Una M di troppo

L’ingresso al Modernissimo ha una pesantezza che stride con tutto il contesto che ha attorno. Un leggero tendone, di quelli che fanno ombra sui set cinematografici, sarebbe anche stato un forte richiamo, per analogia,  all’arte che viene lì sotto ospitata

di Piero Dall’Occa, architetto


Ricordo ancora i giorni, o meglio le settimane, di inaugurazione del nuovo cinema Modernissimo, soprattutto l’enfasi che accompagnava ogni dichiarazione di chi aveva fortemente voluto il progetto e di quelli che a vario titolo erano stati invitati a fare da padrini all’evento: finalmente i lavori erano terminati e una nuova sala cinematografica, modernissima, gestita direttamente dalla Cineteca, poteva avviare la sua prestigiosa e innovativa programmazione.

Il fatto più stupefacente era che fuori terra non si vedeva nulla, non c’era nessuna traccia del cinema, fatta eccezione per una vecchia scala, esterna al porticato, che scendeva verso un ancora anonimo interrato. Risaliva al sottopassaggio realizzato negli anni ’60 che univa le tre vie Ugo Bassi, Indipendenza e Rizzoli e che diventò il primo e unico spazio ‘underground’ esistente in città. I primi chitarristi “capelloni”, le prime bande cittadine lo avevano subito eletto a propria dimora, e grazie a un negozio di dischi tutte le novità musicali venivano filtrate dai suoi lunghi corridoi prima di comparire in superficie. Ora quella stessa scala introduceva a un rinnovato mondo fantastico dove, come in una antica catacomba romana, si possono consumare riti segreti, assecondare passioni vere, sentendosi parte di una comunità che non necessita di alcuna ostentazione.

L’elemento più riuscito del progetto di restauro del cinema a mio avviso consiste proprio nel suo non apparire e nell’aver delegato la sua grande forza di attrazione a quella semplice scaletta, richiamando alla memoria la sua lunga storia. Un’opera di restauro diventata un’opera di archeologia del moderno, come se un’improvvisa voragine nel selciato della piazza avesse rivelato regge sotterranee.

Purtroppo non è più così, è stata solo una temporanea fantasia, da raccontare al passato. Fino all’ultimo ho sperato che l’interruzione dei lavori per il nuovo ingresso, questo ennesimo ritorno della malattia che ha infestato più volte quel cantiere, sfociasse nella demolizione di quanto fino ad oggi già montato, invece in questi giorni i lavori sono ripresi. Niente più sala segreta, niente più semplice e spoglia scaletta, ma un gigantesco e pesante tunnel fatto a “M”, e ridondanti scritte Modernissimo ai suoi lati. Al posto di quell’ingiustificabile pesantezza, che stride con tutto il contesto che ha attorno, non era sufficiente un leggero tendone, di quelli che fanno ombra sui set cinematografici? Sarebbe anche stato un forte richiamo, per analogia,  all’arte che viene lì sotto ospitata.

Magari tra qualche anno, come già è accaduto con le precedenti “Gocce”, l’intera struttura verrà rimossa è trasferita alla Certosa di Bologna e quel corridoio a forma di grande M accoglierà i convenuti ricordando loro il monito latino: memento mori.


5 pensieri riguardo “Una M di troppo

  1. Veramente all’ipotesi tendone avrei preferito venisse riabilitato lo storico ingresso con scalone sotto il portico del Pavaglione, invece di vederlo occupato da uno dei soliti brand che infestano il centro storico. Uno scempio architettonico oltre che una notevole incuria per la storia e l’architettura cittadina.
    Silvia Grandi

  2. LESS IS MORE. A Bologna nessuno conosce questa frase; si vede nelle decine di monoliti sparsi per la città ed ora con questo inutile scempio. Che dire…. Menti illuminate cercasi

  3. Concordo con i due precedenti commenti: il naturale e originario accesso già c’è è stato anche restaurato qualche anno fa è l’ennesimo negozio di “stracci” potrebbe aprire in uno dei tanti negozi vuoti del centro, stessa cosa per il vasto locale al piano terra dell’ex Birreria Ronzani. Le Gocce, avevano una leggerezza e non stonavano affatto col contesto molto vario: revival medioevale di Rubbiani, apertura di Via Rizzoli, davano spazio ad un’architettura contemporanea discreta e non invadente! Tutto l’opposto di questa pesante struttura pseudo liberty/decò che vuol richiamare gli ingressi del metro parigino ma Hector Guimard non scimmiottava stili presenti ma era nella contemporaneità!

  4. Conosco poco Bologna, anzi dopo l’esperienza di averci cercato casa per mia figlia che voleva frequentare la sua Università la evito. Ma ciò che vedo in foto non lascia spazio a dubbi.
    Sin troppo facile ipotizzare che la discutibile “opera” venga realizzata a spese pubbliche e che Ditta appaltatrice e, soprattutto, qualche geniale archistar siano ben felici della scelta.
    Discutere dell’estetica non ha neanche senso.

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