Un’alleanza tra cooperazione e politica per lo sviluppo dell’Appennino

Dopo decenni di disimpegno per un’area che rappresenta il 45% del territorio metropolitano e il 15% della popolazione, è ora di unire le forze e rimboccarsi le maniche

di Daniele Ravaglia, vicepresidente Confcooperative Terre d’Emilia e referente area metropolitana bolognese


In vista della recentissima tornata elettorale, Confcooperative Terre d’Emilia ha voluto estendere con un apposito documento un invito a coloro che si sono candidati alla cura della cosa pubblica nei Comuni della montagna delle province modenese e reggiana e dell’area metropolitana bolognese.

Si tratta della proposta di  un “patto per lo sviluppo dell’Appennino”. Va detto che l’Appennino è particolarmente caro ai cooperatori, abituati a fare economia anche laddove le pendenze e lo spopolamento rendono l’impresa più ardua. Dalle montagne, e più generalmente dalle aree interne, è nata buona parte della cooperazione: quella di credito con le casse rurali, quella agricola, quella di produzione e lavoro, proprio per rimediare alla carenza delle opportunità creditizie e occupazionali di territori mai davvero raggiunti dallo sviluppo industriale.

Abbiamo vissuto decenni di deliberato disinteresse per la montagna, tempi in cui si è deciso di privilegiare l’inurbamento al prezzo di depauperare le aree interne. Solo negli ultimi anni la politica ha dimostrato maggior lungimiranza, riscoprendo l’unità del territorio come condizione per lo sviluppo. In un’area come quella bolognese, in cui l’Appennino costituisce oltre il 45% del territorio e solo il 15% della popolazione, servono politiche mirate e tempo, pazienza, perché attivare circuiti virtuosi non è un’operazione immediata.

Basti pensare che oggi l’economia della montagna a Bologna genera solo l’8% del valore aggiunto. Certamente è poco. Ma il dato è in forte aumento, ben oltre la media regionale, segno di un’economia che ricomincia ad avere fiducia. I fondi europei sono disponibili, basti pensare che nel periodo tra 2016 e 2021 sono arrivati quasi 250 milioni di euro dedicati alla montagna bolognese e per l’attuale settennato di programmazione abbiamo disponibilità economiche ancora più ingenti, ma servono competenze specifiche di territorio per valorizzarle al meglio.

Le istituzioni locali dovrebbero chiedersi chi sono gli alleati naturali a cui rivolgersi. Le cooperative sono presenti in Appennino e occorre considerarle quali partner strategici con cui sperimentare piattaforme di coprogrammazione e coprogettazione, orientate alla sussidiarietà, ossia alla vicinanza al territorio. In questo modo la montagna può divenire un vero e proprio laboratorio di buone politiche, un’avanguardia dell’amministrazione condivisa, capace di interpretare modelli evoluti che nelle città, malgrado i tentativi, non si sono ancora sperimentati.

La prassi della coprogrammazione prevede la decisione partecipata degli obiettivi e delle priorità dell’azione politica, la quale non potrà che realizzarsi attraverso la progettazione condivisa degli interventi come previsto dal Codice del Terzo Settore, che introduce e specifica tali termini. Troppo a lungo le cooperative sono state solo il braccio operativo dell’amministrazione – dalla gestione dei servizi alla persona alle iniziative culturali fino ai lavori di manutenzione (pensiamo alla riparazione delle strade franate!) –, ora è il momento di pensare a come raccogliere un contributo che sia anche di visione politica.

Ovviamente, lo stesso vale per tutti gli attori sociali del territorio che vorranno dare il proprio contributo. Dove le risorse mancano, occorre responsabilizzare tutti gli attori per pianificare politiche che abbiano ampio respiro. Penso al caso della Via degli Dei, intuizione fortunata la cui realizzazione deve molto sia all’impegno delle istituzioni, sia alla fiducia delle cooperative, sia alla disponibilità degli esercenti.

Servirà tempo per recuperare i danni dell’incuria e del disinvestimento che hanno colpito le zone montane del bolognese nella seconda parte del Novecento, quando si è scelto di industrializzare la città e le fasce di cintura, attingendo risorse umane in quantità dalle montagne senza restituire nulla in cambio. Le recenti alluvioni, con le frane e gli smottamenti che hanno colpito l’Appennino, dimostrano però che il territorio è uno e che curare la montagna significa tutelare anche la pianura. In questa sfida, gli amministratori locali, a cui Confcooperative intende parlare, sono fondamentali. A chi è stato scelto alla guida delle amministrazioni locali vogliamo dire che sul territorio la cooperazione c’è ed è disponibile a fare squadra. Il documento che abbiamo redatto, disponibile sul sito di Confcooperative Terre d’Emilia, è una traccia a partire dalla quale iniziare a confrontarsi.


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