Dopo giorni di supposizioni più o meno pessimistiche sul futuro della città30 è finalmente giunta la direttiva promessa dal ministro Salvini. Se si esclude un brigoso e burocratico lavoro extra per amministratori e tecnici, non cambierà essenzialmente nulla
di Andrea Femia, consulente digitale cB
Si è dunque materializzata la famosissima direttiva promessa dal ministro Matteo Salvini per contrastare la misura meglio nota come Bologna30, e tutti gli esperimenti simili.
Ci sono da fare un paio di considerazioni che partono dagli umori altalenanti dei giorni scorsi. C’era infatti la sensazione nitida che questa volta il governo avesse davvero deciso di fare sul serio, di mettere in campo le menti migliori per scavalcare il Comune di Bologna, e cavalcare un’ondata di dissenso che aveva caratterizzato i primi giorni di vita ai 30 orari. Questo dissenso, basta leggere i titoli dei giornali che sostanzialmente hanno smesso di occuparsi della vicenda per giorni, ha iniziato lentamente a scemare o quanto meno ad annacquarsi.
Sono trapelati, inoltre, i primi dati riferiti alla misura. In particolare quel 21% di incidenti in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente è finito anche sui giornali nazionali. È vero, la misura è in atto da poco, ma in quel poco tempo si materializza un dato di facilissima lettura. Ogni 5 incidenti stradali, uno viene meno. E quando attivi le antenne statistiche e pensi che quell’uno su cinque potevi essere tu o uno dei tuoi cari, ti viene da pensare che tutto sommato quel 21% male non è.
Questa è una lettura non completa, è ovvio. In tanti ritengono che questa nuova esperienza della strada non gli appartenga, ed è sacrosanto che sia così, perché ognuno ha i suoi tempi di accettazione o addirittura di inasprimento dell’avversione. Tra di loro, Matteo Salvini si aspettava e si aspetta di fare breccia. Non è propriamente un mistero che chi ha l’onore di esercitare il potere esecutivo a peschi tra i malumori della gente per guadagnare consenso. È quello che tendenzialmente avviene nelle democrazie.
La direttiva arrivata ieri sera è un concentrato di ridondanze che riassumono in modo sostanzialmente futile le eccezionalità già note per far sì che una strada possa passare dal limite dei 50km/h a quello dei 30km/h (o meno, lì dove l’eccezionalità sia ancora più eccezionale). Vengono – non proprio furbamente – citati quei passi del codice della strada che prevedono una sostanziale autonomia discrezionale dei Comuni sulla valutazione delle strade nelle quali sia più o meno utile intervenire.
La casistica riportata come “eccezione” valida è così ampia che ci si perde. Per giunta, lo si fa citando circolari ministeriali del 1979, specificando loro stessi essere antecedente al codice della strada che è del 1992. E comunque, pure nelle circolari ministeriali del 1979, le eccezioni erano tali perché le città erano strutturate in modo diverso e le particolarità non erano la normalità.
Si citano per lo più eccezioni che solo chi conosce il territorio può rilevare. Sfido chiunque a trovare una definizione univoca di «intensa circolazione di biciclette». Sono cresciuto in una cittadina dove, nella via di casa, se passava una bicicletta al giorno era anche molto. Vivo a Bologna in una via dove di bici ne passeranno decine. Cos’è che identifica la “intensa circolazione” se non una valutazione discrezionale? A meno di non immaginarci degli ingorghi di biciclette. Che pure farebbe sorridere. O ancora, sempre parlando di interpretazioni non nitidissime: «punti stradali in genere che nascondano insidie non rilevabili a colpo d’occhio». Ma soprattutto, eccetera.
Giuro, viene riportato ECC., nella stessa circolare che delinea le eventuali straordinarietà. Lo trovate a pagina 4 della direttiva che circola un po’ ovunque. Non vorrei dire che è un modo del legislatore per dire “vale tutto”, ma quasi. Terzo rigo. Un inno alla perdita di tempo. E alla peggiore burocrazia (la prossima volta che li sentite parlare di semplificazione ricordatevi di questa cosa). Come si sono già lamentati a Treviso e Olbia i compagni di area politica di Salvini.
Perché alla fine ciò che concretizza questa direttiva è che il ministero indica che non si possano accorpare le zone, ma nei fatti bisogna citare strada per strada. Quindi questo vuol dire che il ministero, e chi lo presiede, ritiene che sia logico e utile far perdere tempo alle amministrazioni e ai tecnici comunali, scorporando le ordinanze e facendone una per una, come se non avessero altro da fare. Rimane il dato sostanziale che la misura Bologna30 è salva, o addirittura irrobustita dall’intervento governativo. Quanto meno, pur se brigoso e iper burocratico, è un metodo certo.
