La sarta di via Bentini: «Ecco come cucio un’anima nel tessuto»

Cristina Nigro racconta che il suo compito non è solo quello di dare forme agli abiti da sposa, di materializzare sogni delle clienti ascoltati silenziosamente in precedenza. Il suo impegno consiste anche nel restituire a nuova vita vestiti agli habitué della sua bottega diventati oggetti importanti, veicoli di sentimenti e grande affezione. Su di essi interviene compiendo piccole operazioni discrete, rammendi invisibili che non devono intaccare l’anima dell’abito da riprendere o riparare

di Vincenzo De Girolamo, giornalista


Con lo sguardo allampanato dal caldo d’agosto, in via Genuzio Bentini, zona Corticella, guardo verso il sole che si è appena nascosto. Lungo la strada, le macchine sembrano scivolare su un lastricato di vetro vulcanico. Ad angolo con via Angelo Gatti mi si spalanca su una vetrata una tenda da sole sulla quale c’è scritto “Sartoria”.

Mi affaccio all’invetriata e trovo ancora una figura intenta a lavorare. A quest’ora dopo un’intera giornata di lavoro l’aria nella stanza, fresca da condizionamento, è inondata dall’odore di gesso e cotone, carta per fare i modelli e tessuto, un profumo di oggetti messaggeri di storie e luoghi che trasformano l’esperienza della confezione in un vero e proprio momento di piacere. È quest’impasto che m’inonda, quando dischiudo la porta d’entrata, un’intensità che si attenua, poco a poco, fino a farci l’abitudine una volta dentro.

Cristina Nigro, salutatomi sorridendo, subito torna a concentrarsi sui punti da smontare. È seduta al tavolo da taglio. Mentre le dita si affaccendano con delicatezza, mi racconta che il suo compito non è solo quello di dare forme, «attraverso il disegno del cartamodello agli abiti da sposa, di materializzare sogni delle clienti ascoltati silenziosamente in precedenza», ma il suo impegno consiste anche nel restituire a nuova vita vestiti agli habitué della sua bottega diventati oggetti importanti, veicoli di sentimenti e grande affezione. Su di essi interviene compiendo piccole operazioni discrete, rammendi invisibili che non devono intaccare l’anima dell’abito da riprendere o riparare. «Ero piccola quando, in un paesino calabro, nonna cuciva i grembiuli a mano e io restavo incantata a osservarla. Allora lei, tirando su lo sguardo dal cucito, mi esortava a essere furba, apprendere dagli altri e con gli occhi prender loro qualcosa. Ti servirà, mi diceva».

Un seme, questo, che ha nutrito la curiosità di una bambina e in seguito, attraverso studio, unito a capacità interpretativa, grande manualità, estrema precisione, altissima competenza tecnica riguardo a forme, tessuti e materiali, la porta da anni a realizzare abiti amati dalla clientela, di cui, a loro dire, non ci si stanca mai d’indossarli.

Osservare Cristina nel procedere del lavoro, andare dietro l’ondeggiare delle mani, seguire lo sguardo vigile che accompagna l’andamento dei punti, vedere la punta del dito indice protetto dal ditale che spinge la cruna dell’ago per far attraversare il tessuto da cucire (tutti gesti posteriori alla realizzazione del cartamodello e della segnatura della stoffa), mi convince che sono operazioni non realizzabili senza aver stretto prima un rapporto confidenziale con la propria clientela. A guardarla sembra sfogliare un manuale illustrato della confezione. «Il sarto deve immedesimarsi nelle richieste del cliente», suggerisce.

Nel suo racconto si sofferma, ancora, sulla sensibilità e il gusto di chi crea, taglia e cuce abiti. La scelta del tessuto diventa il risultato di uno scambio d’impressioni e vissuti, un esito facilitato dalla familiarità relazionale instaurata, essenziale anche a indicare la preferenza del taglio. Resto attratto nell’ascoltarla tanto da comparare l’agire di questa semplice artigiana al fare di un’artista, al modo di un pittore che al posto di matite e pennelli si dota di centimetro, forbici, ago e filo. E nel miracolo delle mani, sempre in opera, assimilate a un radar, capta segnali accarezzando stoffa, seguendo il confine della figura per verificare se le linee dell’abito scendono bene dalle spalle all’ingiù. Un muoversi che ha il fine di plasmare un vestito su una figura sapendola proprietaria di un’anima.

La sua arte sta proprio qui, nel catturare quell’anima facendole assumere un aspetto di stoffa, ben accetta alla vista e al tatto, come dire un’attenzione necessaria diretta a rivelare, della persona che indossa il capo, qualcosa che dal profondo si possa muovere verso la superficie, cioè dall’intimo all’apparenza.


Un pensiero riguardo “La sarta di via Bentini: «Ecco come cucio un’anima nel tessuto»

Rispondi