Si intitola “1943: L’ora della scelta” il documentario che Paolo Soglia e Lorenzo K. Stanzani hanno realizzato insieme a un gruppo di studenti dei licei Galvani, Laura Bassi e Copernico. Il secondo capitolo di un progetto che i due artisti portano avanti con l’Anpi di Bologna, che fa emergere consapevolezze e timori di una generazione perennemente in bilico tra l’impegno civico e l’apatia conformista dell’era digitale
di Cristian Tracà, docente
Sono ancora fresche le immagini della Festa della Liberazione: anniversario che anche quest’anno ha agitato antichi e nuovi fantasmi nel Paese che fa fatica ad avere i valori costituzionali come base. La città ha risposto come sempre con dibattiti, incontri, presentazioni, celebrazioni e attualizzazioni del tema resistenziale.
Nel patrimonio di immagini e riflessioni attorno al 25 aprile da anni meritano una citazione doverosa i lavori che Paolo Soglia e Lorenzo K. Stanzani costruiscono, cercando di sviscerare il senso dell’antifascismo di questa parte d’Italia che in quel frangente storico ha sofferto e lottato con grande coraggio.
Da insegnante e osservatore (preoccupato) della realtà mi ha molto colpito il documentario che i due autori hanno realizzato insieme a un gruppo di studenti e studentesse dei Licei Copernico, Laura Bassi e Galvani: 1943: L’ora della scelta. Il secondo capitolo di un progetto che i due artisti portano avanti con l’Anpi di Bologna (qui).
Il discorso ruota attorno a questo punto: il confronto tra ieri e oggi, che cosa ha significato scegliere nel 1943, in quel tripudio di confusione che l’Armistizio ha scatenato nel Paese spaccato. La telecamera indaga sul che cosa oggi agita i ragazzi e le ragazze davanti alla parola scelta, da cui si origina il titolo quasi manicheo.
Come vive un giovane bolognese l’eredità di una città sempre in prima linea nelle fasi più dure e decisive della storia italiana? Perché tante e tanti oggi hanno paura di scegliere? Che cosa passa per la testa di un alunno o di un’alunna davanti alla storia di un partigiano, alle foto delle stragi, alla confessione della paura di una partigiana?
Due voci su tutte mi hanno colpito. Leonardo Generali del Copernico mi sembra che sintetizzi bene tante posizioni, anche se la sua viene pronunciata in punta di piedi: nelle nostre classi domina la sensazione di sentirsi inutili e di essere impotenti. Come se il corpo studentesco di oggi non riuscisse a bucare l’indifferenza e il timore, al cospetto di un orizzonte di cinismo dove ogni lotta viene minimizzata, dove la grande macchina del consumo e del reel bullizza le resilienze, dove il potere indigna e agita disegni di decadenza globale, ma alla fine seduce anche.
Sofia Attinà del Galvani confessa di sentirsi ipocrita perché adora la possibilità di scegliere ma sa benissimo che questa possibilità le crea costantemente un’angoscia. Frase davanti alla quale uno si chiede se c’è la riflessione, trasversale ai tempi, di Kierkegaard o se invece è il combinato disposto tra ecoansia, filtri di Instragram e polarizzazione della rappresentazione social a rendere questa bella gioventù così fragile.
Il gruppetto di liceali scelto come narratore di questo salto generazionale alterna momenti di grande rispetto a istanti di grande consapevolezza: quando ripercorrono la storia dell’eccidio di Marzabotto a qualcuno si riempiono gli occhi di lacrime, esattamente come accade nei momenti in cui toccano con mano l’ebbrezza della libertà di scegliere che oggi riconoscono al mondo in cui crescono.
Ma poi all’orizzonte tornano le nubi, tra senso di oppressione, paura di essere ingranaggi di un meccanismo nichilista. È un po’ quel mix che emerge quando i nostri alunni e le nostre alunne approcciano il tema della politica, dei partiti, delle ideologie.
Da una parte criticano questa scuola asettica, che non entra nel dibattito, risucchiata in quel caos agitato ad arte per confondere le acque tra educazione civica alla politica e propaganda. Dall’altro provano molta paura per le linee politiche che hanno scelto e scelgono narrazioni molto precise e decise, hanno paura dei simboli, di essere accostati ai movimenti più estremi, di dover scegliere un simbolo, ma anche banalmente una tesi in un testo argomentativo.
A me in fondo sembra che vogliano disperatamente credere al fatto che il mondo possa essere cambiato dal basso, dalle idee, dall’impegno. Penso che vogliano vedere dal vivo e non più sui libri un qualcuno o un qualcosa che affronti energicamente il giudizio e cambi le loro prospettive di vita.

Bello il documentario, bello l’articolo, enorme il tema in una società dominata da adulti paurosi ed egoisti (…semplificando molto). Il nodo è nella parola “eredità” ( “Come vive un giovane bolognese l’eredità…” ) e nella qualità di questa nella nostra città, fatta di luci ed ombre. Non aver fatto i conto col periodo fascista (…,e con i tanti crimini di guerra commessi), il mito della resistenza che ci ha fatto stare per 50 anni in piazza a Marzabotto invece che inerpicarsi sui sentieri (reali e dell’anima) di Monte Sole, non aiuta di certo i nostri figli e nipoti. Una narrazione diversa forse, film diversi in TV il 25 aprile, dare evidenza alla violenza fascista (che è anche violenza italiana e farsi carico di questo), ricercare le tracce famigliari di quegli anni, mettersi dentro a delle domande come è capitato ai ragazzi di Copernico, Laura Bassi e Galvani. Per i film alcuni suggerimenti
https://cinrac.com/wp-content/uploads/2024/04/una-mattina-25-aprile-2024.pdf