«Perché per voi è più importante un albero di una scuola?». È questa la domanda che avremmo dovuto chiedere, fin dalle prime perplessità espresse al Parco Don Bosco, al gruppo di persone che si è opposto alla costruzione delle nuove scuole Besta
di Cristina Ceretti, consigliera comunale Pd
Per la mia generazione, cresciuta a difendere le scuole spopolate nelle frazioni più lontane o la chiusura degli ospedali di paese, c’è una sproporzione incomprensibile tra un albero e un edificio pubblico. La scuola è il luogo pubblico per eccellenza della crescita delle relazioni: come è possibile osteggiarne la costruzione?
Ma il punto è che il mondo è cambiato velocemente. Siamo in un sistema completamente trasformato da cementificazione, siccità, crisi climatiche, alluvioni. Le nuove generazioni, nel loro modo appassionato – distinto dalla violenza, che disapprovo – ci interrogano nel profondo: siamo al di sopra della Natura? Siamo i suoi guardiani? È possibile risanare il rapporto con l’ambiente, senza risanare anche le relazioni umane tra le persone?
Sono domande che ci parlano di un necessario impegno comune nella tutela del paesaggio e dell’ambiente che, è vero, non può limitarsi al solo albero, ma deve bensì passare da un nuovo modo di comprendere il rapporto tra natura e città, tra paesaggio e architettura. Abbiamo ancora tempo per una rivoluzione gentile o all’attivismo ambientalista resta solo la strada del boicottaggio?
Se l’amministrazione riuscisse a tenere insieme ascolto e operatività, in ogni sua scelta, eviterebbe scontri e tensioni. C’è infatti bisogno di grande serenità e buonsenso per custodire il posto in cui viviamo; c’è bisogno di un coinvolgimento ampio, largo, che non sia partecipazione scontata o già decisa nei risultati. C’è bisogno in sostanza di un’amministrazione pronta a farsi modificare, coinvolgere, trasformare dall’incontro con il mondo delle reti sociali, dell’ambientalismo delle nuove generazioni. Questa è la vera radicalità, il contrario della propaganda, un lavoro quotidiano faticoso e lento. Per questo ritengo che la decisione sulle Besta sia una lezione politica importante per Bologna e non solo, una lezione da cui il sindaco Lepore saprà trarre insegnamento. Al riguardo, mi permetto di suggerire tre cose:
1) Se l’amministrazione non vuole aprire un conflitto al giorno, bisogna che sostituisca immediatamente alla polarizzazione del dibattito l’arte dell’ascolto, il tempo della comprensione, il valore del silenzio che lascia spazio alle ragioni dell’altro. L’ascolto non deve rallentare il processo, ma migliorare l’esito finale.
2) Smettere di ridurre la discussione alla contrapposizione tra efficientismo energetico e albero. Tanto il falso dio dell’efficientamento energetico, tanto l’albero nella sua singolarità, sono solo il dito: la Luna a cui dobbiamo guardare è la volontà di costruire bellezza urbana e di conservare quella presente. Natura, cultura e cura devono stare insieme: la bellezza nutre, educa e cura e quindi combatte le disuguaglianze sociali.
3) Le scuole Besta sono un esempio di edilizia del ‘900. Questa vicenda insegna che si devono costruire modalità nuove per non trovarsi impreparati rispetto la scelta di abbattere o riqualificare. Ne propongo uno: uno strumento partecipato di orientamento sul patrimonio architettonico e urbano del ‘900, per impostare correttamente le strategie di intervento alle varie scale e per contribuire al consolidamento e alla promozione dell’immagine che il paesaggio della Bologna del Novecento ha prodotto. Vanno chiamati operatori, committenti, progettisti, amministratori di condominio, cittadini per far sì che non sia la fretta burocratica a doverci far scegliere se costruire o rigenerare il patrimonio di architettura del ‘900, di cui poco conosciamo il valore culturale. Questo strumento deve avere il compito di indicare criteri oggettivi di valutazione dei diversi interventi proposti, al fine di intervenire nella logica del caso per caso con il massimo grado di consapevolezza. Non solo per quanto riguarda i “Complessi edilizi moderni d’autore” cioè quelli meritevoli di particolare interesse, ma anche le opere del sapere tecnico colto, riconoscibili direttamente sul campo, o quelle opere di architettura minore, appartenenti al patrimonio diffuso, che presentano elementi di pregio (anche solo puntuali in termini di dettagli, particolari costruttivi, decoro, materiali di rivestimento, cromie), nelle cui caratteristiche si possano riconoscere valori intrinseci e/o un contributo specifico a dare identità ai luoghi cui appartengono. Patrimonio che in buona parte abbiamo già perduto con le ristrutturazioni del 110%, in nome del falso dio dell’efficientismo energetico.
In sintesi, non è la nuova scuola efficientata o l’albero il tema, il tema è la relazione tra città, natura e persone. Ce lo stanno dicendo ormai da anni le ragazze e i ragazzi dei Friday for Future, chiedendoci che ogni spazio pubblico nuovo possa contenere un progetto culturale che guardi alla valorizzazione del patrimonio ambientale.
«Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure» scriveva Italo Calvino. Credo con convinzione che la tensione alla razionalità del bello è forse oggi l’arma moderna più efficace per contrastare paura, disuguaglianze e solitudine.
La bellezza, cioè, come parola chiave di una nuova ecologia umana.

Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese
James Freeman Clarke
Un ecologista pensa alla sopravvivenza del pianeta, quindi lotto per salvare fino all’ultimo albero.
Ma è con la cultura che si può insegnare alle prossime generazioni ad avere rispetto e cura della natura
La cultura è nella scuola che c’è e basta solo ristrutturare risparmiando; la cultura è negli alberi che circondano la scuola pensata e progettsta per vivere in mezzo agli alberi, Con l’uscita sul parco per ogni classe per ogni bambino, la cultura sta nel non abbattere gli alberi in una città che sta andando a fuoco per il riscaldamento climatico.