Per ragionare sulla figura politica e umana di Berlinguer, a quarant’anni dalla scomparsa, Casadeipensieri, ScriptaBo e Cantiere Bologna hanno chiesto a scrittori, personalità, cittadini di scrivere una lettera aperta allo storico segretario del Pci e dirgli perché lo hanno nel cuore. Le lettere verranno lette dagli stessi autori domenica 8 settembre, alle 18, all’Arena Centrale della FestUnità provinciale di Bologna, nella serata dedicata a questo leader indimenticato e indimenticabile
di Roberto Morgantini, Cucine Popolari
In ognuno di noi ci sono sentimenti che maturano non necessariamente originati da una conoscenza diretta, da un rapporto reale con l’altro o l’altra, ma da una connessione, una condivisione, di valori, di idee, di visioni, di intenti, di futuro e, perché no, anche di speranza. Insomma, da un vero e proprio innamoramento di “pensiero”.
Ecco, Enrico Berlinguer è entrato a far parte della mia vita proprio dai sentimenti. Il suo ruolo, la sua figura di leader politico accresceva per quella sua straordinaria capacità di accogliere con il sorriso il suo popolo, la sua gente, quelli per i quali, in giovanissima età, decise che, se c’era un motivo per dedicare la propria vita a un Ideale, quella era la strada giusta e per quelle persone bisognava lottare. Il carisma del segretario era tutto questo, una sintesi perfetta di umanità e coerenza, di coraggio e determinazione. Che parlasse a dieci o a diecimila persone non faceva alcuna differenza, il suo obiettivo rimaneva identico e la sua levatura politica era tale da rendere comprensibile e condivisibile a ognuno, ogni suo progetto, ogni aspettativa per quel suo popolo che verso la fine degli anni Settanta aveva raggiunto percentuali che la storia della Sinistra, ahimè, non ha più registrato.
Enrico mi ha insegnato a dare forma ai sogni, a comprendere la forza di alcune parole come: diritti, dignità, giustizia sociale, e solo per questo non potevo, non potevamo non volergli bene. Quando lo vedevo salire sul palco, e nella vita ho avuto la fortuna di averlo visto tante volte, l’emozione non era mai la stessa, perché Enrico non era mai superficiale, mai banale, mai ripetitivo, le sue attente e lucide riflessioni esprimevano tutto il suo rigore intellettuale e politico e tra la folla aleggiava un’attenzione che solo i grandi uomini hanno il potere di conquistare.
Quel suo «Care compagne e care compagni» era un ritornare a casa, era il senso autentico del nostro stare assieme, perché volevamo cambiare il mondo, rendendolo meno ingiusto e più attento alle esigenze di tutti. Quando il suo iniziale sorriso dava spazio al corrugarsi della fronte e la sua voce, con quel suono bonario e gentile che ricordavano la sua provenienza, si faceva dura e severa, ci scuoteva gli animi, ci rendeva consapevoli di quanto stesse accadendo nel Paese e nel resto del pianeta e di come il nostro “essere compagni” fosse un impegno politico, ma soprattutto etico, morale.
Caro Enrico, continuo ancora a volerti bene, e non ho mai smesso, perché sei stato il primo e l’ultimo a parlare di Questione morale, in anticipo su tutto e tutti, avevi avuto la lungimiranza di individuare il vero dramma della deriva politica e culturale che dalla tua scomparsa a poco, si sarebbe riversata sulla nostra nazione come uno tsunami. Il mio affetto per te, caro Segretario, è sempre lo stesso, ma il dubbio che mi assale, ogni volta che penso alla tua immensa persona è: chissà, invece, se il tuo affetto per “noi”, compagni di quegli anni, è rimasto identico. Chissà se la tua indiscutibile bontà ti avrà permesso di perdonarci per tutti (e sono tanti…) gli errori che, dopo la tua scomparsa, abbiamo commesso dimenticandoci i tuoi insegnamenti. Chissà se mai perdonerai di aver affidato la nostra Italia a un residuo di militantismo post-fascista che credevamo, dalla Resistenza in poi, di aver eliminato per sempre dalla nostra Repubblica democratica.
Non voglio trovare alibi o giustificazioni a quanto accaduto, ma in diversa misura, siamo tutti colpevoli… ma permettimi di dirti, caro Enrico, che quel popolo che tu guidavi, con la responsabilità di chi si fa carico del futuro dei propri figli, da quell’11 giugno del 1984 si è disperso, sfilacciato, naufragato, ci siamo sentiti tutti orfani di quell’uomo straordinario che sei stato per noi e per la nostra Nazione, abbiamo perso la rotta che ci avrebbe portati a essere un popolo migliore, sano, capace di parlare al mondo con il linguaggio della Pace e della dignità.
Caro segretario io ti chiedo scusa e lo faccio con lo stesso identico affetto di quando la mia vita ha incontrato il tuo sguardo, pulito, schietto, sincero, perché ti abbiamo voluto bene senza aver mai smesso di farlo.
