserci una riflessione, prima di scrivere. Dicono che per Bologna è un momento difficile. Se è così non si ha il senso della misura: certo, occorre mettere la Garisenda in sicurezza e spendere il giusto per i lavori di consolidamento e restauro, ma la città non verrà cancellata perché magari bisogna abbattere una delle torri. Piuttosto, dovremmo sfruttare l’occasione per riflettere sulle varie “crollature” del mondo».

Che cosa intende?

«Dovremmo fermarci a pensare a quanto accade nel mondo. Questo non è difficile, ma complesso: “complessità” è una parola che mi piace, indica qualcosa che necessariamente è legato ad altro. Ho questo sogno in mente: l’Asinelli che getta le sue braccia verso la Garisenda pendente, la sostiene e la supporta: è un’immagine potente e forse è proprio quello che servirebbe oggi».

E su Bologna Città 30 cosa pensa?

«Ne stiamo sempre più sentendo parlare: 30 all’ora. E io dico: 30, allora? Ci concentriamo troppo sugli intoppi, sulla velocità. Ma fossero questi i veri problemi di Bologna!».

Il 5 dicembre era presente alla fiaccolata interreligiosa per la pace tra Israele e Palestina e il 10 dicembre alla marcia ad Assisi. Perché ha scelto di partecipare?

«Come uomo di spettacolo dovevo e volevo espormi. Dovremmo farlo tutti: è l’esatto contrario dell’immobilismo, che affligge tutti, anche chi è già afflitto. A Bologna per me c’è stato il “grande finalmente”: finalmente De Paz, Zuppi e Lafram hanno scelto il dialogo. È stato un gesto potente: l’unione fa la pace, non la forza. E in questo anche io ho scelto di avere un ruolo attivo».

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha aperto un dibattito sull’educazione affettiva e sul crescente numero di questi delitti. L’arte e il teatro possono contribuire alla discussione?

«Assolutamente. Sembra esserci una passione per lo “smembramento” di queste vicende, in quello che io chiamo “morbo di chronac”: la cronaca prima di tutto. Anche se fatta in maniera becera. Io credo che, prima ancora dell’etica, ci sia la poetica. E l’arte ci viene in soccorso: prima ancora delle elementari dobbiamo raccontare che oltre all’uomo-forte esiste anche l’uomo-forse. Con opere, installazioni, spettacoli l’arte e la scuola si incontrano: è il teatro che va e fa scuola. Io parlo di opera prima».

“Opera prima”: uno sprone o l’ennesimo gioco di parole?

«Entrambi: opera prima, fallo subito. Crea la tua opera migliore, il tuo capolavoro dell’azione. Non dobbiamo restare immobili, dobbiamo agire subito. Non basta fare un libro sui femminicidi, uno spettacolo sulle carceri o un quadro sui migranti. Eppure, servono, e serve impegno: l’arte è essenziale come la politica».

A proposito: a fine novembre Giorgia Meloni è stata eletta da Politico.eu come leader più concreta d’Europa. Condivide questo parere?

«Perché parliamo di concretezza? Forse ci riferiamo all’associarsi a personaggi come Ursula von der
Leyen, con cui trattare con dittatori – in Libia e in Tunisia – mentre si pensa ai Cpr? Una cosa disumana, che la stessa Liliana Segre definisce “lager delle persone”. Vorrei una presidente che sappia cosa siano lo splendore, la bellezza, la capacità di allargare lo sguardo e i discorsi, la capacità di scambiare pareri e opinioni: tutte cose che io non vedo».

E cosa vede, invece?

«Vedo che Giorgia Meloni sta lavorando per questo periodo di comando, senza cercare scambi».

Lei ha detto più volte che nella sua arte c’è sempre un po’ di politica: come si intrecciano questi due aspetti?

«Non possiamo più limitarci a pensare a compartimenti stagni: oggi tutto è interconnesso. Tempo fa Roberto Roversi mi disse: “Tu sei politico in tutto quello che fai”. Dobbiamo sapere ampliare il nostro discorso, tutelare chi sceglie di esporsi e di essere politica. La condivisione è politica».

Lei è un attivista molto partecipe alle manifestazioni a Bologna. C’è una causa che le sta più a cuore delle altre?

«Tutte. Scelgo il qualunquismo, nel la sua accezione positiva. Credo dovremmo occuparci di più cose. Non mi reputo però un attivista “vero”: attivista è chi si prende cura dei più deboli. Sono attivisti i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione. Il mio è un attivismo qualunquista: voglio occuparmi soprattutto di quello che la politica non vuole vedere».

Lo scorso 6 luglio ha fatto risuonare dalla torre dell’Arengo 600 colpi di campana, in memoria delle vittime del naufragio di Pylos. Per quale altra battaglia vorrebbe farle suonare nuovamente?

«Battaglie: che brutta parola! Parliamo di “sollevazioni”, che partono dal basso, come dovrebbe essere. Con quelle 600 “colpe” di campana ho voluto contrastare la “sostituzione italiana”: passare da un argomento a un altro non appena il primo perde di importanza».

Bologna è ancora partecipe quando si parla di “sollevazioni”?

«Molto, ma dipende anche dai temi. Sui femminicidi siamo in prima linea. Quando la sollevazione parte dal basso, la risposta ha una eco molto forte. Ma su altri temi – migranti, carceri – il discorso un po’ cambia e la partecipazione è minore: sembra che, quando la questione diventa “desueta”, l’interesse cali molto. È una costante che riguarda oggi molte città italiane».

Quale altra “sollevazione artistica” vorrebbe realizzare?

«È da un po’ che penso a una sirena antiaerea che con il suo rumore assordante, ci ricorda che nel mondo ci sono ancora aerei che sorvolano le case di altre persone, perché ci sono ancora tante guerre che si stanno combattendo».

Questa è la sua città, ma ha più volte detto di sentirsi legato a tanti luoghi e a nessuno in particolare. Come si può essere cittadini del mondo?

«Non mi definirei così: l’espressione è diventata fin troppo inflazionata, sembra una pubblicità. Credo piuttosto che oggi sia finita l’epoca del “mio” e siamo in quella del “nostro”, in cui i confini sono meno netti».

Come giudica l’uso del linguaggio nella narrazione dei conflitti degli ultimi anni?

«Le parole si sprecano fin troppo, perché usate male. Il linguaggio può essere “terrorista”, Netanyahu è un terrorista, con il suo governo fintamente democratico. Non riconosco i palestinesi in Hamas, sono due realtà distinte. Qualunque esercito esercita crudeltà. Alle volte la lingua si riduce a un guscio vuoto: i leciti discorsi pacifisti del Papa rischiano di essere inefficaci, se privi di complessità».

Parte della popolazione italiana crede che gli immigrati siano un problema: viviamo in un’epoca nella quale c’è paura del “diverso”?

«È sempre avvenuto, ma oggi la gittata mediatica è maggiore. Non siamo in grado di affrontare il tema della diversità. Il cambiamento e la comprensione devono essere un’operazione innanzitutto interiore. Dovremmo saperci immedesimare nelle altre persone».

Lei è anche pittore e scultore. Come si è approcciato a questo tipo di arte?

«Un forte imprinting è avvenuto con ArteFiera anni fa. Con la pittura e la scultura sono stato molto coraggioso. Mi piace l’arte, che non può dividere ma che unisce. C’è arte in molte cose: carcere e museo sono più simili di quanto pensiamo. Entrambi ospitano opere: da un lato l’essere umano, dall’altro quadri e sculture. Ultimamente mi sto dedicando alle installazioni: sto preparando il Tavolo delle trattative, le cui gambe sono in realtà protesi dismesse del Kurdistan iracheno. Mi piacerebbe che, quando si prendono decisioni che impattano sul mondo si pensi a quelle gambe e a quelle protesi».

In passato ha scritto dei contributi per varie testate: legge ancora i giornali?

«Fino a non troppi anni fa leggevo qualsiasi giornale, che fosse a casa, dal medico o sul tavolino di un bar. Adesso non li capisco: e quando succede, mi arrabbio. Ora prendo appunti lì sopra, correggo, sistemo, scrivo qualcosa di nuovo. Non riesco a leggere se non scrivo».

Da anni è uno dei testimoni della Casa dei risvegli. Com’è nato il suo impegno?

«Non credo serva un’esperienza diretta per interessarsi a queste cose. È tutta una questione di coscienza, di assenza, di mancanza, di stigma: venivo da un’esperienza con le carceri e i manicomi, dove questi aspetti sono tutti presenti. Ora lavoro con i “comabili”, per far capire loro l’importanza della Casa dei risvegli. Per me è anche un lavoro artistico, non solo antropologico: la Casa ha a che fare anche con la musica, perché i versi di chi è lì e non riesce più a parlare creano una sinfonia. E credo che in questo impegno civico occorra spaziare: io non sono uno degli alluvionati, ma so che posso parlare e usare i miei linguaggi per questa causa».

L’intervista è stata realizzata per Quindici, il quindicinale del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna.


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