Il silenzio degli innocenti

A volte, il tacere e la compostezza valgono più di mille parole. Qualunque sia il nostro ruolo, bisognerebbe sempre tenerlo a mente

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Convocare una conferenza stampa in pieno agosto, quando l’afa e le ferie svuotano Bologna di ogni senso e desiderio, è già di per sé un fatto strano. Scegliere di farla in piedi all’ingresso di un ospedale, in mezzo a lungo degenti e loro familiari in visita, fa scivolare decisamente l’evento dal regno della stranezza a quello dell’assurdità.

L’occasione, si fa per dire, è l’arrivo di alcuni bambini provenienti da Gaza, trasportati in Italia per ricevere cure urgenti. Un minuscolo esempio di un dramma epocale che va avanti da quasi un anno, con alterne attenzioni da parte della comunità internazionale. Un dramma che non si arresta nemmeno raggiunte le nostre coste, poiché nella notte d’arrivo un neonato, in viaggio verso Milano, è morto per uno scompenso cardiaco che lo ha colpito all’altezza di Parma.

Ai giornalisti, preavvertiti, che accorrono al Maggiore è stato detto che alle 12, all’ingresso, Raffaele Donini terminerà la visita ai piccoli ospiti e risponderà alle domande dei cronisti. La Comunità Islamica di Bologna, che ha offerto alcuni volontari come mediatori culturali, chiede giustamente a tutti di evitare fotografie e visite ufficiali. La conferenza inizia e va via liscia in una ventina di minuti, mentre dietro la vetrata del bar dell’ospedale un capannello di camici bianchi si lascia andare a risatine di imbarazzo e commenti acidi. Spesso, per capire che aria tira davvero, sono più utili caffè e sigaretta di microfono e telecamera…

Scorrendo le pagine social dell’assessore alla sanità dell’Emilia-Romagna si trova di tutto: iniziative di partito, giusti omaggi alle eccellenze sanitarie regionali, qualche generico riferimento alla pace e celebrazioni di imprese sportive olimpiche o tinte di rossoblù. Ci sono persino cani e gatti. Eppure a mancare è proprio un qualsivoglia riferimento alla sofferenza incolpevole di chi, oggi, viene accolto nei nostri ospedali e raccontato dai nostri media in una conferenza stampa cui, per ovvie ragioni, non può partecipare. Perché?

Per quanto mi riguarda, ne sono sempre più convinto, il giornalismo è il mestiere più bello del mondo. Ed è senz’altro vero che saper usare le parole, cercando di farle danzare con grazia negli occhi e nelle orecchie di lettori e ascoltatori, ha un che di mistico e inspiegabile, quasi fosse davvero quel potere “occulto” – il quarto, in scala gerarchica – di cui si dibatte dai tempi di Citizen Kane. Eppure, in occasioni come questa, mi viene il timore che tutti noi presenti, in realtà, non siamo stati convocati per raccontarvi una storia ma per ripetervi un canovaccio scritto da altri. E il solo dubbio, devo essere onesto, avvilisce.

Che in questi dieci mesi di atrocità a Gaza la politica occidentale tutta non abbia fatto gran bella figura non lo dico io ma giornalisti, intellettuali e cittadini molto più titolati di me. Che in Italia questa sorte – con poche rare eccezioni come il Comune di Bologna – sia toccata anche al Partito democratico è, invece, un’amara constatazione. Chi ha aizzato, chi ha taciuto, chi ha fatto spallucce, persino chi ha fatto inversione a U quando la Giustizia Internazionale ha fatto capire, con i suoi pronunciamenti, che la situazione era tutt’altro che lineare: non sono molti, tra i dem, quelli che farei fatica a inserire in una qualunque di queste categorie. Oltretutto, questi non sono i primi bambini palestinesi che la nostra regione accoglie. E allora, di nuovo, perché farci sopra una conferenza? E perché adesso?

Un po’ come accadeva a Forrest Gump, anche a me, da bambino, la mamma diceva sempre: «In certe situazioni fingiti ingenuo. Verranno a dirti anche quello che non vogliono». Il problema, essendo ormai prossimo agli anni di Cristo, è che non so se ho ancora voglia di fingere. E credo altresì che non dovrebbe averla nessuno, indipendentemente dall’età. Per questo, pur riconoscendo la mia arroganza, vorrei proporre alla classe politica regionale un patto che vada ben oltre novembre.

Dunque parliamo di tutto: ponti, strade, edifici, alberi e fiumi. Parliamo di scuole, di asili, di ospedali, di rischio idrogeologico, del sistema d’accoglienza e di quello sanitario, pubblico, che scricchiola al punto tale che pure le novità apportate in corsa, come i Cau, per bocca dello stesso candidato presidente Michele de Pascale ricevono «critiche fondate» e «vanno corretti». Parliamo, in sostanza, della nostra regione e dei suoi problemi, che sono tanti, certo senza dimenticare che non viviamo su un’isola felice ma in un pezzetto di un mondo enormemente più vasto e complesso di quanto ci piacerebbe. Ma dei bambini di Gaza dilaniati dalle bombe, vi prego, non abbiamo proprio il diritto di parlare. Ne va della nostra decenza.

A volte, il silenzio e la compostezza valgono più di mille parole. Qualunque sia il nostro ruolo, bisognerebbe sempre tenerlo a mente.


5 pensieri riguardo “Il silenzio degli innocenti

  1. Un pezzo bellissimo pieno di affetto e rispetto per i bimbi di Gaza arrivati anche a Bologna e per i loro familiari.
    Fare una conferenza stampa per enfatizzare l’operazione di assistenza sanitaria e’ un’inutile esposizione al pubblico del dolore di queste persone vittime di una guerra assurda.
    Meglio, come dici benissimo tu, fare ma in silenzio.

  2. Quando le persone vengono ridotte a notizie, quando il diritto alla salute viene elargito come iniziativa straordinaria, quando le risorse pubbliche vengono distribuite per captatio benevolentiae, quando gli ospedali diventano bacini elettorali, quando si spaccia per difesa del servizio pubblico la più grande strategia di privatizzazione, quando si ignorano le segnalazioni delle associazioni pazienti e si governa di imperio, quando tutto si piega alla propaganda, quando le strategie politiche governano a dispetto di qualsiasi logica organizzativa, parere tecnico, opinione clinica governano a discapito del bene comune la salute soccombe… ma i cittadini sudditi se ne accorgono sempre troppo tardi. Chi lavora negli ospedali invece sa, da tempo

Rispondi