L’efficacia del progetto degli “agenti” voluti dal Comune potrà essere valutata solo tra qualche tempo. Quello che possiamo fare fin da subito, però, è una riflessione finalmente più ampia sul concetto di salute, le sue diverse declinazioni e quanto sarebbe utile tenerle in considerazione tutte nella progettazione dei servizi
di Alessandra Caporale, counselor professionista
Scrivo queste righe prendendo spunto dall’articolo apparso domenica scorsa sulle pagine di Repubblica nel quale l’assessore Luca Rizzo Nervo presenta a grandi linee il progetto pilota che partirà a Bologna, legato all’introduzione sul nostro territorio di una nuova figura: gli “agenti della salute”. Il progetto è ispirato all’esperienza brasiliana e mira a «rilevare i bisogni SANITARI legati alla situazione sociale delle persone più fragili».
L’efficacia di questa iniziativa ancora in fase sperimentale e – immagino – in evoluzione, dunque potremo valutarla solo tra qualche tempo, mentre lo scopo di questo mio articolo è quello di offrire una riflessione più ampia sul concetto di salute, le sue diverse declinazioni e quanto sarebbe utile tenerle in considerazione tutte, nella progettazione dei servizi.
Spesso infatti nel dibattito politico e istituzionale le soluzioni ai bisogni della popolazione sono molto orientate a un concetto di salute identificato con l’ambito sanitario. Questo approccio porta a risposte burocratizzate che mirano ad “assistere”, più che ad agevolare, processi di autonomia e responsabilità in merito alla propria salute.
Il rapporto tra politica e salute è molto delicato, ci porta a riflettere sulla piena attuazione dei diritti fondamentali e non può prescindere da una reale partecipazione ai processi decisionali che riguardano le persone e i loro bisogni. Non può prescindere ovviamente neanche dall’ascolto profondo delle differenze e, più in generale, da un approccio che miri a considerare la persona al centro, con la sua capacità di autodeterminarsi, riducendo così il rischio che i governi territoriali o nazionali allochino risorse economiche, già insufficienti, in servizi poco utilizzati o male utilizzati.
Nella sua accezione più ampia la salute riguarda la persona in tutti i suoi aspetti: corporeo, mentale, sociale, esistenziale e anche spirituale; è un concetto dinamico che include la percezione soggettiva del proprio stato di salute e quindi la possibilità di sviluppare livelli di autonomia e benessere anche in condizioni di malattia.
Se in alcuni casi l’assistenza resta la migliore risposta possibile e certamente non può e non deve mancare, in molti altri potrebbe essere utile assumere una prospettiva legata alla salutogenesi; in questa prospettiva la salute non è uno “stato” ma una “condizione” di equilibrio variabile e dinamico che si fonda sulla capacità dell’individuo di interagire positivamente con il contesto e l’ambiente, riconoscendo e valorizzando i continui mutamenti personali e sociali.
L’idea di fondo è che in ogni momento della nostra vita siamo capaci di scegliere e generare le condizioni migliori e le opportunità per ripristinare uno stato di buona salute, attivando le nostre risorse per stare bene o al meglio, alle condizioni date.
Il concetto di salutogenesi si basa infatti su postulati che chiamano in causa le persone e le proprie potenzialità ed evidenzia la distinzione netta tra servizi sanitari o assistenziali definiti in modo unilaterale – e a volte paternalistico – e processi salutogenici che avvengono in modo democratico e naturale, grazie al coinvolgimento informale di gruppi sociali, comunità e connessioni virtuose che contribuiscono a dare senso alla propria vita nonché a considerare la persona nella sua totalità, nel suo costante divenire e nelle tante possibilità che possiede di co-costruire il proprio concetto di salute.
Salute, politica, diritti ed empowerment individuale e di comunità sono temi strettamente connessi e centrali nell’attuale scenario politico.
È necessario favorire un movimento dal basso che coinvolga in modo attivo tutte le cittadine e i cittadini di qualsiasi condizione sociale, al fine di aumentare il potere di incidere sulle scelte politiche, di sviluppare un reale empowerment di comunità in grado di contrastare le disuguaglianze sociali ed economiche che, per molti, si traducono in una progressiva restrizione del diritto alla salute non solo quando non possono accedere alle cure nei tempi e nei modi opportuni, ma anche tutte le volte in cui aspirazioni e bisogni esistenziali vengono sistematicamente oppressi dalla mancanza di risorse esterne, di relazioni, di reali possibilità di scelta e di evoluzione personale.
Ranier Maria Rilke in un celebre verso ci esorta ad «amare le domande» e le definisce come «stanze chiuse a chiave» e «libri scritti in una lingua straniera». È questo, in conclusione, il mio augurio per le nostre politiche su welfare e salute: che in un processo di costruzione delle risposte ai bisogni delle comunità, si parta dall’amare le domande. Cosa intendiamo per salute? Cosa favorisce la vita piena? Quale visione abbiamo dell’essere umano e delle sue potenzialità? Come si favorisce pienamente il diritto ad avere e realizzare il proprio progetto di vita?

Grazie per questo punto di vista, completamente condivisibile: salute è autonomia e promozione della salute. Anche con questa accezione, gli interventi sulla comunità è difficile che vengano promossi/raccolti da una figura professionale disancorata dai servizi, che dovrebbe riportare i bisogni ad un team che – ad oggi – siamo certi che esista? (vedi: gli infermieri di comunità)
I professionisti devono essere edotti e integrati.
Rimane anche un grande quesito relativo a cosa si intenda per bisogni “sanitari” potenzialmente accolti da una figura che – si dice – verosimilmente sarà un educatore. Nella “casa come primo luogo di cura” i bisogni dei fragili sono del tutto mescolati, più sul piano sociale e assistenziale che sanitario in senso stretto (o meglio, medico?).
In uno stato di offerta assolutamente insufficiente di residenze con assistenza h24, nuclei mono-componenti in crescita, assistenza familiare affidata al lavoro povero, frammentazione tra distretti del sociale io mi chiedo: davvero sappiamo cosa stiamo facendo?