L’infanzia e il diritto di vivere la città

Se invece di dividere la città in categorie la unissimo in obiettivi di benessere comune anche i diritti di chi non ha parola, come i bambini, sarebbero rispettati

di Coordinamento Consulta Cinnica


Nel documento di un comitato cittadino, che si oppone da tempo alla realizzazione delle opere del progetto Città 30 nella propria zona, si parla di infanzia.

Finalmente, direte voi. Una componente così importante e così dimenticata! Ma ne parlano dicendo che i bambini e le bambine, in fondo, vanno e tornano da scuola soltanto due volte al giorno, mentre loro, «residenti, domiciliati, commercianti», vivono nel quartiere 24 ore su 24 e quindi non si dovrebbero «penalizzare ulteriormente le necessità» di chi abita in zona, cioè avere qualche posto auto in meno, con una riduzione che si conta sulle dita di una mano, per mettere finalmente in sicurezza la strada davanti alla scuola, in favore di centinaia di persone che ogni giorno la frequentano.

Come se i bambini non fossero anche loro residenti del quartiere con diritti al pari degli adulti! E come se le esigenze di una comunità fossero solo trovare parcheggio e non anche garantire sicurezza ai propri figli e nipoti con marciapiedi più larghi e dossi rallentatori davanti alla scuola del quartiere!

Se non ci fosse da piangere verrebbe da ridere, per la pochezza dell’ argomento. Sarebbe come dire: togliamo i parcheggi dei disabili perché sono pochi rispetto alla popolazione!

Non accettiamo che si utilizzi l’infanzia proprio quando le si vuole togliere qualcosa. Si dica chiaramente invece che non è una priorità e che facilmente la possiamo sacrificare pur di non cambiare un minimo delle nostre abitudini quotidiane.

In realtà ciò che si nega è il fatto che bambini e bambine sono a tutti gli effetti cittadini e cittadine e hanno gli stessi diritti di abitare, giocare, vivere in spazi adeguati a favorire la loro crescita e la conquista della loro autonomia. Quindi anziché nascondersi dietro la parola infanzia, gli adulti dovrebbero dar voce ai bambini e alle bambine per esprimere i loro veri bisogni e le necessità.

Dobbiamo assumere che non ci siano bambini residenti in quella zona e che gli adulti che ci vivono non siano anche madri, padri, nonni, che amano i loro bambini e sarebbero disposti ad ascoltare anche le loro esigenze? Perché non proviamo ad ascoltarli anziché utilizzarli per dire ciò che pensano gli adulti?

Da sempre lo chiediamo anche alla politica, tanto più ce lo aspettiamo dai nostri concittadini. E forse se i bambini votassero o avessero la parola ci direbbero che preferiscono avere una zona ampia e sicura davanti alla scuola piuttosto che il parcheggio a 50 metri da casa. Forse se invece di dividere la città in categorie la unissimo in obiettivi di benessere comune anche i diritti di chi non ha parola sarebbero rispettati.


Un pensiero riguardo “L’infanzia e il diritto di vivere la città

  1. Bellissima e correttissima analisi.
    Ma c’è anche di peggio, per esempio gli adulti che in nome dei bambini in realtà sostengono bisogni propri nascondendosi dietro ai bambino.
    In entrambi i casi ci sarebbe da ridere ma viene più da piangere.
    Il punto è che i diritti di chi non vota sono spesso poco considerati, quindi si perde di vista il benessere collettivo di cui parlate!

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