Hala Bologna, y nada más

Una volta finite le angosce regionali c’è da augurarsi che la nostra città, in tutte le sue forme e contenuti, abbandoni definitivamente un’adolescenza fin troppo lunga e diventi grande, matura e concreta così come ha l’ambizione di essere

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Molto si è detto e si è scritto, sull’ultima trasferta di Champions del Bologna Fc contro il Liverpool. Una squadra e uno stadio da leggenda, e non solo per le tante notti europee che i Reds, nei loro 132 anni di storia, hanno fatto vivere agli amanti del calcio rendendole indimenticabili, talvolta persino tragiche. Molto si è detto e si è scritto, tranne della spocchia mostrata dagli inglesi in una partita di cui, evidentemente, credevano di aver già acquisito il risultato.

Certo nel peccato di sufficienza capita di incappare, a chi di Coppe Campioni ne ha vinte sei. Capita pure a chi ne ha vinte quindici, se è vero che il Real Madrid, la stessa sera, le ha prese in quel di Lille dopo una prestazione deludente. E per fortuna dei blancos che la derrota non è avvenuta in casa, a Chamartín, perché il Bernabeu non è come Anfield, ma molto di più: da quelle parti, infatti, persino la vittoria può assumere il sapore amaro della delusione.

A meno di cataclismi, è altrettanto certo che Liverpool e Real Madrid ci saranno, quando questa prima fase del torneo continentale finirà e si comincerà a giocare per arrivare a vincerlo. La presenza del Bologna, invece, sarebbe l’ennesimo miracolo di una squadra che in troppi, sventuratamente, si stanno permettendo di criticare.

Ma che sia sugli spalti o dal divano, il mio consiglio non richiesto è di guardarle entrambe, quando quel momento arriverà, e cogliere tutta la differenza che c’è persino tra le divinità del calcio: perché mentre al Liverpool per vincere servirà giocare bene, al Real basterà, come sempre, essere concreto. E proprio il Liverpool sa, per averlo dolorosamente sperimentato più volte, quanto la concretezza dei madridisti, perfettamente incisa nelle parole del loro inno Hala Madrid y nada más (“Forza Madrid e niente più”) possa essere brutale e trionfante allo stesso tempo.

Se c’è una cosa che, come bolognesi, mi piacerebbe ci portassimo via da questa futura analisi di letterature calcistiche comparate, è una scelta ponderata e definitiva sul tipo di città che vogliamo diventare, e non solo sportivamente parlando. Perché mi pare evidente che in due anni e mezzo di mandato amministrativo, tra alti e bassi, non solo ci sia mancato di sciogliere il nodo tra il sembrare e l’essere, ma pure quello tra l’essere e il fare. E allora eccoci qui, ad azzuffarci su cantieri eterni che in realtà hanno già una scadenza, su Boschi e Prati che vanno salvati dal cemento mentre il cemento cresce loro intorno come i funghi alle lapidi, su cosa sia più di sinistra tra un chiosco di mortadella e un poliziotto ben equipaggiato e ben pagato in più.

È indubbio che lo slogan “la città più progressista d’Italia” abbia portato sfortuna, soprattutto a chi l’ha coniato. Ma non posso credere che tutta la narrazione che ne è seguita si risolva tristemente nell’ennesima, claudicante, pax electoralis tra Lepore e De Maria o nella provincialissima gara interna a chi ha più voti tra Coalizione Civica e i Verdi, con Simona Larghetti e Silvia Zamboni a fare da ombrello allo strazio sotterraneo di anni di retorica sulla solidarietà femminile, in ossequio al più becero principio della competitività liberista.

Sinceramente, mi auguro che la sera del 18 novembre siano elette entrambe. E che chi le ha consigliate, evidentemente male, pur gioendo del risultato si vergogni un po’, nel suo intimo segreto. Così come auspico che, a cominciare dalla stessa sera, quella parte del Pd che governa la nostra città ritrovi l’orgoglio delle proprie idee e la consapevolezza che è finito il tempo della condiscendenza verso certe dinamiche e certe porzioni di partito, così come quello dell’ostracismo verso chi, come Isabella Conti, ha mostrato più di una semplice intenzione di sposare la causa di un improcrastinabile rinnovamento.

Pur arrossendo della mia ingordigia, c’è poi un ultimo desiderio che vorrei vedere realizzato, una volta finite le angosce regionali. Ed è che Bologna, in tutte le sue forme e contenuti, abbandoni definitivamente un’adolescenza che è durata fin troppo e diventi, finalmente, quella città grande, matura e concreta che ha l’ambizione di essere. Una città forse al momento un po’ meno bella da vedere, ma che proprio per questo passi meno tempo allo specchio, preferendo rimboccarsi ancora più spesso le maniche per portare a termine, col miglior risultato possibile, le tante partite che ha deciso di giocare.

Una città vincente, determinata e concreta. Un po’ come il Real Madrid.


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