Europee, partiti nelle fauci dell’astensionismo

L’8 e 9 giugno si vota per il Parlamento europeo ma rischia di vincere il partito del non voto. Anche a Bologna, dove in quarant’anni è passato dal 6,7 al 36,6 per cento. Il boom dal 2008 al 2019: ventidue punti in più. Le cause? Tante, secondo la Fondazione Gramsci. Ma soprattutto una classe politica che non sa più ascoltare

di Achille Scalabrin, giornalista


Avviso ai lettori: questo sarà probabilmente un articolo noioso, in cui si daranno i numeri. Ma i numeri sono anche un modo necessario per misurare lo stato di salute della nostra democrazia, un po’ come si fa con il termometro per conoscere il livello della febbre.

Primo dato: 63,8 per cento. Corrisponde all’affluenza alle urne degli italiani per le politiche del 2022, l’astensionismo è stato quindi pari al 36,2, il che significa – per tirare le somme – che 17 milioni di elettori non si sono presentati. Per essere ancora più chiari, è come se in Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto (la circoscrizione nord-orientale) tutti gli abitanti avessero gridato a tutti i partiti «la vostra politica non ci piace», e altrettanto avessero fatto in Piemonte e in Liguria. D’accordo, erano elezioni politiche mentre quelle dell’8 e 9 giugno sono Europee, che – ci dicono gli esperti di vario genere – coinvolgono meno la pancia, e si presentano meno “attrattive”. E infatti il 26 maggio del 2019 il voto per il rinnovo del Parlamento europeo registrò un’affluenza pari al 56,9. L’astensionismo toccò quota 40,1. Il partito del non voto vinse a mani basse la disputa con i partiti, lasciandosi alle spalle nell’ordine la Lega, il Pd, i 5Stelle, Forza Italia e i Fratelli d’Italia.

A leggere i risultati di cinque anni fa si capisce la portata delle scosse telluriche che da oltre quarant’anni colpiscono la sempre più fragile politica italiana. A partire dalle Europee del 1979, c’è stato un progressivo e inesorabile calo della partecipazione al voto, vale a dire un altrettanto progressivo e inesorabile aumento della disaffezione alla politica. Bologna non fa eccezione. In quell’anno il 93,03 per cento dei 383.970 elettori bolognesi si mise in fila davanti alle urne, meritandosi la maglia rosa della partecipazione. Confrontando quei dati con quelli delle Europee del 2019, spicca l’aumento dell’astensionismo in città: più 29,68 per cento in quattro decenni. All’ultima chiamata per il Parlamento europeo in città è stato del 36,6 (contro il 32,7 in Emilia-Romagna e il 32,1 in provincia). Dati nella media nazionale, diranno quanti preferiscono ignorare lo smottamento illudendosi di non esserne travolti. Eppure i professionisti vecchi e nuovi della politica dovrebbero dare risposte di fronte a un fenomeno che a partire dal 2008 sembra aver sradicato anche nella ex rossa Bologna passione e impegno. Quell’anno, alle elezioni politiche, il non voto è stato del 14,56, ventidue punti meno di quello di undici anni dopo. Sono cifre che indicano una febbre già molto alta.

A spiegarne le cause, nelle dimensioni nazionali e di riflesso locali, ha provato nei giorni scorsi la Fondazione Gramsci organizzando a Palazzo d’Accursio un incontro sul tema “Io non voto – Astensione, populismo e sfera pubblica”. La crisi dei partiti ‘tradizionali’, il prevalere dei partiti personali, le leggi elettorali, la spettacolarizzazione della politica sommate agli effetti di Tangentopoli prima e della recessione poi, sono alcuni dei motivi dell’apatia e della protesta che finiscono con lo sfociare nel populismo. La improbabile selezione della classe politica, la perdita dei contatti con la base sociale, l’inesistente rapporto dei parlamentari con il proprio collegio elettorale, la riduzione degli spazi pubblici (dalle sedi di partito a quelle delle associazioni e dei sindacati), tutto ciò è dentro il disorientamento degli elettori che finiscono con l’urlare il loro «io non ci sto». Ora appellandosi all’uomo forte e ai stravolgimenti costituzionali che lo introducono, ora facendosi da parte, lasciando così campo libero ai promotori dello sfacelo.

Fino a che punto una democrazia può reggere a questa ondata di illusioni e disillusioni? Fino a che punto la sua rappresentatività e solidità non sarà minata dall’astensionismo di uomini, donne, giovani, anziani, senza distinzione di ceto sociale? Il 9 giugno sapremo se il distacco dall’impegno civico sarà aumentato (rispetto alla forbice 36/40 percento che conosciamo), se la scissione tra partiti ed elettori sarà sempre più irrimediabile. Anche in una città, in un territorio che per decenni – pur tra deprecabili errori – hanno difeso la loro specificità fatta di passione, slancio, progettualità, solidarietà, condivisione.

Parole che evocavano anche un’idea di Europa, quella di Ventotene, di Spinelli, De Gasperi, Schuman, Adenauer. L’Europa di cui non abbiamo sentito parlare durante questa triste campagna elettorale, a sinistra come a destra. Il partito del non voto purtroppo rischia di avere ancora la meglio. Non è la soluzione ai nostri problemi, ma succede quando i partiti non lasciano agli elettori altra soluzione.


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