Da Bologna a Venezia, si moltiplicano fortunatamente le iniziative che infrangono le barriere tra il fuori e il dentro e sono educative e istruttive anche per chi da cittadino vi assiste, perché l’opinione pubblica va sensibilizzata sul tema delle condizioni di esecuzione della pena
di Antonella Magnoni, pensionata
Nel corso di questa ultima estate letteralmente bollente e che oggi pare già lontanissima, si è letto e discusso della condizione – tragica – dei detenuti nelle carceri italiane, dei disordini avvenuti al loro interno, provocati anche dall’esasperazione per la difficile convivenza in situazioni di sovraffollamento.
È giusto però anche ricordare eventi che restituiscono invece un’immagine dignitosa della detenzione, per questo mi piace rammentare “E state alla Dozza! Quattro giorni di teatro e musica”, un ciclo di spettacoli curati dalle compagnie del Pratello e dell’Argine che sono stati partecipatissimi e si sono svolti, a giugno, nel cortile del carcere della Dozza, alla presenza di un pubblico composto dai detenuti e da persone arrivate in carcere solo per assistere agli spettacoli.
Queste iniziative infrangono banalmente le barriere fra il fuori e il dentro e sono educative e istruttive anche per chi da cittadino vi assiste, perché l’opinione pubblica va sensibilizzata sul tema delle condizioni di esecuzione della pena.
A questo proposito vorrei perciò anche segnalare quanto da aprile – fino al 24 novembre 2024 – sta accadendo all’istituto detentivo della Giudecca a Venezia, uno dei pochi istituti (si contano in una mano) esclusivamente femminili. Al suo interno è collocato uno dei padiglioni della 60a Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, quello della Santa Sede «dedicato al tema dei diritti umani e alla figura degli ultimi, perno centrale del Pontificato di Papa Francesco» come si legge nella pagina (qui). Collegandosi, si possono prenotare le visite che sono gratuite).
Il Padiglione, che ho visitato, è intitolato “Con i miei occhi” e propone installazioni accompagnate da musica, dipinti e poesie; quanto potrete vedere (consiglio la visita) richiama con forza il senso del luogo dove vi trovate e la narrazione artistica si fonde con quella che vi sarà fatta dalle detenute che si sono fatte guide, per l’occasione, e sono bravissime.
Scrivo di questa mia visita perché le emozioni e l’energia positiva che ho percepito mi hanno profondamente colpita e penso sia un’esperienza immersiva da non perdere. Per quel poco che vedi o intuisci, esci con la rafforzata consapevolezza dell’importanza di una pena non meramente afflittiva ma tesa a un processo di ri-educazione e ri-socializzazione del singolo detenuto o detenuta.
Nell’ultimo rapporto di Antigone, associazione «per i diritti e le garanzie nel sistema penale» – autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare gli Istituti penitenziari italiani stilando un rapporto – risulta che la popolazione detenuta di questo istituto sia inferiore alla capienza massima, la struttura, seppure antica, è in buone condizioni igienico-sanitarie, e l’atmosfera interna abbastanza buona.
Con questi presupposti è stato quindi possibile allestirvi il padiglione della Biennale, con un adattamento importante perché i visitatori accedono proprio nella struttura, non solo ai cortili, con un impegno della Polizia Penitenziaria che accompagna, con discrezione, i visitatori lungo il percorso espositivo.
Non solo, nel lungo e complesso processo di sviluppo del progetto artistico le detenute hanno avuto un ruolo da protagoniste, partecipando alle attività di preparazione e dando un loro contributo alla realizzazione stessa delle opere.
L’edificio, va sottolineato, ospita anche l’Icam (Istituto a Custodia Attenuata per Madri). La circostanza ha dato un senso alle voci di bambini che avevo colto attendendo il mio turno di accesso e che – a tratti – ho percepito risuonare durante la visita. Sentirli senza vederli è suggestivo e straziante, quando in uno dei cortili vedi i loro giochi e nella lavanderia i loro indumenti resti impietrita. Nessuno di noi ha commentato, ma quello che percepivamo e vedevamo era molto forte, il tema dei bambini nelle carceri – di cui si dibatte in questi giorni – andrebbe trattato con una cura che non sempre questa nostra sguaiata politica è in grado di garantire.
Concludo questo racconto con un’ultima notazione, mi ha colpita la terminologia che utilizzavano le due detenute mentre ci parlavano: si definivano ospiti, non parlavano di celle ma di stanze e, rivolte alle agenti di custodia, le hanno definite i nostri «angeli custodi». Pur essendo in un luogo lugubre, la loro narrazione pacata ci ha trasmesso quindi una serenità inaspettata, suscitando in noi visitatori una grande ammirazione per il coraggio di mostrarsi che ha suscitato un lungo e sentito applauso, alla fine della visita.
Penso che “vedere” delle detenute, signore di mezza età come tante, curate come tante, faccia capire che dobbiamo batterci per umanizzare la detenzione.
Quelle due donne erano in carcere non so per quale reato, e non è importante stabilirlo, ma so che vanno protette e recuperate.
Photo credits: Ansa.it
