A Bologna sembra mancare una cultura del confronto. Per porre rimedio a sfiducia e astensionismo è partita la discussione sulla riforma dei quartieri. Potrebbe non bastare. Serve una classe politica capace di ascoltare e farsi contaminare come la città bretone che approvò in Comune la Charte nantaise du Dialogue Citoyen. Il sapere d’uso degli abitanti su come funziona il mondo è ritenuto importante per una buona amministrazione al pari del sapere tecnico degli uffici e delle capacità dei politici
di Danny Labriola, co-portavoce Europa Verde-Verdi Bologna
Da anni si assiste a un preoccupante svuotamento del ruolo e dei poteri dei consigli comunali e regionali. Da luoghi di confronto, proposta ed elaborazione di indirizzi e leggi, le assemblee sono diventate – salvo rare eccezioni – aule di convalida: ai rappresentanti del popolo spetta il compito di apporre il proprio timbro di approvazione o disapprovazione sui provvedimenti di presidenti, sindaci, assessori e dirigenti. Lo strapotere dell’Esecutivo causa inevitabilmente un indebolimento della democrazia rappresentativa.
Per porre rimedio alla sfiducia e al crescente astensionismo, le amministrazioni tentano di promuovere nuove forme di democrazia partecipativa. A Bologna è partito il confronto pubblico e istituzionale sulla riforma dei quartieri, che molti sperano possa contribuire a ridurre i conflitti in città e a migliorare il rapporto tra politica e cittadinanza.
La partecipazione, quella vera, significa innanzitutto redistribuzione del potere per assumere decisioni “dal basso”. Spesso invece prevale l’idea che chi vince le elezioni sia legittimato a governare “in solitudine”, attuando il programma “approvato” da una percentuale di elettori che sempre più spesso rappresenta una minoranza degli aventi diritto al voto. E chi non è d’accordo su una o più scelte politiche e amministrative del governo locale? Beh, potrà esprimersi munito di scheda e matita alla prossima tornata elettorale. Questa non è partecipazione.
Marianella Sclavi, etnografa urbana e socia fondatrice di Ascolto Attivo, ha raccontato ciò che accade a Nantes. Città bretone di 320 mila abitanti, già nel 2010 aveva approvato all’unanimità in consiglio comunale la Charte nantaise du Dialogue Citoyen. Sclavi la descrive come «la città che in Europa in modo più sistematico, chiaro e ufficiale, da anni ha re-impostato le proprie forme di governo in modo da mettere al centro il dialogo fra i cittadini e la co-decisione fra eletti, operatori dei servizi e cittadini». Il “sapere d’uso” degli abitanti, ovvero l’esperienza di come funziona il mondo nella vita quotidiana, è ritenuto importante per una buona amministrazione al pari del “sapere tecnico” degli uffici e dei professionisti e delle “capacità e responsabilità decisionali” dei politici.
A Nantes – spiega Sclavi – si afferma la “democrazia del dialogo cittadino“, che significa valorizzare le differenze all’interno di ognuno dei tre settori (abitanti, amministrazione, politica) e nei loro reciproci rapporti imparare a farle diventare occasione di reciproco apprendimento e innovazione. Non si tratta di reprimere o nascondere il dissenso e i conflitti, ma di permettere alle posizioni conflittuali di emergere per esplorare soluzioni realmente creative, in un’ottica di bene comune e di giustizia sociale. I compromessi sono considerati un ripiego a cui ricorrere quando la sfida della creatività ha fallito. Sclavi cita il suo amico Maarten Hajer, che insegna “Futuri sperimentali” all’Università di Utrecht: «Non cambierai mai qualcosa combattendo la realtà esistente. Per cambiare, costruisci un modello nuovo che renda quella realtà obsoleta».
Studiare l’esperienza di Nantes e adattarla alla realtà bolognese potrebbe contribuire a rivitalizzare la democrazia in città, offrendo occasioni e spazi di incontro e condivisione ai numerosi delusi dai processi partecipativi. La voce dei cittadini conta e deve poter influenzare le decisioni prese in loro nome. Ma per raggiungere l’obiettivo non bastano norme e nuovi strumenti di partecipazione. E non basterà nemmeno una riforma dei quartieri. Occorre una classe politica in grado di ascoltare e farsi contaminare.
In questi anni a Bologna è sembrata mancare una cultura del confronto e dell’ascolto, che non significa non decidere o avallare ogni proposta dando seguito alle richieste di tutti. Una “democrazia del dialogo cittadino” non troverà terreno fertile se chi governa intende la partecipazione come strumento di approvazione e conferma delle proprie decisioni. La rivoluzione inizia dall’affermazione di una nuova e diffusa sensibilità politica che consenta di mettere al centro l’ascolto e di riconoscere e valorizzare il ruolo attivo dei cittadini nella definizione e attuazione delle politiche locali.
E se emergono divergenze e conflitti? Come suggerisce un ex assessore di Nantes, «quando qualcuno dissente da te, non cercare di spiegargli che ha torto, ma cerca di capire in che senso ha ragione». Parole quanto mai appropriate in un momento in cui la svolta autoritaria e repressiva voluta dal governo Meloni rischia di trasformare coloro che protestano e manifestano pacificamente in criminali da punire con anni di carcere.

Ottimo articolo e ottime ideee molto difficile d’applicare quando non c’è una volontà democratica in cima alla piramide
Ottimo articolo. È ora di applicare il “pensiero laterale” di Watslawitzch
Ottimo articolo davvero!
Sì dovrebbe/potrebbe proporlo come punto di partenza per un incontro pubblico nei Quartieri.