Lettera 12 – Il tuo sogno di giustizia e uguaglianza lo abbiamo perduto

Per ragionare sulla figura politica e umana di Berlinguer, a quarant’anni dalla scomparsa, Casadeipensieri, ScriptaBo e Cantiere Bologna hanno chiesto a scrittori, personalità, cittadini di scrivere una lettera aperta allo storico segretario del Pci e dirgli perché lo hanno nel cuore. Le lettere verranno lette dagli stessi autori domenica 8 settembre, alle 18, all’Arena Centrale della FestUnità provinciale di Bologna, nella serata dedicata a questo leader indimenticato e indimenticabile

di Isabella Conti, già sindaca di San Lazzaro di Savena


Caro Enrico,
ti scrivo con l’amore e la nostalgia che si provano per qualcosa che non si è mai potuto incontrare, ti scrivo con reverenza, la stessa che aveva mio nonno quando mi parlava di te.
Da quando ci hai lasciato, il mondo è cambiato profondamente.

Negli anni ’80 abbiamo assistito al trionfo del consumismo, che ha trasformato la società in una macchina frenetica, ossessionata dal successo materiale, dalla crescita economica a tutti i costi e dalla progressiva convinzione che il denaro avrebbe potuto risolvere ogni problema.

Gli anni ’90 hanno visto il consolidarsi di un modello di globalizzazione che ha portato grandi trasformazioni ed enormi disuguaglianze, inimmaginabili fino a pochi anni prima. Le promesse di un mondo più unito e prospero hanno presto mostrato la loro vacuità: la crescita economica avveniva sulle spalle di nuovi schiavi in giro per il mondo, le risorse del pianeta prosciugate con voracità ed egoismo.

Con l’arrivo del nuovo millennio, la tecnologia ha preso il sopravvento sulle nostre vite, offrendoci nuove opportunità, ma anche nuove forme di alienazione. Smartphone, tablet e social network hanno cambiato il modo in cui interagiamo, promuovendo un’iperconnessione che spesso sostituisce le relazioni autentiche con un susseguirsi di notifiche e aggiornamenti.

Negli ultimi dieci anni, poi, abbiamo visto emergere nuove crisi: la crisi climatica, che minaccia la nostra stessa esistenza; il ritorno di movimenti nazionalisti che cinicamente sfruttano tutte le paure e le incertezze figlie di questi tempi; e infine, la pandemia, che ha costretto milioni di persone, specialmente bambini e adolescenti, a passare intere giornate davanti agli schermi, isolati dal mondo e dagli altri, percependo il futuro non più come una promessa, ma come una minaccia.

I più giovani non conoscono il mondo senza smartphone e social network, che invece di essere strumenti di condivisione, sono diventati luoghi di isolamento, di confronto sterile, di ricerca di un’identità che si basa solo sull’apparenza e sull’approvazione altrui. Abbiamo permesso che questi strumenti digitali, progettati per mantenerci costantemente connessi, divorassero il nostro tempo, il nostro silenzio, la nostra capacità di stare soli con noi stessi.

Ma quanto è difficile, Enrico, convincere le persone della necessità di staccarsi, di ritrovare un contatto con la realtà, di riappropriarsi del proprio tempo e dei propri pensieri! La ricerca di un “mi piace” vale più di una conversazione faccia a faccia. In tanti hanno perso il desiderio di impegnarsi, ritenendolo inutile. I nostri adolescenti sono quelli che pagano il prezzo più alto di questa alienazione digitale. Crescono in un mondo che non offre più spazi per il dubbio e la riflessione, che azzera le possibilità di costruire relazioni significative, di vivere esperienze autentiche, di sentirsi parte di una comunità. Questo disagio, questa infelicità, è una delle sfide più importanti che ci troviamo ad affrontare.

Ho sempre creduto nella forza del popolo, del pensiero, del cuore, nella possibilità di una rivoluzione che partisse dalle coscienze, dai gesti quotidiani, dalla resistenza al potere. Ma oggi, Enrico, mi chiedo: dove abbiamo sbagliato? Dove si è perso quel sogno di giustizia e di uguaglianza che tu, con tanta passione, hai cercato di costruire?

E qui, Enrico, devo parlarti della mia generazione, quella dei quarantenni di oggi. Siamo la generazione che per prima, dal dopoguerra, ha sperimentato il sentimento della paura del futuro, della precarietà e dell’incertezza. Siamo stati la generazione del precariato: contratti a termine, co.co.co, co.co.pro. Siamo la generazione che ha la certezza di potersi permettere una vita meno serena rispetto a quella dei padri e delle madri, quella che guarda i propri figli crescere in un mondo più inquinato e insicuro.

I nostri bambini si ammalano di più rispetto a qualsiasi altra generazione dal dopoguerra a oggi. Soffrono di malattie respiratorie, di asma e bronchioliti,  malattie causate dallo smog e dalle emissioni. Noi stessi ci ammaliamo di più dei nostri genitori. L’inquinamento, lo stress costante a cui siamo sottoposti, l’incertezza che permea ogni aspetto delle nostre vite hanno un impatto terribile sulla nostra salute.

Ti sorprenderei se ti dicessi che oggi non esistono solo nuove forme di povertà: esistono nuove infelicità. Abbiamo generato una società “inumana”, cioè non adatta alla condizione umana: non sono colpiti solo i nostri corpi, anche le nostre anime e le nostre menti sono ferite. Ansia, depressione, alienazione, panico, autolesionismo, sono diventati compagni di vita per molti, generando vuoti che cerchiamo disperatamente di riempire con strumenti che ci imprigionano ancora di più. È come se, nel tentativo di liberarci dalle catene, stringessimo ancora di più le maglie, incapaci di vedere che la vera libertà si trova altrove.

Viviamo in un mondo che sembra aver perso la bussola morale. Ogni giorno vedo le persone inseguire desideri che non sono i loro, intrappolati in un ciclo infinito di consumo e insoddisfazione. Ha vinto il mercato, Enrico. Ha invaso le coscienze, ha distrutto il senso di comunità e di appartenenza, e in questo vedo la sconfitta non solo della sinistra, ma di qualsiasi sogno di giustizia e di umanità. Dopo che ci hai lasciati, anche alcuni dei nostri si sono fatti affascinare dall’idea che il mercato si autoregolasse, che stimolasse la competizione, che facesse emergere i migliori. Che abbaglio. Il mercato è amorale, e spietato, non meritocratico e cinico. Il mercato senza i paletti e una guida valoriale è la giungla. Il mercato senza la politica a guidarlo è la giungla, e noi ci siamo dentro.

Il tuo impegno per la giustizia sociale e la lotta contro la corruzione sono ancora oggi fondamentali, temo però che non basti più combattere contro le ingiustizie tradizionali.

Temo che siamo di fronte a un nuovo tipo di totalitarismo, uno che non si impone con la forza, ma seduce, che non costringe, ma persuade a consumare. Questo potere, per la prima volta nella storia, non ha bisogno di opprimere apertamente perché siamo noi stessi a rinunciare alla nostra libertà e alla nostra capacità di pensare in modo critico. E questo, Enrico, è il segno più doloroso del nostro tempo.

E poi c’è la crisi climatica. Abbiamo devastato la Terra in nome del progresso e dello sviluppo, e ora siamo di fronte alla catastrofe che noi stessi abbiamo creato. La sinistra, che avrebbe dovuto essere in prima linea nella lotta per un futuro sostenibile, si è spesso trovata impreparata, incapace di rispondere a questa emergenza globale con la necessaria urgenza e determinazione.

Forse, abbiamo sottovalutato la capacità del sistema di adattarsi, di trasformarsi, di corrompere anche i nostri ideali più puri. Forse non abbiamo compreso fino in fondo che la vera lotta non è solo politica o economica, ma è una lotta per l’anima dell’uomo, per la sua dignità, per la sua capacità di resistere alla chimera del consumo e dell’alienazione.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di una rivoluzione delle coscienze, una rivoluzione che parta dal cuore e che non abbia paura di sfidare il potere, in tutte le sue forme. Dobbiamo riscoprire la bellezza della lentezza, del silenzio, della riflessione. Dobbiamo ricostruire una società in cui l’uomo non sia un consumatore passivo, ma un cittadino attivo, consapevole, capace di immaginare un futuro diverso e di lottare per realizzarlo.

Non so se tutto questo sia ancora possibile. Ma so che non possiamo arrenderci, non possiamo smettere di provarci.
Ancora e ancora.

Forse, la vera rivoluzione che ci attende è quella di riscoprire la nostra umanità, di ritrovare il senso di comunità, azzardo, di volerci più bene, tra noi.

Per trovare risposte continuerò a leggerti, febbrilmente, in uno studio matto e disperatissimo, perché tu ci avevi lasciato coordinate chiarissime. Le riporteremo alla luce della speranza.

È compito nostro.
Grazie di tutto.


2 pensieri riguardo “Lettera 12 – Il tuo sogno di giustizia e uguaglianza lo abbiamo perduto

  1. Dopo tutte queste lettere a Berlinguer sarebbe molto interessante ritrovarle tutte insieme in un piccolo libro e alla fine una risposta a tutte le domande più importanti , ovvero che cosa probabilmente Lui avrebbe risposto.

  2. Aveva indicato la via, l’abbiamo smarrita. e tocca a noi rimetterci sulla strada da lui indicata, il suo pensiero lungimirante è quanto di più prezioso abbiamo, e il nostro caro enrico è proprio questo che ci diceva: bisogna guardare sempre oltre, sempre alle future generazioni, ogni passo che facciamo avrà ricadute sulle future generazioni, non solo sul breve periodo. la sanità, il lavoro, le pensioni, l’ambiente…è tutto collegato alla giustizia e l’uguaglianza. il tempo è maturo per rimetterci in cammino. grazie Isabella.

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