Credo abbia ragione Stefano Bonaccini quando, commentando i risultati suoi e del partito, li ha definiti «la vittoria del Pd unito che parla a tutti». Parlare a tutti – dalla Sinistra a Calenda – sarà il presupposto fondamentale per una coalizione competitiva. A patto che, una volta finito di dire la propria, si abbia anche la compiacenza di ascoltare gli altri
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
In un’elezione continentale, va da sé, le storie che s’intrecciano sono tante e molto diverse l’una dall’altra. Il divertimento e la dannazione, per chi le osserva, è trovare un qualche pur minimo filo logico che le tenga insieme.
La parola chiave, complessa e banale allo stesso tempo, la prendo in prestito da Massimo Cacciari, che ci ha fatto sopra una brillante carriera. Perché la “Crisi” – o, se preferite le allegorie, il “cetriolone” tremontiano – dal 24 febbraio 2022 ha iniziato a veleggiare verso Nord. E gli strascichi, ormai, sono abbastanza evidenti.
Da italiani e dunque provinciali, ci si potrebbe pure divertire a immaginare il sonno dei capibastone di Spd e Cdu – il partitone a due teste tedesco – scosso dai fantasmi di Alexis Tsipras e Beppe Grillo, fondatori dei due partiti che più di qualunque altro, quando l’onda non tanto anomala della “Crisi” sferzava le coste mediterranee, si sono opposti alla narrazione “rigorista” propagandata da Berlino. D’altronde chi avrebbe mai detto che l’esplosione di un gasdotto, con la conseguente impennata dei prezzi, potesse minare in questo modo un sistema rodato in decenni di Große Koalition?
Eppur così è, anche se non vi piace: il formicaio Afd è esploso e ora non si sa cosa ci riserverà il futuro. O forse sì, visto che in molti Lander il voto degli under 30 è andato, per oltre il 40%, alla formazione di estrema destra.
A noi, popolo di cicale, questo brusìo dovrebbe suonare familiare. Così come dovrebbe suonarci familiare quel vecchio termine, a cavallo tra il politico e lo psichiatrico, che è tornato di moda nelle ore immediatamente successive alla chiusura dei seggi. Perché il bipolarismo, con due partiti sopra il 20% e tutti gli altri dal 10 in giù, diventa un destino quasi ineluttabile. E a maggior ragione a Bologna, dove la coalizione che governa la città, nei fatti, doppia il centrodestra meloniano.
C’è poi un’ultima lezione da imparare, per una volta trasversale a tutto l’arcobaleno dei capoccia Pd: anche se le cose non sono esattamente sovrapponibili, in quel 6,5% regionale di Alleanza Verdi-Sinistra, che diventa 12,4 nel Comune di Bologna e quasi il 50 tra i fuori sede, sta la risposta a tre anni di manfrine interne sull’utilità di avere la Sinistra nella coalizione di Palazzo d’Accursio. E, per converso, sull’inutilità di mortificarne agenda e valori ogni qualvolta se ne ha l’occasione.
In un mondo che si polarizza sempre più, dove il sentimento di instabilità è permanente e sempre più diffuso, la moderazione è sì un pregio personale, ma di certo non un valore politico. E poiché le persone, quelle vere, grazie a Dio non ragionano come le banche d’affari o le imprese, una cornice valoriale chiara e decisa, per quanto alle volte utopistica, raccoglie nettamente più interesse dagli elettori di quanto non facciano elitarismi da tecnocrati, volponerie elettorali e scaramucce da figli di papà.
Credo abbia ragione Stefano Bonaccini quando, commentando i risultati suoi e del partito, li ha definiti «la vittoria del Pd unito che parla a tutti». Una frase che i democratici dovrebbero incidersi sulla fronte, soprattutto in vista di elezioni regionali che non si annunciano poi così scontate. Parlare a tutti – dalla Sinistra a Calenda – sarà il presupposto fondamentale per una coalizione competitiva. A patto che, una volta finito di dire la propria, si abbia anche la compiacenza di ascoltare gli altri.
