Non si tratta di idealizzare la natura selvaggia o gli alberi. Il bosco in Italia è manufatto antropico per eccellenza fin dall’Antichità. Non si tratta nemmeno di contrapporre diritti contribuendo così a rompere legami precari in un tessuto sociale già sfilacciato. Quando si consuma suolo non basta ripiantare un alberello per recuperare il danno dei legami, delle connessioni e delle storie perdute
di Barbara Di Gennaro Splendore, storica della scienza
Se nell’immaginario di molti di noi gli alberi rappresentano fonte di bellezza, salute, ricchezza e gioia, il rapporto fra umani e alberi si è spesso colorato, ieri come oggi, di tinte fosche e intorno a essi si sono combattute battaglie sociali, economiche, politiche e religiose. Proprio come sta avvenendo ancora adesso a Bologna.
Questi scontri hanno dunque una lunga storia che non comincia e non finisce oggi e che sempre vede negli alberi dei simboli. Nel lungo periodo uno dei fattori che più hanno influito sul patrimonio boschivo della penisola italiana è stato l’approvvigionamento di legname per la guerra e in particolare per la cantieristica e le costruzioni navali. Le imprese navali di Roma nel Mediterraneo sono alla radice del disboscamento di ampie zone della Calabria e dell’Etna, un tempo ricoperto di boschi. Naturalmente le attività economiche legate ai boschi non si fermavano alla guerra. Nell’Antichità i boschi venivano differenziati, nominati e gestiti in base all’uso che se ne faceva, per esempio alcuni erano dedicati al pascolo brado, al taglio ceduo, o coltivati, come i castagneti, e così via. Altri ancora invece erano dedicati alla divinità, erano dunque sacri, e per questo motivo protetti da recinti e custoditi da sacerdoti. Per i colpevoli del taglio di alberi sacri erano previste pene gravissime. Nel IV secolo, l’imperatore che fece del Cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell’impero romano, Teodosio, impose l’obbligo di tagliare gli alberi sacri ai pagani e il divieto di celebrarli. Una strage di innocenti per motivi religiosi, indicata da una parola specifica, il dendricidio.
Il Medioevo che seguì la caduta dell’impero romano fu un periodo di rivincita degli alberi, di crescita di importanza delle campagne e decadenza dei centri urbani. Un periodo che lo storico Vito Fumagalli ha chiamato la «civiltà del legno». Il paesaggio delle terre incolte domina, gli alberi riprendono terreno e non solo metaforicamente. Personalmente sono scettica sulla possibilità di distinguere nettamente fra natura e cultura, natura e umano, ma per chi ci crede i secoli del Medioevo andrebbero presi proprio come esempio di secoli luminosi, in cui la natura riprende spazio.
Di questi antichi boschi, ci racconta ancora Fumagalli, l’ultimo di una certa consistenza (circa 500 ettari) in Emilia-Romagna fu quello della Saliceta nella pianura Modenese, abbattuto nel 1950. Da allora in pianura, «restano solo fazzoletti di bosco in genere alterato». Se è vero che negli ultimi decenni la superficie boschiva totale nel nostro paese aumenta, è pur vero che i nuovi boschi sono incolti, con tutti i problemi di gestione che ne derivano, e lontani dalla pianura, dove invece diminuiscono con gravi ripercussioni sulla salute dell’ecosistema e degli umani che lo abitano.
Preservare il suolo significa preservare legami ambientali e umani. Preservare il suolo significa non tagliare alberi ad alto fusto, lasciare in pace le piante e gli animali che ci vivono, ma anche preservare innumerevoli specie di funghi e microrganismi che tutto collegano. Mi piace qui particolarmente ricordare i funghi, di cui si parla poco e che contribuiscono tanto quanto gli alberi alla vita sulla terra come la conosciamo. I funghi, non solo quelli che mettiamo in padella (i corpi fruttiferi), ma anche e soprattutto le invisibili e numerosissime specie che sottoterra creano inestricabili connessioni, senza cui il 90% delle piante del pianeta non potrebbe vivere. Quando si preserva il suolo, si preservano i funghi e le connessioni fra specie.
Non si tratta qui di idealizzare la natura selvaggia o gli alberi. Il bosco in Italia è manufatto antropico per eccellenza fin dall’Antichità. Così come non si tratta, a mio avviso, di contrapporre diritti contribuendo così a rompere legami sociali precari in un tessuto sociale già sfilacciato. Quando si consuma suolo non basta ripiantare un alberello per recuperare il danno dei legami, delle connessioni e delle storie perdute.
Meravigliose e fantastiche storie di alberi si trovano nel bellissimo volume “Dendrologiae” di Ulisse Aldrovandi, conservato nella Biblioteca Universitaria di Bologna, che venne rimaneggiato dal medico bolognese Ovidio Montalbani e pubblicato nel 1668. È un testo vituperatissimo da critici severi che imputano a Montalbani tutto ciò che non è scientifico e ad Aldrovandi tutto il buono. A me sembra un testo affascinante, una storia sociale e culturale degli alberi che contiene leggende, simboli e ricette farmaceutiche, splendide immagini, rappresentazioni mostruose e descrizioni accurate. Un viaggio fantastico attorno agli alberi come solo l’onnivora passione aldrovandiana per la natura e la conoscenza poteva ispirare.
Faccio un salto temporale in questo breve excursus pieno di lacune che spero ogni lettrice e lettore vorrà aiutare a completare aggiungendo suggerimenti di lettura, visione, ascolto, appunti e suggestioni varie. Un libro di qualche anno fa, “Collasso” di Jared Diamond (2005) conteneva un capitolo che chi ha letto non potrà aver dimenticato. È il capitolo che svela il mistero delle enormi strutture in pietra dell’Isola di Pasqua. La spiegazione, semplice e sconvolgente, è che per costruire gli enormi volti in pietra per cui tutti conosciamo l’isola del Pacifico si sia operato un disboscamento inarrestabile e totale. Le comunità dell’isola, impegnate in una competizione feroce, generazione dopo generazione, avrebbero tagliato tutti (proprio tutti) gli alberi alterando definitivamente l’ecosistema dell’isola. I giovani dell’isola non avrebbero più avuto memoria degli alberi di grandi dimensioni, finché non ce ne furono più. Se permangono ancora numerose questioni da risolvere per spiegare definitivamente la crisi ambientale dell’isola di Pasqua, è certo che la costruzione dei volti di pietra contribuì significativamente all’inaridimento.
Avete notato come sono piccoli gli alberi in Italia rispetto agli alberi della Croazia, della Francia o del Nord America? Ecco, quando farete il vostro prossimo viaggio, vi invito a osservare la grandezza degli alberi del Paese in cui vi trovate. E vi invito anche a guardare la grandezza degli alberi piantati di fresco accanto al cantiere vicino a casa vostra e quelli del parco Don Bosco che in questi giorni si stanno tagliando. Poi andatevi a rileggere il capitolo sull’isola di Pasqua, se ne avete il coraggio.
Photo credits: Ansa.it

Bellissimo articolo. La memoria è anche negli alberi, tagliandoli si recide Storia, ricordo e saggezza.