«La presa del circolo a un certo punto stava per saltare. Lo aveva chiesto il Papa in persona. Il sindaco e il Pci stavano per piegarsi. Poi accadde qualcosa…». Franco Grillini, bandiera del movimento Lgbt e delle battaglie per i diritti, fondatore e presidente onorario di Arcigay, politico di lungo corso, prima nel Manifesto, poi nel Partito comunista e nel Pds, ma mai nel Pd, rivela per la prima volta un retroscena sulla nascita della prima sede gay di Bologna, che lui considera l’inizio di un cambiamento nel costume in Italia. Giornalista e scrittore, appassionato di cinema, Nettuno d’oro nel 2018, si definisce un liberale di sinistra, laico e libertario e racconta come è cambiato il mondo Lgtb+ in 40 anni di battaglie. Del governo Meloni dice «tutto il male possibile». Mentre Schlein «è un’amica, anzi una sorella, e sono felice di vedere una lesbica alla guida del partito democratico». Infine, un suggerimento per il sindaco Lepore: «L’ho sostenuto, ma faccia di più per i parcheggi»
di Khrystyna Gulyayeva, giornalista
L’apertura del Cassero di Porta Saragozza è del 1982. Come andò quella che lei considera una presa della Bastiglia?
«Spesso si dice che il Comune lo concesse, sminuendo l’impresa. Fu invece una vera
conquista. Messa in dubbio fino all’ultimo».
Perché in dubbio?
«Rischiò di saltare. A un certo punto il Comune decise che non lo avrebbe più concesso. A metà maggio dell’82 i giornali locali uscirono con titoli come “Tramontata la questione Cassero, il Comune rinuncia”. Eravamo affranti, non capivamo. Perché il sindaco Renato Zangheri che aveva dato la sua parola, e il segretario del Pci Renzo Imbeni, che aveva deciso da solo senza neanche convocare la segreteria, si tiravano indietro?».
Già, cosa era successo?
«Ci ho messo 40 anni per capirlo. Tutto era legato alla visita del Papa che in quei giorni a Bologna aveva incontrato il sindaco. Quello che allora non sapevamo era che i due si erano incontrati, su richiesta del papa Wojtyla, a porta Saragozza, luogo secondo lui consacrato alla Vergine. Il Papa indicando l’immagine della Madonna scolpita, in cima al portico, disse che quel luogo non poteva essere dato ai gay. Perciò il sindaco stava per rimangiarsi la promessa. Questa vicenda rimase segreta per molti anni».
Come siete riusciti a far cambiare idea a Zangheri?
«Io ero segretario nel gruppo consiliare del Pdup, Partito di Unità Proletaria con un solo consigliere. Minacciammo di uscire dal consiglio comunale. In altri tempi questo non avrebbe sortito alcun effetto ma anche i socialisti minacciarono di rompere l’alleanza. Per non far cadere la giunta il sindaco fu costretto a scontentare la Chiesa aprendo una parentesi ventennale di polemica. Dopo venti giorni, vittoria. Il 26 giugno inaugurammo il Circolo».
È in quei giorni che nasce il “Circolo frocialista”?
«In realtà è precedente. Per molto tempo ci eravamo riuniti nella sede socialista in via Masini. Il primo animatore fu Samuel Pinto, cileno, fuggito da Santiago dopo il golpe del 1973. Dopo ogni riunione Samuel sparpagliava in qua e in là le sedie e spargeva i mozziconi per terra, così i socialisti avrebbero creduto che fossimo in tanti. Ci trasferimmo, in seguito, nella sede del partito Radicale in via Farini. Eravamo una decina tutti iscritti al Fuori, finche il fronte non aderì al partito di Pannella e ci dividemmo in via Castiglione e fondammo il circolo di cultura omosessuale 28 giugno».
Ci sono altre “Bastiglie” da prendere oggi?
«La prima cosa da fare è ottenere una sede in ogni Comune d’Italia. Non è un dettaglio. Senza sede non c’è visibilità né possibilità di aggregazione. Ma la battaglia vera è quella per ottenere leggi più giuste».
Un esempio?
«Il matrimonio egualitario che è stato votato venti giorni fa in Thailandia, e anche a Cuba mentre l’Italia è sempre in ritardo. In Italia ci sono tante leggi omofobe. Anche la legge sulle unioni civili non basta. Fu un passo avanti, ma per farlo occorse il voto di fiducia e Renzi corse il rischio di una crisi di governo perché a scrutinio segreto un pezzo del centro sinistra avrebbe votato no. C’è ancora tanta strada da fare».
E in questi 40 anni è cambiato qualcosa nel Paese?
«C’è stata un’autentica rivoluzione. La vera rivoluzione avviene nella affettività, nella relazione tra le persone, nella mentalità, nel modo di pensare contro il pregiudizio, nel costume. E riguarda tutti, sia gli omosessuali sia gli eterosessuali, perché siamo riusciti a promuovere una diversa idea di famiglia inclusiva. In questi quarant’anni siamo riusciti a cambiare mentalità a un’intera nazione».
Parla di rivoluzione. Quanto è cresciuto il Movimento? Come ha cambiato la mentalità italiana?
«L’anno scorso sono state 56 città con un milione di persone per strada. Ora è un movimento di massa. Coinvolge interi pezzi delle città che scendono in strada per manifestare per la libertà. Inoltre, c’è stato un abbassamento clamoroso dell’età della presa di coscienza che la dice lunga sulla natura del cambiamento. Una rivoluzione fatta da singole persone nella loro vita quotidiana. Ormai, secondo la statistica di Nando Pagnoncelli, il 62 per cento della popolazione italiana accetta gli omosessuali e l’omosessualità. Un risultato soddisfacente».
Che contributo ha dato il giornalismo al Movimento?
«Il giornalismo è stato decisivo per far passare le nostre battaglie. Prima sui giornali c’era una vera e propria macelleria di cronaca. Si parlava di omosessuali con allusioni e ammiccamenti. Si parlava di “torbidi ambienti”, di “amicizie particolari”, di “omicidi gay” come se fosse qualcosa di particolare. Nel tempo è cambiato. Anche fra di noi, cercavo di spingere le persone a parlare in modo semplice e breve, accessibile a tutti. L’informazione per essere utile non può essere autoreferenziale. Deve parlare a tutti. In questo senso saper usare l’informazione è stato decisivo».
Una volta lei è stato appellato “compagno busone”, come andò?
«Ero intervenuto durante una manifestazione di operai di Casaralta. Ho provato a spiegare che avevamo gli stessi interessi. In fondo le nostre battaglie per i diritti civili erano le stesse. Un operaio esclamò: “Sono d’accordo con il compagno busone!”. Quando tutti si misero a ridere lui rispose in dialetto: “C’è poco da ridere. Voi non capite la modernità”. E aveva ragione perché aveva capito prima di tutti che le battaglie vanno di pari passo».
I gay sono un bersaglio per l’attuale Governo?
«Decisamente sì. Tutta la collettività Lgbt+ è un bersaglio. Dell’attuale Governo penso tutto il male possibile. Anche il Primo ministro canadese Trudeau ha spiegato a Meloni che definire “reato universale” la Gpa, il cosiddetto utero in affitto, è scorretto perché equivale a definire criminali i paesi dove è legale. Questo governo continua a fare azioni per ridurre i diritti promuovendo un atteggiamento omofobo. Basta dare uno sguardo alle norme che sono in discussione in Parlamento. La circolare “Piantedosi” ha cancellato la dicitura “genitore uno” e “genitore due”, voluta dal governo Monti con riferimento anche alle famiglie eterosessuali composte da una sola persona con figli».
La bocciatura del ddl Zan è la dimostrazione che una parte del Paese non vuole riconoscere i diritti degli omosessuali oppure la legge aveva qualche difetto?
«Il fallimento è dovuto al modo in cui è stata portata avanti. È stata sbagliata la strategia. Bisognava mettere il voto di fiducia in Senato e invece hanno deciso di andare alla Camera. È stata una Caporetto».
Che giudizio dà del sindaco Lepore a metà mandato?
«È un po’ difficile per me giudicare perché siamo amici e con chi conosco in genere sono più indulgente. Se proprio dovessi sottolineare qualcosa che non mi piace, gli direi che Bologna ha bisogno di più parcheggi. Non bisogna avere un atteggiamento punitivo del traffico privato che a mio parere riguarda la libertà delle persone e spesso e volentieri la necessità di poter raggiungere il posto di lavoro. Il trasporto pubblico non arriva dappertutto, soprattutto di notte. Chi ha lavori di un certo tipo deve poterci andare in macchina».
Invece Schlein?
«Siamo amiche anzi sorelle. Mi piace. Mi piace anche solo per il fatto di avere una lesbica a capo del Pd. Le auguro di avere successo anche se in una situazione e in un partito che non è affatto facile».
Lei ha partecipato all’iniziativa “Sinistra per Israele”. Esiste ancora una sinistra nell’Israele di Netanyahu?
«Perché non dovrei sostenere la sinistra in Israele dove per fortuna non solo esiste ma sembra anche in ripresa a livello elettorale? È una sinistra che manifesta sotto al palazzo del Governo perché vuole le dimissioni di Netanyahu. Si sa che il Primo ministro sta facendo una guerra perché altrimenti finirebbe in galera con una decina di processi per corruzione. Questa è la prospettiva che lo aspetta, alla fine. La mia opinione è che la sinistra in Israele finirà per prevalere. Me lo auguro!».
Questa scelta è stata criticata da alcuni manifestanti. Cosa ne pensa?
«Non mi spiego perché sono stato contestato. Non sopporto lo strabismo di chi, condannando gli orrori della guerra israeliana nella Striscia di Gaza, dimentica di condannare Hamas, che ha scatenato il conflitto per usare il sangue dei Palestinesi per ottenere, come indica la sigla del suo nome, l’islamizzazione dell’area e che lapida le donne e gli omosessuali».
Che rapporto ha con la Chiesa?
«È sempre stato conflittuale e lo è tuttora. Mi ricordo quando Biffi aveva detto che gli omosessuali erano pedofili, cleptomani e necrofili. Io gli risposi: “Ma eminenza, si è guardato allo specchio per caso? Perché in quanto a pedofilia non avete rivali. In quanto a necrofilia siete la religione più necrofila, avete le chiese piene di ossa che chiamate reliquie. Persino il prepuzio di Cristo è conservato da qualche parte. E con l’otto per mille non potete accusare proprio noi di cleptomania”. Papa Francesco ha un po’ cambiato i toni ma nient’altro. Ha cambiato la dottrina ma è la liturgia, la tradizione che andrebbe modificata».
Di Zuppi cosa pensa?
«Fa quel che può. Non può discostarsi più di tanto. Gli auguro di diventare il prossimo Papa. Se non sarà lui difficilmente un altro italiano ce la farà. Mi auguro che non arrivi un africano o un americano perché hanno posizioni ultraconservatrici».
L’omosessualità è un tema presente non solo in politica ma anche nella cultura. Quali sono i principali meriti del cinema di Ozpetek?
«È un esempio di immaginario positivo. Il cinema assieme al giornalismo, sono state le prime cose che sono cambiate in merito ai temi Lgbt+. Pensate alla rappresentazione dei personaggi gay nel film, con Daniel Day-Lewis, My beautiful laundrette. Non dico che il cinema debba essere zuccheroso ma nemmeno tendere a colpire sempre lo spettatore con immagini stereotipate dei gay che muoiono di morte violenta o fanno le checche».
Nel passato ha detto di avere avuto tre vite: quella più giovane, poi quella omosessuale, più matura, e quella più recente, quando ha scontato una grave malattia. C’è una quarta vita che vorrebbe?
«Non una, ne vorrei altre tre. La quarta è quella della memoria. Ho proposto al sindaco Lepore di fare a Bologna il Gay Museum, sul modello di quello che c’è a Berlino e a San Francisco. In modo tale da salvare gli archivi. Abbiamo il più grande archivio d’Italia. Una gigantesca quantità di materiale giornalistico, cinematografico, audiovisivo e di testimonianze orali. Un archivio fruibile che le persone e i professionisti possono utilizzare per fare ricerche. Il materiale andrebbe digitalizzato per essere conservato per i posteri. Con la rivoluzione digitale abbiamo la possibilità di rendere la memoria eterna. Il sindaco in campagna elettorale aveva manifestato entusiasmo per l’idea. Vedremo se si realizzerà davvero».
L’intervista è stata realizzata per Quindici, rivista del Master in giornalismo dell’Università di Bologna
