Per ragionare sulla figura politica e umana di Berlinguer, a quarant’anni dalla scomparsa, Casadeipensieri, ScriptaBo e Cantiere Bologna hanno chiesto a scrittori, personalità, cittadini di scrivere una lettera aperta allo storico segretario del Pci e dirgli perché lo hanno nel cuore. Le lettere verranno lette dagli stessi autori domenica 8 settembre, alle 18, all’Arena Centrale della FestUnità provinciale di Bologna, nella serata dedicata a questo leader indimenticato e indimenticabile
di Mauro Maggiorani, saggista
«Il turbine di atti terroristici, di nefande aggressioni, di crudeli rivalse, di rappresaglie feroci che sta imperversando sul mondo d’oggi e che lo viene avvolgendo come in una rovinosa spirale di brutalità, ingenera esterrefazione e sgomento; e fa dire a molti, e scrivere nobili ma disarmate parole di deprecazione o infiammate, quanto generiche, invettive contro la violenza. Ma sempre più spesso si sente invocare il ricorso all’uso senza misura della forza, si incita a rispondere alla violenza con una violenza più estesa e si applaude a chi, atrocemente, la applica. Questa grave onda di irrazionalità, che sembra voglia sommergerci tutti, tende a impedire che siano esplorate le origini della catena di atti violenti che sconvolgono il mondo, affinché gli uomini non siano indotti a ragionare su come arginarla, placarla e farla cessare».
(Enrico Berlinguer, Alle radici del male, “l’Unità”, 10 settembre 1972)
Caro Enrico,
è passato oltre mezzo secolo da questo articolo, e il mondo attorno a noi non è cambiato. Teatri di guerra operano non lontani da qui, sebbene ci sforziamo di pensarli lontani. Mancano i pensieri lunghi; mancano gli statisti che possano farli vivere.
Al tempo in cui le tue parole, diritte e oneste, tentavano di scardinare la guerra fredda che divideva i popoli fuori e dentro i confini nazionali, noi (il popolo che si riconosceva nel Pci) eravamo ancora convinti delle basi ideologiche su cui era costruito l’agire del movimento comunista.
L’internazionalismo, pur zoppicante, manteneva una qualche ragion d’essere. Eravamo propensi a credere che la forza che animava il tuo agire, e il carisma che quella forza alimentava, fosse l’effetto delle ragioni che reggevano i nostri ideali. Tu del resto, col tuo modo pacato ma chiaro, rendevi ai nostri occhi quelle ragioni certe e incontrovertibili.
Eravamo con te quando, a chi voleva metterci all’angolo, ribadivi che «in galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi».
Ti ascoltavamo e sapevamo che era vero. Come non crederti; perché tu, segretario del Pci, eri colui che sapeva portare a sintesi una storia lunga decenni divenendo ispiratore per tutti gli attivisti, per tutti gli iscritti, per tutti i simpatizzanti.
Invece non avevamo capito. O, perlomeno, io non avevo capito.
Poi, nei mesi e negli anni seguiti al giugno del 1984, è emerso che l’eccezionalità che si diceva appartenesse a quel movimento, tale non era.
La diversità del Pci era rimasta impigliata nei lutti prodottisi nella clandestinità e nella Resistenza. Incisa solo nella carne delle donne e degli uomini rivoluzionari di allora. Nella Repubblica, senza clamore, il partito è scivolato lungo il piano inclinato della modernità consumista e del neoliberismo.
La diversità di cui parlavi era una cosa solo tua. Il partito e i suoi elettori avrebbero voluto assomigliarti, ma non ne eravamo all’altezza. Non siamo all’altezza. Oggi i mediocri scelgono gente ancora più mediocre.
Quante cose non avevo capito. Quando parlavi di austerità esprimevi un rifiuto netto del modello consumistico. Ma, per chi ti votava, quel rifiuto era blando, epidermico.
Quando ci parlavi di una Europa né antisovietica né antiamericana e lavoravi perché fosse possibile, in Italia, cambiare le cose dal didentro recidendo il cordone ombelicare con l’Urss. Quando dicevi che in Occidente potevano svilupparsi esperienze originali e autonome. Quando fantasticavi attorno all’eurocomunismo. Quando ricercavi il compromesso tra cattolici e marxisti (tema peraltro già emerso durante la lotta al nazi-fascismo). Quando parlavi di queste e altre questioni era chiaro che andavi contro le preferenze della Dc, contro i voleri americani, contro lo status quo sovietico. Ma andavi anche contro il senso comune degli iscritti al Pci.
Nel quindicennio che hai guidato la sinistra italiana hai marciato in senso ostinato e contrario al tempo in cui eri calato, perché appartenevi a un altro tempo. Un altro tempo che ancora non è venuto.
Perché siamo ancora lì, in quella realtà che come scrivevi nel 1972 deve ancora risollevarsi andando alla ricerca delle “radici del male”.

Non credo proprio che lei abbia compreso come era il PCI. Immagino che lei non ne facesse parte. Berlinguer non era una santo ma un uomo politico che conduceva le sue battaglie anche dentro il PCI. C’erano tanti che lo contestavano ma molti molti di più che lo sostenevano.
Dopo la sua morte lo scontro nel PCI diventò durissimo: prese il sopavvento una posizione chè negò il grande fatto politico de referendum per la scala mobile, 3milioni e 700mila voti in più rispetto ai voti alle regionali di pochi mesi prima.
Quella parte, non tutti. ci ha portato fino al PD che non ha nulla a che fare con Berlinguer, al di là di singole persone.