Dopo l’accoltellamento del responsabile dei Servizi sociali del Navile, il Comune sarà vicino, in modo non episodico, alla comunità professionale dei servizi sociali che sono la storia e l’orgoglio del welfare comunitario della nostra città. Lavoreremo insieme a loro, a partire da un dialogo che si sta avviando già in questi giorni, per definire ulteriori strategie, che siano ancor più adeguate a proteggere il sistema dei servizi e le persone che a essi si rivolgono
di Luca Rizzo Nervo, Assessore al Welfare e Salute Comune di Bologna
La drammatica vicenda che ha visto protagonista Domenico Pennizzotto, già responsabile dei Servizi Sociali Navile, aggredito e accoltellato da un uomo al centro di una separazione conflittuale, con affidamento dei figli risalente a ben sette anni prima, pone di nuovo, urgentemente, il tema della sicurezza degli assistenti sociali, che ogni giorno mettono le proprie competenze nella relazione di aiuto di situazioni di enorme complessità.
A ben vedere però pone, forse ancor prima, la necessità che la qualità e il valore di quell’articolato lavoro “di frontiera” sia conosciuto, rappresentato in modo realistico, valorizzato per l’enorme, quanto spesso silente, ruolo che ha nel garantire coesione sociale, orgogliosamente difeso da semplificazioni, da forzature mediatiche, da strumentalizzazioni politiche, che lo hanno accompagnato lungo questi anni, anche per questo difficili, che ne hanno talvolta svilito il senso, minato l’autorevolezza, che hanno impattato fortemente sulla vita non solo professionale degli operatori sociali, come dimostra l’importante turn over professionale che è avvenuto.
Un lavoro quotidiano, reiterato ogni mattina, mai concluso definitivamente, per provare a garantire l’equilibrio di una collettività che vive in un quadro di disordinata vulnerabilità, che sempre più riguarda non solo alcuni soggetti più “classicamente fragili”, ma che accompagna le esistenze di tutti. Una relazione di aiuto che cerca di curare ferite complesse, e che nel farlo tocca spesso profondità, l’essenza esistenziale delle persone, i vissuti intimi. Tutti “luoghi” che espongono all’imprevedibilità dei comportamenti altrui. In espressioni frequentissime, anche se, per fortuna, non sempre così drammatiche negli agiti.
Riconoscere questo prezioso valore del lavoro sociale, conoscerne i rischi, riconoscere la necessità che si svolga in un contesto di serenità professionale, vuol dire impegnarsi per difenderlo, per tutelarlo, per non lasciarlo nella solitudine. Vuol dire fare investimenti – professionali, organizzativi, politici – per supportarlo. Vuol dire chiedere alla comunità cittadina di andarne fiera, con fiducia e consapevolezza. Se negli ultimi anni abbiamo infatti aperto le porte a un welfare di comunità, non è soltanto per portare, in termini proattivi, la risposta sociale nella prossimità della vita delle persone. Cosa pur fondamentale.
Coinvolgere la comunità in questo processo di cura e aiuto, renderla consapevole, capacitarla a processi di cura collettiva e comunitaria, farle conoscere il senso del lavoro sociale, in una condivisione, pur ognuno dentro ruoli diversi, è anche fattore protettivo dalle solitudini professionali, contro i processi di rimozione collettiva della complessità, che creano una proiezione esterna, che cerca continuamente colpevoli fuori, che muove rabbie latenti verso l’altro, per non guardare una complessità che riguarda ognuno e con cui fare i conti. Una corresponsabilità sociale della comunità rispetto alle fasi di vulnerabilità che attraversano i percorsi di vita di ognuno e complessivamente della comunità stessa.
E corresponsabilità è ciò che serve anche all’interno della comunità istituzionale e multiprofessionale che ha in carico situazioni come quella che ha riguardato l’aggressore. Autorità giudiziaria, Forze dell’Ordine, Dipartimenti di Salute Mentale, Servizi Sociali, devono trovare strategie ancor più efficaci di un lavoro comune, per attenuare i rischi di quella imprevedibilità umana. In termini preventivi e proattivi. Rafforzando i luoghi della collaborazione e del lavoro comune, specialmente sulle situazioni che si riconoscono come di maggior rischio, andando oltre il proprio specifico, gestendo gli sconfinamenti necessari in quella terra di mezzo, la più pericolosa, piuttosto che definire sempre più i confini della propria specifica responsabilità. In modo che una situazione che è un rischio percepito come possibile, segnalato come tale da più soggetti
e servizi, trovi la rete degli attori più pronta, e con strumenti concreti per interventi preventivi, che non ci portino a constatare nel dopo quella pericolosità.
Ancor più dopo un fatto così drammatico e violento come quello avvenuto. Ancor più oggi che vediamo, in un assurdo quanto prevedibile quadro emulativo, rafforzate dinamiche denigtratorie sull’operato dei servizi da parte di alcuni utenti, con rappresentazioni ulteriormente semplificatorie e riduttive, quando non, ahinoi, dichiarazioni giustificatorie di un fatto così brutale, con vari attacchi, personali, agli assistenti
sociali, spesso nell’impunità della comunicazione social.
Non ci sarà nessuna sottovalutazione, nessuna giustificazione, nessun lassismo verso atteggiamenti minacciosi, come quelli che abbiamo dovuto leggere ancora nei giorni successivi all’accaduto. E continueremo nell’impegno per rafforzare la sicurezza dei contesti lavorativi degli operatori sociali.
Negli ultimi dieci anni abbiamo lavorato sui temi della sicurezza, sia sul versante della logistica sia sul versante della gestione delle dinamiche relazionali, sia sul versante delle équipe di lavoro, sia sul versante della supervisione professionale di tutti i servizi sociali. Sappiamo che il tema della sicurezza, del suo rafforzamento, non finisce mai e ci pone sempre nuovi obiettivi.
Ora sappiamo che c’è un trauma collettivo che questa vicenda ha prodotto, che va elaborato, non solo singolarmente ma anche collettivamente. Sappiamo che questa vicenda ha rimesso all’attenzione di ogni operatore sociale situazioni, vissuti, rischi, che ha attraversato nel proprio vissuto professionale. Siamo e saremo vicini, in modo non episodico, alla comunità professionale dei servizi sociali di Bologna che sono la storia e l’orgoglio del welfare comunitario della nostra città.
Lavoreremo insieme a loro, e a tutto il sistema di cura, a partire da un dialogo che si sta avviando già in questi giorni, per definire ulteriori strategie, che siano ancor più adeguate a proteggere il sistema dei servizi e le persone che a essi si rivolgono. Questo, ben oltre le parole, sarà concretamente il miglior modo per dire loro, ancora una volta, a voce alta, grazie.
