Dieci anni senza Paolo Castelli, giornalista e “Presidente”

Il 26 luglio 2014 il capo della redazione Ansa Emilia-Romagna (1996-2012) pose fine a una vita da grande cronista e maestro. Insegnò un metodo di lavoro e un modo di stare assieme, puntando soprattutto sulla “squadra Primavera”, le nuove leve. Con lui, in quel gruppo, era una gioia andare a lavorare. Aveva le sue idee ma mai le antepose al dovere di obiettività che spetta a chi scrive per un’agenzia di stampa. Però se un potente ci provava sapeva difendere la verità di una notizia scomoda

di Giampiero Moscato, direttore cB, soprattutto suo allievo


Per me – penso di poter dire per molta gente, non solo della professione – dal 26 luglio 2014 la vita è divisa in due periodi: aC e dC, avanti Castelli e dopo Castelli, e non è un’iperbole irriverente né un modo di dire. Nulla è più stato come prima, nella vita di tante persone che hanno vissuto al fianco di Paolo e sono cresciute grazie a lui. Fu la morte di un’epoca, la fine della giovinezza, la presa di coscienza della finitezza.

Mentre scrivo queste righe, pensando a lui (qui il commiato che fece il collega Antonio Giovannini, altro mio grande maestro) piango come un bambino. Per me, almeno per me, il mondo è più difficile da quel giorno terribile.

Come la morte di mamma e papà: con l’aggravante che lui era una sorta di grande timoniere anche nel mondo adulto. In cui ho vissuto felicemente anche la professione. E se ci stavo bene molto merito lo ebbero i suoi insegnamenti e la sua tutela. Non a caso per tutti era non solo il capo della grande redazione bolognese dell’Ansa. Era il “Presidente”, con la p maiuscola.

Il soprannome (un richiamo alle sue anche autoironiche simpatie cheguevariane e castriste) se lo era guadagnato sul campo. Sul campo in senso letterale, quello da calcio. Da centravanti d’area piccola, era il Presidente della squadra di calcio della nostra redazione – a causa di numeri troppo piccoli rinforzata da esterni – e al giovedì sera era tradizionale la sfida con “la Repubblica”, presieduta dall’attuale assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori, la cui porta era presidiata dal compianto Luca Savonuzzi in alternanza, tra gli altri, col condirettore di “Cantiere”, Aldo Balzanelli.

In una delle foto si vede una formazione mista tra le due compagini, impegnata tanti anni fa in un torneo tra le professioni a Milano Marittima in rappresentanza del giornalismo. Paolo è l’unico con un ginocchio a terra. Tra gli altri ci sono persone più o meno note. Cito solo Stefano Castelli, al fianco destro del fratello, che abbiamo dovuto piangere appena qualche settimana fa. Manco io, in questa foto: all’ultimo, dopo aver promesso “sfracelli calcistici”, dovetti dare forfait. Motivo di anni e anni di prese per i fondelli, soprattutto da parte di Paolo.

Il “Presidente” era tale anche nel giornalismo: a un talento smisurato e a una precisione assoluta aggiungeva un carisma formidabile. Fui assunto all’Ansa da Giuseppe Nobili ma l’insegnante (insieme a Giovannini) fu lui. Accompagnava i colleghi per mano: la redazione era una scuola di giornalismo. Ciò che si scriveva veniva sottoposto al controllo, severo ma giusto, dei capi. E a lui piaceva puntare sulle giovani leve: la “squadra Primavera”, la chiamava. La notte rileggeva tutto quello che di giorno non era riuscito a leggere e a ognuno di noi faceva notare cosa avevamo sbagliato o omesso.

Averne, oggi, di redazioni così. Guardate l’altra foto, quella che mostra una delle cene che si allestivano in redazione. Era una gioia al mattino svegliarsi per andare a lavorare. Figurarsi davanti a un piatto preparato da Ernesto Fabbiani e da Stefano Scarpante, per tutti Wolf. Eravamo un gran bel gruppo affiatato. Ma so che senza CST, questa la sua sigla di agenzia (la firma dei dispacci), non sarebbe stato così.

Paolo se ne è andato troppo presto. Ma sereno. Era uno che non badava alla salute: diciamo che alcune multinazionali del tabacco e del caffè, per dire, devono molto del loro bilancio a lui. E non aveva paura di morire. L’ultima volta che lo sentii – era giovedì sera, due giorni prima del sabato in cui ci lasciò – disse con determinazione che era pronto. A nemmeno 68 anni. Tralascio alcuni dettagli del suo racconto. Molto doloroso. Non lo sarebbe solo per me. Ma lui era sereno.

Dopo qualche mese ebbi l’incarico, molto oneroso, di sostituirlo alla guida di Ansa Emilia-Romagna. Compito impari, senza alcuna piaggeria. Il suo carisma era inarrivabile. La sua pazienza, la capacità di stare sul pezzo, di indicare una strada e di spiegarci come si fa giornalismo aderente ai fatti (senza fare dispetti pretestuosi a nessuno: nemmeno gli anti-castristi, per dire), il suo saper tenere testa ai potenti (perché la notizia se è vera va difesa) sono stati per me una stella polare. Come il resto dei suoi collaboratori, l’ho inseguita con fiducia, aspirando a essere come lui.

Da anni una borsa di studio, auspicata dalla famiglia e dalla redazione e disposta dall’Ordine dei giornalisti, viene assegnata a uno degli allievi del Master in Giornalismo in cui lavoro. Piccoli Castelli crescono. Le scuole sono oramai quasi le uniche redazioni in cui i giornalisti vengono formati e non mandati allo sbaraglio, come accade in troppe testate. Questi piccoli Castelli avrebbero maggiori possibilità di diventare grandi se ad accompagnarli per mano ci fosse ancora lui. Quanto conosceva questo mestiere… E come sapeva insegnarlo.

A me Paolo Castelli manca da impazzire.


2 pensieri riguardo “Dieci anni senza Paolo Castelli, giornalista e “Presidente”

  1. Ogni notte quella luce accesa era una certezza.
    Quando tornavo a casa, non importa a quale ora, arrivato all’incrocio dei viali con via Parmeggiani, istintivamente alzavo gli occhi verso il secondo piano del palazzo che fa angolo e la vedevo. Fossero le due, le tre, anche le quattro del mattino. Quella luce significava che Paolo era lì, alla sua scrivania. Finalmente solo, senza nessun altro essere umano intorno, la fila di Becks aperte sul tavolo, in una nuvola di fumo, perso tra la rilettura dei lanci di agenzia dei giorni precedenti e le scommesse sulle partite di calcio più assurde. Era il suo momento preferito della giornata, che noi della ‘squadra primavera’, come ci aveva soprannominato, spesso e volentieri gli rovinavamo, andandolo a disturbare ancora mezzi brilli dalla serata passata in giro.

    Non ci sono molte foto di Paolo. Se penso a una sua immagine, a me viene in mente questa. A quell’epoca i social non erano diffusi come oggi, non esistevano Instagram e le sue ‘storie’ e per fortuna, perché lui le avrebbe odiate. Paolo non era tipo da mediazioni. Con le persone, tutte le persone, parlava in modo schietto e onesto. E sempre con rispetto. Anche con noi aspiranti cronisti che a 25 anni e passa pensavamo di sapere già tutto di questo mestiere, si armava di pazienza e ci insegnava come riconoscere una notizia e come scriverla. E quando gli chiedevamo se fossimo andati bene, rispondeva sempre allo stesso modo: ‘lo vedremo domani: se i giornali l’hanno letta come l’hai letta tu, allora sì’. Non era una frase buttata lì. In quelle notti insonni passava in rassegna tutti i lanci scritti durante il giorno e li confrontava con quanto veniva riportato dai quotidiani. E qualche giorno dopo, ovviamente di pomeriggio perché la mattina dormiva fino a mezzogiorno, ti chiamava da parte per farti i complimenti oppure spiegarti come e cosa correggere. Che fortuna abbiamo avuto, che fosse merce rarissima l’avremmo capito solo col tempo. Allora ci sembrava tutto straordinariamente normale.

    Sono entrato all’Ansa da studente fuoricorso che mai avrebbe immaginato di fare il giornalista e da allora non ho più smesso. Una redazione di gente eccezionale, dove ho imparato quasi tutto di quel poco che so di questo mestiere. Sono nati rapporti di amicizia che durano da allora e dureranno sempre. Parliamo una lingua tutta nostra e sogniamo di vedere il Ca di Bazzone in Champions League. Una piccola famiglia, di cui Paolo era il punto fermo. C’era sempre.

    Se c’è una cosa che Paolo Castelli mi ha insegnato, avendo il privilegio di osservarlo e di parlarci per tanti anni, è il valore di essere liberi. Proprietari solo di se stessi. Sul lavoro, dove esiste la tentazione di legarsi a una parte o a qualcuno pur di avere in anticipo una notizia, come nella vita. E’ un principio che nel mio piccolo ho provato e provo a mettere in pratica anche nelle opportunità professionali che ho avuto la fortuna di vivere in questi ultimi anni.

    Sono passati dieci anni, ma il suo è un ricordo che non perde forza. Anzi, ti accompagna come quelle esperienze che ti cambiano la vita. E porta più sorrisi che tristezza, più nostalgia che amarezza. Quella finestra continuo a guardarla, ogni volta che ci passo sotto, e non mi sono ancora arreso alla speranza che una notte la veda di nuovo accesa.

  2. Leggo ora il ricordo di Paolo. Già dieci anni… Un amico, prima che un collega, affettuoso e scontroso come pochi, sempre in redazione, di giorno e di notte, Gli ho voluto bene

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