Il lavoro povero umilia la storia della cooperazione

Ciò che sta accadendo dentro Coop Alleanza 3.0 non è un’operazione banale, ma un passo verso qualcosa che potrebbe avere ripercussioni catastrofiche non solo lavorative, ma anche culturali

di Marco Morales, rappresentante sindacale aziendale Coop Alleanza 3.0


Se la Lega delle cooperative fa Confindustria e se l’associazione nazionale cooperative di consumo fa Federdistribuzione. Il cosiddetto mondo alla rovescia . Si evince infatti dalla recente vertenza sindacale sul lavoro in appalto in Coop Alleanza 3.0 e dalla trattativa nazionale sul rinnovo del contratto nazionale del commercio cooperativo che le parti datoriali tanto più si assomigliano sotto il profilo dei piani industriali e della gestione dei rapporti sindacali, quanto più sarebbero differenti sotto il profilo statutario delle imprese che rappresentano, per la visione e per la missione che esprimono, per identità e valori storicamente espressi.

Sulla vertenza Coop Alleanza 3.0 – la più grande cooperativa italiana di consumatori con oltre 2.2 milioni di soci, oltre 17mila dipendenti e 350 punti vendita – e sindacati unitari del commercio, molto si è detto sulla partecipazione dei lavoratori, dei soci e dei soci lavoratori, poco traspare invece del pensiero della governance cooperativa. Anche se tra le righe una voce si è levata, autorevole: la risposta di Rita Ghedini presidente di Legacoop Bologna. Una risposta pragmatica a un’istanza politica:  «Premesso che le singole vertenze le trattano le imprese, in questa specifica situazione non ci sono esuberi. Non è un’esternalizzazione di lavoratori. C’è una gestione diversa dell’impianto e un allineamento di una specifica funzione all’organizzazione che c’è nel resto della rete di Alleanza 3.0 e nella totalità delle gestioni della grande distribuzione» (qui).

Dunque, sembra voler dire, ognuno si senta libero: le politiche industriali le decidono le singole aziende cooperative, le esternalizzazioni e il lavoro in appalto vengono largamente utilizzate nella grande distribuzione organizzata privata, lo fanno gli altri e lo fa anche Coop e qualsivoglia azienda cooperativa.

E qui sorge il quesito: la differenza tra una azienda privata e una azienda cooperativa qual è? Quale la “distintività” delle coop rispetto agli altri player della Grande distribuzione organizzata? Una domanda che, mi par di capire, si è posto anche Simone Gamberini, presidente nazionale di Legacoop, che sul tema del lavoro povero all’interno del mondo cooperativo auspica quantomeno un supplemento di riflessione tra i suoi associati (qui).

La risposta teorica sta (stava?) negli Statuti, appunto nella vision di Legacoop: “un mercato sano e plurale in sintonia con una società giusta e pulita e in armonia tra le sue parti”. E poi nella mission di  Legacoop: “…il protagonismo utile, sociale e civico” delle coop associate. Alleanza 3.0 in primis, verrebbe da aggiungere.

La risposta concreta invece oggi la esprimono i lavoratori e i sindacati non solo di categoria, quei sindacati che oggi rifiutano la logica degli appalti a livello nazionale. I lavoratori Coop rispondono alla logica neo-cooperativa con un posizionamento politico ed etico eclatante: No al lavoro in appalto, no a contratti discordanti rispetto alla mansione e no al lavoro sottopagato e povero. Ed esprimendo scelte di politica aziendale che comunque, come soci lavoratori, è doveroso esprimere: nessuna dismissione delle nostre attività caratteristiche, stabilizzazione dei lavoratori assunti con contratti precari (somministrati e part-time involontari) in quanto già ampiamente formati e in organico di fatto. Nessun passo indietro quindi sulla gestione diretta dei punti vendita, sull’assunzione diretta dei lavoratori e sull’applicazione per tutti dello stesso contratto collettivo nazionale per i dipendenti di imprese della distribuzione cooperativa.

E poi c’è il territorio: Bologna e l’Emilia-Romagna, dove la storia della cooperazione, del progressismo e del mutualismo diventa una scelta di campo politica e fortemente identitaria, che ha e vuole avere una valenza generale diametralmente opposta a quella delle autonomie differenziate e delle differenziazioni tra lavoratori, tra contribuenti, cittadini della stessa nazione e territori dello stessos Stato. Ciò che sta accadendo dentro Coop non è quindi un’operazione banale, ma un passo verso qualcosa che potrebbe avere ripercussioni catastrofiche non solo lavorative, ma anche culturali. Non vogliamo e non possiamo fare noi da apripista.

Se questa è dunque la visione, la missione è quindi lo sviluppo di un modello cooperativo che si distingua nettamente dalle realtà economiche diverse dalle coop. Per giocare con le parole di Legacoop Bologna, che si “allineino” i competitor ai valori cooperativi. Non viceversa. Nel commercio, dopo tutto, vince chi si distingue.


3 pensieri riguardo “Il lavoro povero umilia la storia della cooperazione

  1. Ciao a tutti ecco quanto mi risponde Coop Alleanza 3.0 sulla questione delle esternalizzazioni: “…Gentile sig. Bignami Paolo,
    La informiamo che, in merito alla scelta di esternalizzare le attività di allestimento dei generi vari in alcuni nostri punti vendita, ci teniamo ad evidenziare che questo cambiamento avviene senza alcuna ripercussione sui livelli occupazionali attuali.
    La scelta – annunciata da tempo – sarà portata avanti con la responsabilità sociale che da sempre caratterizza l’operato della Cooperativa, dunque senza depauperare il patrimonio di competenze delle lavoratrici e dei lavoratori ma, anzi, con l’intento di migliorarlo.
    Si tratta di una misura, già utilizzata con ottimi risultati in altri punti vendita della Cooperativa, tesa a cogliere appieno le opportunità di razionalizzare e ottimizzare le competenze e il tempo dedicati all’allestimento continuativo degli scaffali, una delle attività caratteristiche della Cooperativa, con un incremento previsto nel livello di servizio offerto a Soci e consumatori.

    Ringraziandola per averci contattato e per la sua attenzione nei confronti della cooperativa e del lavoro dei colleghi, cogliamo l’occasione per porgerLe cordiali saluti….”

    Cordiali saluti e Buona Pasqua a voi e famiglie

  2. C’entra poco, ma quanto scritto finora mi ha fatto venire in mente le discussioni che si aprirono negli ospedali quando si esternalizzarono le attività di lavanderia guardaroba poi quello delle cucine (con perdite irrecuperate di professionalità specializzate di sarti/e e cuochi/cuoche) delle pulizie mentre ora si sta ragionando sul cuore dell’attività sanitaria vera e propria con l’ingresso in corsia di infermieri e medici a gettone. E’ facile profetizzare che nella GDO sarà sperimentata l’introduzione degli allestimenti nelle ore notturne con l’ausilio di IA e tecnologie automatizzate che non prevederanno l’utilizzo di personale se non da remoto in funzione di controller. (I magazzini hub Amazon li stanno sperimentando da qualche anno)

  3. Tutti questi interventi, dovuti a persone che conoscono bene le leggi e gli ordinamenti, ma anche gli effetti malsani degli stessi, meritano di essere raccolti in un dossier o cahier de doléances, utile per affrontare il problema delle morti sul lavoro.

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