Bulgarelli: «La lotta paga, ora sicurezza e salari più alti»

Dichiara guerra al lavoro povero e ai subappalti. E sulla strage di Suviana ha promosso uno sciopero perché «a distanza di 24 ore non si sapeva neppure per chi lavoravano le vittime». Michele Bulgarelli, 44 anni, è il segretario della Cgil più forte d’Italia con 150mila iscritti. Viene dall’università ed è stato per 20 anni dirigente della Fiom. Alla Electrolux nel 2014 ha conosciuto Landini, di cui ammira la «radicalità democratica». «Il conflitto dà risultati» dice a proposito delle tante crisi superate come quella della Saga Coffee e Magneti Marelli, «lì i posti di lavoro «li abbiamo salvati». «Grazie alle nostre lotte, nelle fabbriche bolognesi un operaio guadagna 1.500 euro in più e ha il permesso pagato per portare il genitore malato dal medico o il cane dal veterinario». Dopo la settimana corta di quattro giorni alla Lamborghini ora, vuole la quindicesima mensilità. Promuove a pieni voti il sindaco Lepore, mentre boccia il governo Meloni per le tante promesse disattese come il taglio delle tasse

di Giorgio Papavero, giornalista


Quando ha cominciato a fare il sindacalista?

«Ho iniziato dal movimento studentesco. Dopo, mi sono avvicinato al sindacato alla fine degli anni Novanta e sono entrato in Fiom a Forlì. Questo perché sono del parere che il sindacato lo s’impara nelle fabbriche».

Da quando ha fatto il suo ingresso nell’ambiente sindacale sono trascorsi vent’anni. Come ha visto cambiare il mondo del lavoro?

«La precarietà c’è sempre stata. Oggi con appalti e subappalti ne vediamo una nuova frontiera. Basta andare dentro un qualsiasi luogo di lavoro, come un ospedale o una fabbrica per vedere come gli stessi lavoratori hanno contratti diversi. Ma si può essere precari anche con un contratto a tempo indeterminato siglato con una cooperativa o con un’azienda in appalto, perché si è sempre soggetti a grossi cambiamenti».

La sua polemica contro appalti e subappalti vale anche per la tragedia di Suviana?

«Una strage di una dimensione di cui a Bologna non c’è memoria. Fa ancora più male perché avvenuta in un cantiere dell’Enel e soprattutto perché a distanza di 24 ore non si conoscevano i nomi delle ditte di cui erano dipendenti i lavoratori. Siamo pronti a costituirci parte civile nel processo».

La sua elezione è avvenuta sotto gli occhi del segretario Landini. Quali sono le sue caratteristiche personali che più apprezza?

«Conosco Landini dal 2014, quando in Fiom era il coordinatore nazionale del gruppo Electrolux e insieme seguimmo la vertenza a Forlì. Il capo del personale del gruppo svedese diceva di apprezzarlo, perché le parole che riferiva in fase di trattativa erano le stesse che poi ripeteva in televisione e ai lavoratori in assemblea. Questa schiettezza unita alla sua radicalità democratica è il modello sindacale che Landini rappresenta».

Che pressione sente nel dirigere quella che viene definita una delle sedi sindacali più importanti d’Italia?

«La Camera del lavoro di Bologna è una realtà sindacale grande, con 150mila iscritti e allo stesso tempo importante, perché nel campo dell’industria è qui che si firmano gli accordi migliori d’Italia. Inoltre, una peculiarità tutta emiliano-romagnola è che la Cgil contratta anche con i sindaci per indirizzare lo sviluppo e le risorse sul sistema dei servizi pubblici».

Le battaglie sindacali contano ancora? E su che piani si giocano adesso?

«La lotta paga sempre. Le battaglie sindacali contano perché, quando un’azienda decide per una chiusura, si può contrastare questa decisione come abbiamo fatto nel caso della Saga Coffee e della Marelli dove i posti di lavoro sono stati salvati».

Quindi scioperare conta ancora?

«Oggi lo sciopero ha molto più potere ed efficacia rispetto a prima. Infatti, l’industria moderna “appaltatrice” è più fragile e con un semplice sciopero si riesce a bloccare l’intera linea produttiva».

Nel dicembre del 2023 ha dichiarato che «i sindacalisti sono anche le vertenze che fanno». Lei in quali si identifica?

«La prima che mi viene in mente è la vertenza in Marcegaglia a Forlì. In quell’occasione l’azienda decise di modificare un accordo interno molto importante e inserire un salario di ingresso. Per noi quello fu un grave errore, ci mettemmo subito di traverso e dal mio punto di vista salvammo la dignità. Un’altra importante vertenza fu quella di Electrolux nel 2014, perché volevano chiudere lo stabilimento di Porcia. Quando arrivò l’annuncio, tutto il gruppo cominciò a scioperare. Ci fu una pressione talmente forte che l’azienda dovette tornare sui suoi passi e rivedere la decisione».

E a Bologna?

«L’accordo per portare il suv Urus Lamborghini a Sant’Agata Bolognese, che ebbe come risultato cinquecento nuove assunzioni».

La tripartizione sindacale nel modo attuale ha ancora senso?

«Quella divisione sindacale oggi è incomprensibile. Chiaro che rimangono delle differenze accese, come per esempio ci sono tra Cgil e Cisl. Allo stesso tempo guardo anche all’alleanza che si sta costruendo e strutturando con la Uil, che ci ha portato in questi anni a scioperare insieme contro il Jobs Act e le manovre finanziarie del governo Meloni».

Quasi la metà dei giovani non si iscrive a un sindacato. Come si convincono?

«I giovani non mi preoccupano, perché s’iscrivono nelle vertenze e partecipano ai picchetti. Chiaro che serve un programma di lavoro e una piattaforma che li metta al centro. Purtroppo, si incontrano pochi giovani in quegli ambiti sindacali dove è più forte la contrattazione collettiva, ma questa è una stortura del mondo del lavoro. Quello che mi preoccupa è l’impiegato che partecipa di meno».

Come avete potenziato il vostro sistema di welfare aziendale?

«Non chiamatelo così, perché i risultati ottenuti sono il frutto di tante battaglie. È la legge dei metalmeccanici bolognesi, che consente all’interno delle nostre fabbriche attraverso dei permessi retribuiti di portare a visita medica il genitore anziano o l’animale domestico dal veterinario. Un lavoratore medio guadagna 1.490 euro. In più, le aziende ti permettono di studiare e in certi casi gli studi te li pagano pure».

Sulla gig economy la Cgil come si posiziona?

«I riders sono lavoratori e per questo motivo hanno dei diritti. Come Cgil abbiamo fatto una lotta senza quartiere contro le piattaforme di food delivery e questo ci ha portato a vincere parecchi ricorsi in tribunale. Il modello verso cui dobbiamo propendere è quello di Just Eat, perché ha deciso di assumere tutti i propri lavoratori e inquadrarli come dipendenti, rafforzandone le tutele».

Di recente avete denunciato il lavoro povero che si cela in diversi ambienti come aeroporto e Coop. Quanto è esteso questo fenomeno a Bologna?

«Coop è un problema diverso. Loro sono leader a livello nazionale come salari, però vogliono appaltare il sistema di riempimento scaffalature di cinque supermercati a Bologna. A questo ci siamo opposti, perché vuole appaltare il servizio ad altre cooperative, quindi, con lavoro povero».

E in aeroporto?

«Il fenomeno riguarda la metà dei lavoratori, circa mille dipendenti, che si occupano di servizi handling, come il facchinaggio. Mi sono fatto inviare la busta paga di un lavoratore aeroportuale con due anni di anzianità di servizio: prende 1.360 euro lordi al mese. Questa potrebbe essere la busta paga di un lavoratore full time, ma il lavoratore in questione come tutti i neoassunti è un part time».

Cosa significa?

«Che la sua busta paga in realtà è sotto i mille euro e che per arrivare a quella cifra ha dovuto lavorare le notti, le domeniche e saltare i riposi. Dunque, siamo in presenza di una busta paga drogata di lavoro aggiuntivo».

Anche il turismo è compreso tra quei settori a rischio?

«Certamente. Il reddito lordo annuo medio dichiarato all’Inps nel 2021 è stato di 10.500 euro contro i 34.000 dell’industria a Bologna. Anche lì c’è un problema di lavoro povero su cui bisogna intervenire al più presto».

La settimana corta della Lamborghini ha fatto da apripista. È questo il modello aziendale del futuro, ma soprattutto per le piccole aziende è sostenibile?

«Io dico sì. Come sostenuto dal capo del personale di Lamborghini intervistato da Repubblica, in cui dice sostanzialmente che non nella quantità, ma è un modello replicabile altrove. Infatti, sono seguiti gli immediati annunci di Illumia e Renner. In Lamborghini ci sono riusciti attraverso la realizzazione di una via emiliana al modello tedesco: si son messi lì in commissione tecnica a soppesare turni, auto e lavoratori per fare in modo che si riduca l’orario, ma aumenti il salario, perché cresce notevolmente il premio di risultato».

Qual è il vostro obiettivo?

«Far aumentare le retribuzioni in tutti i modi possibili, sia in modo fisso, introducendo la mensilità aggiuntiva come sta avvenendo, passo dopo passo con Lamborghini dove si va verso la quindicesima, un caso unico. E poi la quattordicesima dove non c’è. In Ducati stanno ragionando di arrivare anche loro verso una quattordicesima piena».

Com’è la situazione del gender pay gap in Emilia-Romagna?

«Il divario salariale tra uomini e donne in Regione è più alto della media italiana. Responsabili di questa situazione sono le imprese, perché aumentano il salario all’uomo che mi fa lo straordinario e non rimane a casa con i figli. Questo provoca delle differenze di stipendio che sono di trenta euro per gli operai, cinquanta per gli impiegati, ottanta per i quadri e oltre centodieci per i dirigenti».

Passando alla città: il sindaco Lepore si sta avviando verso metà mandato. Che voto dà?

«Un otto pieno, che per me equivale a un dieci. Ci ritroviamo una città piena di cantieri, che è un bene, perché altrimenti sarebbe ferma. Non possiamo volere gli investimenti delle multinazionali per poi essere scollegati dall’Europa. Quindi ottimo l’investimento sul tram, l’attenzione dell’amministrazione sulle crisi aziendali e l’accordo siglato con il Comune sulla coesione sociale. Si deve invece fare di più sul lavoro povero, anche cercando soluzioni innovative».

Cosa pensa di quello che sta avvenendo alla scuola Besta?

«È chiaro che dispiace vedere questo clima di scontri e tensioni, però siamo dentro un piano di investimenti pubblici di cui c’è bisogno. Sono convinto che la costruzione di una scuola nuova debba essere vista come una notizia positiva».

Che voto darebbe invece al Governo Meloni?

«Bocciatura totale, tra il tre e il quattro al massimo. Ma il voto lo deve dare chi li ha votati e si trova senza una risposta alle tante promesse elettorali fatte, ma tutte disattese».

Come mai sulla guerra i sindacati non riescono a far sentire la propria voce?

«Non è vero: la Cgil ha sempre avuto una posizione radicale, ma c’è un oscuramento mediatico della ragione per la pace. Perché la guerra produce profonde divisioni in società, come abbiamo già visto prima con l’Ucraina e anche dopo con Gaza. Noi continueremo a manifestare tutte le volte che ce ne sarà l’occasione».

Lei ha dichiarato che «la transizione ecologica accampata come alibi della chiusura delle fabbriche è una balla colossale». Come dovrebbe avvenire una transizione giusta?

«Dobbiamo toglierci dalla testa che la transizione green produca licenziamenti, perché è soltanto una scusa. Per realizzare una transizione giusta occorre un piano di investimenti pubblici e privati, andando a individuare quelli che sono i settori strategici».

Cosa pensa dell’elezione di Emanuele Orsini come presidente di Confindustria e del derby tutto emiliano con Maurizio Landini, il leader della Cgil?

«Mi torna in mente l’accordo dei metalmeccanici siglato tra Landini e il precedente presidente di Federmeccanica Storchi, festeggiato con un piatto di tortellini. Il mio auspicio è che il vento dell’Emilia-Romagna, dove l’aria progressista che si respira è costituita di riconoscimento reciproco, contrattazione, investimenti e non sulla riduzione del costo del lavoro, possa continuare a soffiare».

Qual è la forza di questo “modello emiliano”?

«Riconoscere la controparte come portatrice di un interesse alternativo. Questo, insieme al conflitto ha permesso al sistema delle imprese di essere quello che sono oggi. Infatti, senza scontro le aziende si adagerebbero, mentre attraverso questo confronto democratico devono aumentare i salari e restare competitive».


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