Il nodo del fine vita

Al diritto individuale di vivere o morire subentra la responsabilità della comunità a fare tutto il possibile affinché non si arrivi all’estrema decisione, quella del non ritorno, come l’unica scelta possibile. Il fine vita non deve più essere una questione che si racchiude nelle quattro mura di un capezzale, ma deve aprirsi alla città, all’elaborazione il più possibile condivisa di un nuovo diritto alla salute

di Cristina Ceretti, consigliera comunale Pd


Ogni volta che si affrontano le questioni etiche relative al “fine vita”, il dibattito pubblico tende a polarizzarsi tra i sostenitori della sacralità della vita e i sostenitori della libertà di scelta e di autodeterminazione delle persone. Il nodo del fine vita è ben più complesso.

Al diritto individuale di vivere o morire subentra la responsabilità della comunità a fare tutto il possibile affinché non si arrivi all’estrema decisione, quella del non ritorno, come l’unica scelta possibile.

Quando si perde la dignità? In alcuni casi la si perde nella solitudine del dolore. Ma se alla persona malata di una patologia inguaribile si offre un approccio di cura volto a migliorare la qualità della sua vita residua, se si costruisce una relazione di ascolto, di rispetto del suo dolore, di presa in carico della persona e dei suoi famigliari, allora forse la dignità può essere salvata nel tempo che resta. 

Il fine vita, cioè, non deve più essere una questione che si racchiude nelle quattro mura di un capezzale, ma deve aprirsi alla città, all’elaborazione il più possibile condivisa di un nuovo diritto alla salute.

Siamo abbastanza maturi da riconoscere nell’altro il suo diritto alla fragilità e combatterne la solitudine? Ci stiamo chiedendo come verranno ridisegnati i centri di riabilitazione, di lungodegenza e lungo-assistenza alla luce degli enormi tagli alla sanità? Saremo in grado di fornire ai più fragili e soli la possibilità di una scelta alternativa al taglio della vita?

Stiamo portando avanti in Parlamento una dura battaglia politica affinché i decreti attuativi della “Legge sulla non autosufficienza” siano sostanziati da risorse certe e durature? Stiamo scrivendo la “Legge sui caregiver” per riconoscerne piena dignità? Stiamo elaborando innovazione nella stesura dei decreti attuativi della “Legge delega sulla disabilità”?

Siamo in grado di escludere che oggi la Ricerca, anche attraverso l’Intelligenza artificiale al servizio della medicina e dell’uomo, non possa aprire in tempi rapidi a nuove frontiere, per esempio della riabilitazione e della neuroprotesica?

In quali sedi la politica si concede il tempo di ragionare sul fine vita senza preconcetti ideologici, anziché chiederne solamente l’urgenza? Questi alcuni dei dubbi che ho. Sembra che si voglia tagliare questo nodo senza scioglierlo. Ma una corda tagliata è solo più corta.


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